L’atlantismo ibrido di Meloni, vittima delle sue furbizie

Sarebbe difficile sottovalutare la portata della surreale commedia degli equivoci andata in scena ieri tra Palazzo Madama e Palazzo Chigi sulla mozione della maggioranza a proposito delle misure con cui fronteggiare la crisi energetica, che inizialmente chiedeva allo stesso governo di rimangiarsi l’impegno preso con Donald Trump sull’aumento delle spese militari al 5 per cento.
Per la precisione, al punto 8, impegnava Palazzo Chigi «a mantenere un impegno realistico e credibile in ambito Nato, confermando il raggiungimento del 2 per cento del Pil per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici». In poche parole, un attacco kamikaze mirato a mettere definitivamente in crisi il legame con Trump, che assieme al rapporto con Ursula von der Leyen rappresentava uno dei due pilastri della politica estera meloniana, entrambi ora piuttosto scricchiolanti, come dimostra la fredda risposta della Commissione alla lettera in cui il governo ha chiesto una estensione della deroga al Patto di stabilità già prevista per gli investimenti nella difesa anche alle spese per la crisi energetica. Lettera in cui Meloni ha esplicitamente minacciato, in caso di rifiuto, di non potere onorare gli impegni assunti proprio sulla spesa militare.
Comunque si concluda la trattativa con la Commissione (non è da escludere che Von der Leyen venga incontro a Meloni, ancora una volta), si può sottoscrivere quanto meno il giudizio di Massimo Franco, che sul Corriere della sera si conferma un virtuoso dell’eufemismo: «Da fiore all’occhiello di Palazzo Chigi, la politica estera è diventata fonte di qualche imbarazzo per la maggioranza di governo».
Per quanto riguarda la misteriosa genesi del punto 8 della mozione kamikaze, cancellato nel pomeriggio dopo qualche ora di sbandamento, i retroscena dei giornali attribuiscono a Meloni la convinzione che sia stata una trappola della Lega, e in particolare del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, uno che è riuscito a distinguersi per le sue posizioni filo-putiniane persino all’interno di un partito guidato da Matteo Salvini. Motivo per cui sarei quasi tentato di definire la vicenda, più che un caso politico, un caso di guerra ibrida. Ma qui è soprattutto l’atlantismo ibrido di Meloni, la non strategica ambiguità di tutta la sua politica, nazionale, internazionale ed europea, a mostrare i suoi limiti e a ritorcersi contro di lei (oltre che, purtroppo, contro di noi).
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