Perché i servizi segreti vogliono il Dna dei leader, e cosa se ne fanno

Maggio 20, 2026 - 05:43
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Perché i servizi segreti vogliono il Dna dei leader, e cosa se ne fanno

Il momento è durato pochi secondi, ma è bastato a innescare un dibattito che mescola intelligence, biologia molecolare e geopolitica. Durante la visita di Donald Trump a Pechino, il presidente  degli Stati Uniti, che per decenni ha dichiarato di non bere alcol collegando questa scelta alla morte del fratello Fred per alcolismo, ha sollevato un bicchiere e ha bevuto un sorso brindando con il padrone di casa Xi Jinping. Subito dopo, sia lui sia il leader cinese hanno consegnato i rispettivi calici ai propri assistenti. Gesto coordinato, niente di casuale: due macchine di sicurezza che si muovono in parallelo, ognuna con le proprie procedure operative.

Il dibattito che ne è seguito sui social ha oscillato tra il complottismo e la sottovalutazione. La realtà è più sobria e più interessante: recuperare campioni biologici da leader stranieri è una pratica di intelligence consolidata, documentata, con una storia lunga almeno settant’anni.

Da un bicchiere da cui si è bevuto è possibile raccogliere due tipi di materiale biologico: il cosiddetto Touch Dna, cioè cellule epiteliali depositate dal contatto delle dita, e la saliva depositata sul bordo. Studi di medicina forense dimostrano che da bicchieri è possibile estrarre profili Str (Short Tandem Repeat) sufficienti a identificare con precisione un individuo, sebbene la concentrazione vari in funzione del materiale, della temperatura e del tempo trascorso. Un profilo così ottenuto dice chi è la persona; può rivelare predisposizioni ereditarie a certe patologie. Non dice però se la malattia si è manifestata, con quale intensità, e soprattutto quali farmaci vengono assunti.

Per questo le agenzie di intelligence preferiscono fonti biologiche più ricche: escrementi e urina, che contengono marcatori farmacologici, ormoni, metaboliti batterici e indicatori di stress metabolico. È la differenza tra un’istantanea del profilo genetico e un referto clinico dinamico. Le impronte digitali, in assenza di materiale biologico, forniscono soltanto identità, non biometria sanitaria: ecco perché i protocolli di sicurezza per i bicchieri e per gli oggetti toccati sono analoghi ma non equivalenti.

Negli anni Ottanta, mentre le condizioni di salute del presidente filippino Ferdinand Marcos si deterioravano, un team della Central Intelligence Agency raccolse campioni di urina e feci senza che lui lo sapesse. In un caso, Marcos era in visita negli Stati Uniti e il servizio d’intelligence ottenne un campione attraverso servizi igienici che scaricavano in un serbatoio su una nave della Marina. L’operazione più nota rimane la finta campagna vaccinale anti-epatite B ad Abbottabad, Pakistan, progettata per raccogliere il Dna della famiglia di Osama bin Laden e confrontarlo con quello di una sorella già in possesso dei servizi statunitensi.

La disciplina si chiama medical intelligence. La Cia ha un centro dedicato, il Medical, Psychological and Health Security Center, che impiega medici specializzati in psichiatria, cardiologia e neurologia per valutare leader stranieri. L’obiettivo è evitare la sorpresa strategica: non scoprire troppo tardi che un leader alleato o avversario è malato. Il caso più citato come fallimento è lo Scià di Persia: nel 1979 Washington non sapeva quanto fosse grave la malattia di Reza Pahlavi, e quando fuggì dall’Iran consegnò il potere ai rivoluzionari islamici.

Il caso più discusso degli ultimi anni riguarda Vladimir Putin. Secondo un’inchiesta dei giornalisti Régis Gente e Mikhail Rubin pubblicata su Paris Match, i rifiuti biologici del presidente russo vengono sigillati in sacchetti speciali e rimpatriati a Mosca in valigie dedicate, gestite dal Servizio federale di protezione (Fso). La pratica sarebbe documentata almeno dal 2017, durante la visita in Francia, e sarebbe proseguita in Arabia Saudita nel 2019 e al summit in Alaska con Trump. Prove indipendenti e verificabili della pratica non sono state prodotte pubblicamente: la storia rimane riportata ma non confermata nel senso tecnico del termine. Il razionale, però, è scientificamente solido.

Kim Jong Un adotta misure analoghe e più documentate. Per il summit con Trump del 2018, e per le successive trasferte diplomatiche il leader nordcoreano ha viaggiato con un gabinetto portatile installato sul suo treno blindato. Nel settembre 2025, a Pechino per la parata degli ottant’anni dalla resa giapponese, due membri del suo entourage sono stati ripresi mentre pulivano meticolosamente ogni oggetto toccato da Kim dopo il bilaterale con Putin. Nel 2019, a Nanning, sua sorella Kim Yo Jong era presente con un posacenere per raccogliere la cenere e il mozzicone della sigaretta del leader; il mozzicone è stato rimesso nella scatola. Un funzionario dell’intelligence sudcoreana ha spiegato la logica a Nikkei Asia: le condizioni fisiche del leader supremo hanno un impatto decisivo sul regime, e Pyongyang fa ogni sforzo per sigillare qualsiasi cosa relativa a lui, come capelli, escrementi, oggetti di contatto.

Le ragioni di questi protocolli si articolano su più piani, non sempre separabili. Il primo è la riduzione del rischio di avvelenamento o sabotaggio: un bicchiere che passa attraverso una catena di custodia non controllata è un vettore potenziale non solo di intelligence ma di attacco fisico, e la storia diplomatica offre precedenti sufficienti a giustificare la precauzione. Il secondo è il controllo della catena di custodia in senso stretto – chi ha toccato quell’oggetto, quando, in quale contesto – una preoccupazione che riguarda tanto la sicurezza fisica quanto la possibilità di contestare o ricostruire eventi in sede diplomatica. Il terzo piano è il rischio reputazionale e politico: per un servizio di protezione, apparire eccessivi ha un costo molto più basso che risultare negligenti. La combinazione di questi fattori spiega perché i protocolli si applicano indiscriminatamente – bicchieri, penne, posacenere, superfici – indipendentemente dalla valutazione concreta del rischio nel singolo caso.

Sul piano offensivo la distinzione tra democrazie e autocrazie è meno netta di quanto si pensi. L’asimmetria è invece marcata sul piano difensivo, e risponde a una logica di sistema. In una democrazia la salute del capo di governo è questione di trasparenza pubblica. La successione è regolata costituzionalmente. In un sistema autocratico la salute del leader è un pilastro della stabilità: la sua malattia può incoraggiare congiure interne, accelerare transizioni non regolate, o essere usata da potenze straniere per condizionare le negoziazioni. Il bicchiere sul tavolo del bilaterale non è un oggetto cerimoniale: è un vettore di intelligence.

La domanda più radicale è se conoscere il Dna di un leader consenta di sviluppare armi biologiche capaci di colpirlo in modo mirato. In via teorica sì: un governo potrebbe modificare geneticamente un patogeno per renderlo letale solo per un bersaglio specifico. La capacità non esiste ancora, ma la direzione preoccupa. Un’analisi pubblicata nel 2025 su Intelligence and National Security classifica l’arma biologica etnica su larga scala come impossibile – il grado di omogeneità genetica necessario non esiste nelle popolazioni moderne – mentre armi mirate a un singolo individuo restano nell’orizzonte del possibile ma non dell’immediato. Un documento della US Naval Institute del giugno 2021 è più diretto: agenti patogeni sintetici ad alta trasmissione asintomatica potrebbero circolare nella popolazione finché non raggiungono un bersaglio con specifiche vulnerabilità genetiche. E, aggiunge il documento, procurarsi il Dna di un presidente o di un ammiraglio è operativamente facile.

Le precauzioni intorno al bicchiere di Trump, o alla valigia di Putin, non sono paranoia. Sono la risposta razionale a un ambiente in cui la biologia molecolare è diventata uno strumento di intelligence, e in cui il confine tra campionamento diagnostico e weaponizzazione rimane sottile, poroso, e in rapido spostamento.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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