Renzi, Briatore, Simona Ventura e il mondo che non riconosce più i ruoli

Maggio 20, 2026 - 05:43
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Renzi, Briatore, Simona Ventura e il mondo che non riconosce più i ruoli

Ieri pomeriggio ho fatto un esperimento. Ho preso uno stralcio di un pezzo sul decennale della morte di Marco Pannella, e l’ho mandato a un po’ di amici, col messaggio: indovina chi l’ha scritto. Ho fornito alcuni indizi, anche. Per esempio: la persona che qui voleva ricordare Pannella si è aperta un Substack per l’occasione. Il pezzetto selezionato faceva così.

«Per chi è troppo giovane o semplicemente non lo ha seguito: Pannella è stato una delle persone più libere che io abbia mai avuto modo di studiare. Radicale nel senso vero del termine. Scomodo. Instancabile. Uno che ha passato cinquant’anni a battersi per diritti che oggi molti danno per normali senza sapere neanche da dove arrivino. Io però vi dico subito una cosa poco elegante: non l’ho mai votato. Ero qualunquista, mi facevo i fatti miei e quando vedevo un picchetto [credo intenda: un banchetto per la raccolta firme, ndS] cambiavo strada. Oggi un po’ me ne vergogno».

Lo zero per cento dei miei interlocutori ha indovinato che, ad aprirsi una newsletter perché le urgeva parlare del decennale della morte di Pannella, era stata Simona Ventura. Non hanno indovinato per la stessa ragione per cui è ormai impossibile distinguere la realtà dalla parodia: non ci sono moduli che rendano prevedibili e riconoscibili i territori.

Simona Ventura parla di Pannella, Carlo Calenda si fotografa i tatuaggi, i giornalisti di spettacolo americani si aspettano che all’ultima puntata del varietà di Colbert ci sia ospite il Papa, gli intellettuali vanno ospiti nei programmi di cucina, i cuochi svettano nelle classifiche dei libri.

C’è un pezzetto interessante in coda alla puntata del podcast di Alessandro Cattelan della quale è ospite Matteo Renzi, è un pezzetto nel quale nessuno cita la volta in cui a una chat su Signal aggiunsero per sbaglio il direttore dell’Atlantic, e quella chat doveva servire a decidere quando bombardare lo Yemen, ma non importa, perché è come se ne parlassero.

Renzi racconta che capì che era cambiato il mondo a novembre 2016, quando Donald Trump vinse le elezioni, e lui – lui Renzi, allora presidente del Consiglio – pensava di dover passare per gli abituali canali ufficiali per la telefonata di congratulazioni. Con Obama, andava che si stabiliva un orario in cui qualcuno dalla Casa Bianca ti avrebbe chiamato su una linea sicura, qualunque cosa significhi.

Loro – loro Renzi e Cattelan – non se lo ricordano, ma c’era stato un piccolo dramma otto anni prima, quando era diventato presidente Obama, e i telefoni con cui esplorare il mondo c’erano da poco ma c’erano, e l’Obama era affezionatissimo al suo Blackberry (stavo per scrivere «il Blackberry di Barry», poi mi sono vergognata), e aveva raccontato con grande scoramento che i servizi gliel’avevano sequestrato, perché il presidente degli Stati Uniti mica può star lì a mandare i messaggini, tutto quel che comunica deve restare agli atti del Congresso, deve passare da canali ufficiali.

Otto anni dopo, arriva il Donald, che come linea generale non è esattamente ligio alle regole. Renzi lo capisce perché la Merkel gli dice che non si sa come contattare Trump, quello non rispetta le gerarchie delle chiamate, dovrebbe prendere prima quelle degli alleati e invece va a casaccio, e a quel punto Renzi – che essendo italiano è imbattibile quanto ad aggirare fantasiosamente le regole – chiama Briatore. Essendo il Flavio, me n’ero pure dimenticata, il Trump italiano: Flavio Briatore aveva condotto l’edizione locale di “The Apprentice”, il reality che impiegava Trump prima che lo impiegasse la Casa Bianca.

Renzi lo chiama, e Briatore dice certo, che problema c’è, chiamo la sua segretaria (Renzi ha l’ardire di chiamarla «personal assistant», e sentirlo pronunciare «assistant» è una cosa che fa male al cuore, e lo dico da tifosa delle pronunce italiane quando si parla inglese; Renzi non dice «Boston» ma non dice neppure «Baaast’n»: Renzi è uno che pronuncia come Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, è uno che dice «ghèp» quando dovrebbe dire «gap»).

E poco dopo l’assistente del Donald lo chiama e gli dice ma no, ma quale linea sicura, chiama lui sul cellulare, e io penso al direttore dell’Atlantic, alla chat di Signal, ai giornalisti di tutto il mondo che hanno il numero del capo del mondo libero, al Donald che di notte fa gli squillini, e so che è finito tutto, e io lo so, voi lo sapete, ma Renzi non lo sa, finge di saperlo ma non lo sa.

Perché nello stesso podcast dice che la povertà e la violenza si combattono con le lauree, e Matteo, io non so come dirtelo, ma c’è stata la riforma Berlinguer, una laurea non conta più un cazzo perché lo scopo precipuo dell’università non è più (da ormai tre decenni) selezionare i bravi, ma produrre più laureati possibile: ci hai parlato con un laureato di recente? Dopo che la lira è andata fuori corso? Ti sei accorto che sono analfabeti?

Non valgono più i vecchi schemi, Matteo. Io lo so che era più comodo: sapevamo che se andavamo in un albergo a cinque stelle il concierge si ricordava di noi, che se parlavamo con un laureato quello sapeva più cose di noi, che se compravamo un libro non ci trovavamo più errori d’italiano che nel compito di nostro nipote dodicenne, che i treni partivano all’ora segnata sull’orario e salvo casi eccezionali arrivavano a quella prevista, che ai concerti i cantanti facevano i grandi successi (tranne se erano Bob Dylan), che d’inverno faceva freddo, che il primo maggio cantavano “Bella ciao” in piazza, che d’estate non si vendeva il panettone al supermercato. Era un mondo con dei parametri prevedibili e rassicuranti.

Adesso abbiamo Simona Ventura che dice di Pannella «L’ho conosciuto davvero solo negli ultimi anni della sua vita, guardando le immagini inedite dei suoi ultimi cento giorni», e non si capisce cosa intenda, l’ha conosciuto negli ultimi anni nel senso che l’ha incontrato, non so, cinque anni prima che morisse? O tutto quel che sa di lui l’ha scoperto dopo la di lui morte guardando le immagini degli ultimi tre mesi della di lui vita? Non si sa, e non è neanche importante indagare, perché è tutto a casaccio, non solo la sintassi.

Non è solo l’ennesima newsletter, ma una crepa da cui entra la luce dello spirito del tempo, ed è una luce buia o accecante, a seconda del lato da cui vi gira oggi lo spirito poetico. Simona Ventura su Pannella vale quanto il 110 e lode appeso in salotto: niente, o tutto, che ormai è uguale.

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