L’attivista palestinese mette la sinistra con le spalle al muro: «Smettete di compiacere l’islam politico. A loro non piacete»

11 Giugno 2026 - 17:39
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L’attivista palestinese mette la sinistra con le spalle al muro: «Smettete di compiacere l’islam politico. A loro non piacete»

Yasmine Mohammed Occidente suicida

«Che cosa dobbiamo fare per farci benvolere dai musulmani?». È la domanda che, secondo Yasmine Mohammed, l’Occidente, in particolare certa sinistra, continua a ripetersi da anni. Ed è, per l’attivista canadese di origine egiziana e palestinese, la domanda sbagliata. «Mi oppongo fermamente», dice in un’intervista a Feminist Post. Poi affonda: «A loro non piacete». Parole che dovrebbero essere ascoltate. Anche perché non arrivano da una voce qualsiasi, a pronunciarle è una donna che il fondamentalismo islamico lo ha conosciuto sulla propria pelle. Nata in Canada da una famiglia egiziano-palestinese, ex musulmana, Yasmine Mohammed racconta di essere stata costretta a sposare un membro di al-Qaeda, un’esperienza da cui è riuscita a uscire per salvare sé stessa e sua figlia. Autrice di Senza Velo. Come l’Occidente rafforza l’Islam radicale, da anni denuncia la condizione di chi fugge dall’islam politico, il controllo religioso sulle donne e sulle coscienze, e prova a mettere in guardia l’Europa dai suoi cedimenti più pericolosi.

L’illusione dell’integrazione automatica

Il punto, sostiene, non è l’immigrazione in sé. È l’illusione occidentale che basti offrire welfare, diritti, sanità, istruzione e sicurezza per ottenere automaticamente riconoscenza, integrazione, adesione ai sacri valori democratici. «Vengono in questi Paesi perché c’è pulizia, c’è assistenza sanitaria, c’è istruzione», spiega. «Hanno così tante libertà qui che non hanno nei loro Paesi, ma questo non significa che amino la civiltà occidentale. Significa che sono disposti a usarla. È una questione di opportunità».

 

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È una frase dura, certamente. Ma il punto è proprio questo: l’Occidente, mentre continua a interrogarsi su come apparire più accogliente, più indulgente, più disposto a concedere, dimentica la domanda decisiva: chi arriva accetta davvero le regole di casa? La parità tra uomo e donna, il primato della legge civile, il diritto di criticare una fede, la separazione tra religione e Stato, il rifiuto del controllo comunitario sulle coscienze. Tutto ciò che qui viene considerato normale, altrove può essere percepito come una minaccia.

Il ricatto dell’«islamofobia»

Mohammed attacca soprattutto il ricatto dell’«islamofobia», parola che a suo giudizio viene usata per bloccare ogni critica. «Non vogliono che nessuno metta un freno a queste pratiche», dice. E aggiunge: «Quando cercano, attraverso i loro metodi sovversivi, di fare tutte queste cose che sono dannose per l’Occidente, dobbiamo alzarci e opporci». Anche a costo di essere definiti «bigotti», «islamofobi», «razzisti». La sua conclusione è secca: «Chi se ne frega? Qual è l’alternativa?».

Da anni una parte dell’Occidente sembra più preoccupata di non essere accusata di intolleranza che di difendere ciò che la rende libera. Si censura, arretra, abbassa la voce, cambia linguaggio, evita i temi scomodi. Ma così facendo, avverte la scrittrice e attivista, non protegge le minoranze: lascia sole proprio le persone che avrebbero più bisogno di essere ascoltate. Le donne iraniane, le dissidenti, gli ex musulmani, chi ha vissuto sulla propria pelle il peso del fanatismo.

Per l’attivista canadese, le donne che vivono sotto il regime degli ayatollah sono «come dei supereroi». E il paragone pesa. Perché mentre loro rischiano carcere, botte e morte per togliersi il velo o sfidare il potere religioso, in Europa c’è chi tace per paura di un’etichetta. «Quando guardi quelle donne e poi dici: “Non voglio parlare perché qualcuno potrebbe darmi dell’islamofoba”, beh, è imbarazzante», osserva. «Dobbiamo essere più coraggiosi, e dobbiamo proteggere la civiltà che abbiamo, proteggere i progressi che abbiamo fatto, specialmente come donne».

I dissidenti lasciati soli

La denuncia è ancora più forte quando Mohammed parla degli ex musulmani. Attraverso la sua organizzazione non profit, la Clarity Coalition, sostiene chi ha lasciato l’islam in Europa e in altri Paesi. Quelle voci, racconta, finiscono spesso stritolate tra due silenziatori: da una parte i tradizionalisti religiosi del mondo islamico, che non vogliono critiche; dall’altra la sinistra occidentale, che preferisce non ascoltare chi incrina la narrazione patinata del multiculturalismo senza conflitti. «Siamo bloccati nel mezzo», dice. «Né l’Oriente né l’Occidente vogliono ascoltare la nostra voce». Insomma, l’Occidente concede spazio a chi lo accusa, ma sospetta di chi lo difende; tollera chi ne sfrutta le libertà e punta all’indice chi chiede di proteggerle.

Mohammed non chiede crociate. Chiede lucidità. «La cosa più frustrante è che nessuno ama l’Occidente più di persone come me, che hanno la consapevolezza che non avremmo mai ottenuto le nostre libertà se non avessimo vissuto in Occidente. Noi capiamo il valore dell’Occidente. Ma quando urliamo affinché l’Occidente protegga se stesso, è perché capiamo benissimo contro cosa vi state scontrando. Noi l’abbiamo vissuta, questa vita. E il fatto che veniamo demonizzati è come se l’Occidente fosse incline al suicidio. Ecco cosa sembra a volte».

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