Trump si è fatto lo scudo fiscale permanente per sé, i suoi figli e le aziende

Il governo degli Stati Uniti accetta di essere «per sempre escluso» dalla possibilità di perseguire o riesaminare le questioni fiscali correnti di Donald Trump, dei suoi figli e della Trump Organization. È questa la formula contenuta nell’accordo pubblicato dal dipartimento di Giustizia che ha trasformato una causa sulle dichiarazioni dei redditi del presidente in uno dei casi politico-istituzionali più controversi del secondo mandato trumpiano.
L’intesa nasce dalla causa da 10 miliardi di dollari avviata da Trump contro l’agenzia delle entrate americana e il Tesoro dopo la diffusione delle sue dichiarazioni fiscali. Formalmente l’accordo prevede scuse ufficiali del governo federale e nessun pagamento diretto al presidente. Ma dentro quelle poche righe c’è molto di più: l’amministrazione si impegna infatti a rinunciare stabilmente a determinate contestazioni fiscali nei confronti del presidente, dei suoi figli e delle sue aziende.
Il dipartimento di Giustizia ha precisato che l’intesa riguarda i controlli già esistenti e non eventuali verifiche future. Ma il significato politico resta enorme. Per gli esperti americani è difficilissimo trovare precedenti simili. Daniel Werfel, ex commissario dell’agenzia delle entrate durante l’amministrazione Biden, ha spiegato di non conoscere casi in cui il fisco abbia accettato preventivamente di rinunciare ai controlli su una specifica persona o società. «Che tu sia il presidente o un normale cittadino, le regole dovrebbero essere uguali per tutti», ha detto.
La questione, però, non riguarda soltanto il fisco. Perché lo stesso accordo ha aperto la strada alla creazione dell’Anti-Weaponization Fund, un fondo da 1,776 miliardi di dollari pensato per compensare persone che ritengono di essere state perseguitate politicamente dal dipartimento di Giustizia negli anni di Joe Biden. A presentarlo è stato l’attuale ministro della Giustizia ad interim Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, che lo ha definito uno strumento per dare ascolto alle vittime dell’uso politico delle istituzioni federali.
Ed è qui che il caso assume una portata molto più ampia. Durante un’audizione al Senato, Blanche non ha escluso che anche persone coinvolte nelle violenze del 6 gennaio 2021 possano chiedere compensazioni economiche. Incalzato dai democratici sulla possibilità che individui condannati per aver aggredito agenti di polizia al Campidoglio possano ricevere fondi pubblici, il capo del dipartimento di Giustizia ha risposto che chiunque ritenga di essere stato vittima di persecuzione politica potrà fare domanda.
La risposta ha immediatamente incendiato Washington. Per i democratici si tratta di un abuso di potere senza precedenti, una trasformazione del dipartimento di Giustizia in uno strumento politico direttamente al servizio del presidente. Il senatore Chris Van Hollen ha parlato di «furto di denaro pubblico», mentre Chris Coons ha definito il fondo una gigantesca cassa politica per premiare fedelissimi e rivoltosi del 6 gennaio. Ma segnali di disagio sono arrivati anche dal Partito repubblicano. Il leader della maggioranza al Senato John Thune ha detto di «non vedere lo scopo» del fondo, mentre Bill Cassidy lo ha definito apertamente una «cassa nera».
Il nodo centrale è il concetto di uso politico della giustizia. Trump sostiene da anni che il dipartimento di Giustizia sotto Biden sia stato utilizzato contro di lui e contro il mondo conservatore. Ora quella narrativa rischia di diventare dottrina ufficiale dell’amministrazione. Non più soltanto una denuncia politica, ma un principio capace di produrre effetti economici, giuridici e istituzionali.
È anche un passaggio cruciale nella riscrittura della memoria del 6 gennaio. Prima sono arrivati gli atti di clemenza nei confronti dei partecipanti all’assalto al Campidoglio. Adesso potrebbe arrivare persino la possibilità di compensazioni economiche per chi sostiene di essere stato perseguitato politicamente. Il messaggio implicito è che gli imputati del 6 gennaio non siano più considerati responsabili di un attacco alla democrazia americana, ma vittime di un apparato statale politicizzato.
Per questo il caso va ben oltre il contenzioso fiscale di Trump. In gioco c’è il rapporto tra presidenza e giustizia federale, il confine tra interesse pubblico e interesse personale del capo dell’esecutivo, ma soprattutto la natura stessa delle istituzioni americane nell’era trumpiana. Per i critici, il rischio è che il dipartimento di Giustizia smetta definitivamente di essere percepito come arbitro indipendente e diventi invece il luogo in cui il potere politico decide chi debba essere punito, perdonato o addirittura risarcito.
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