Lavorare non è un “gioco”. Ma in Italia i baby lavoratori aumentano
«Lo sfruttamento del lavoro minorile costituisce una violazione intollerabile dei diritti dei bambini e continua a incidere in modo profondo e duraturo sulle loro vite, compromettendone la crescita, la salute e l’equilibrio psicologico. Milioni di bambine e bambini nel mondo vengono privati dell’infanzia, esposti a condizioni che ne mettono a rischio l’integrità fisica e negano loro l’accesso all’istruzione e alle opportunità di sviluppo», dichiara Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children, in occasione della Giornata internazionale contro il lavoro minorile.
«Anche in Italia persistono situazioni di sfruttamento spesso sommerse, che colpiscono i più piccoli, ostacolandone lo sviluppo armonico e limitandone fortemente il futuro, in palese contrasto con i principi fondamentali di tutela e protezione dell’infanzia» ricorda ancora D’Errico.
Raddoppiano i lavoratori minorenni
In occasione del 12 giugno, inoltre l’Unicef Italia presenta il 4° Rapporto statistico Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro. Dal report emerge come tra il 2020 e il 2025, il numero di minorenni (15-17 anni) che lavorano in Italia è più che raddoppiato, passando da 35.505 a 81.565 unità.
I settori predominanti per l’impiego minorile risultano essere il lavoro dipendente (esclusi operai agricoli e domestici) e il settore agricolo.
Osservando la fascia di età entro i 19 anni il numero dei lavoratori è passato dalle 310.400 unità del 2021 alle 427.072 rilevate nel 2024, segnando un incremento complessivo del 37,6%.
L’occupazione giovanile si concentra prevalentemente in alcune aree del Paese: la Lombardia guida la classifica con una media di 60.501 occupati, seguita da Veneto (39.138), Emilia-Romagna (34.202), Lazio (29.651) e Puglia (25.625)
Il report disponibile online
Il Report 2026 di Unicef Italia esamina nel dettaglio il quinquennio 2020-2024, attraverso l’elaborazione di dati estratti dai principali database pubblici nazionali.
Presenta un focus sui lavoratori minorenni di età compresa tra i 15 e i 17 anni, analizzando, inoltre, dove possibile, anche i primi dati disponibili relativi al 2025; propone un’indagine strutturata sulla categoria di lavoratori entro i 19 anni di età; riporta i dati relativi alle denunce di infortunio totali e con esito mortale registrate tra i lavoratori entro i 19 anni di età nel quinquennio 2020-2024.
È possibile scaricare il rapporto qui.
Infanzia e adolescenza hanno diritti non negoziabili
«L’articolo 32 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è esplicito nel riconoscere a ogni bambino, bambina, ragazzo e ragazza il diritto “ad essere protetto contro lo sfruttamento economico e a non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”. Questo diritto non è negoziabile — e i dati che questo Report porta alla luce ci dicono quanto in Italia la distanza tra il suo riconoscimento formale e la sua attuazione concreta sia ancora significativa» ha dichiarato Nicola Graziano, presidente dell’Unicef Italia.
Il Report viene presentato oggi – 12 giugno – in un incontro online “Tutelare i diritti dei minorenni che lavorano”, (alle ore 12) nell’ambito delle “Officine Unicef”, introdotto da un videomessaggio del presidente Nicola Graziano. È possibile seguire l’officina su Youtube qui.
Secondo le stime della ricerca “Non è un gioco”- condotta da Save the Children in collaborazione con la Fondazione Di Vittorio nel 2023, in Italia quasi un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni (il 6,8%) svolgeva o aveva svolto l’anno prima una attività lavorativa, ma la percentuale cresce tra i 14-15enni.
Un adolescente su 5 coinvolto nel lavoro
In questa fascia d’età un adolescente su 5 (il 20%) svolgeva o aveva svolto l’anno prima un’attività lavorativa e poco più di un 14-15enne su 4 (il 27,8%, circa 58mila adolescenti) aveva affrontato lavori particolarmente dannosi per i percorsi educativi e il benessere psicofisico perché svolti in maniera continuativa durante il periodo scolastico, oppure in orari notturni o comunque percepiti da loro stessi come pericolosi.
I settori in cui è maggiore l’incidenza del lavoro minorile sono la ristorazione (25,9%) e la vendita al dettaglio nei negozi e in attività commerciali (16,2%), ma i minori lavorano anche in campagna (9,1%) o nei cantieri (7,8%) e dal rapporto emergono anche forme di lavoro online (5,7%).
Baby influencer e reselling le nuove frontiere
Si tratta di “lavori” come influencer e content creator, nuove categorie che cercano di inquadrare chi lavora nei e con i social network. «Se facessimo un nuovo approfondimento, probabilmente questa percentuale sarebbe più alta, è un campo ancora poco conosciuto», commenta la responsabile del dipartimento di analisi e ricerca di Save the Children Italia Antonella Inverno su In Terris. Le principali “attività” sono la produzione di contenuti per le piattaforme e il reselling (fenomeno che negli anni ha visto adolescenti guadagnare cifre ingenti dalla rivendita di oggetti di moda a tiratura limitata – ndr.) «in contesti non idonei alla loro età e in mercati non sempre regolari, con rischi legati alla privacy e alla gestione dei loro diritti, senza dimenticare l’impatto sullo studio e sulla scuola, dato che i ragazzi passano molte ore connessi sui dispositivi».
Studenti lavoratori, il rischio abbandono dello studio
La ricerca “Domani (Im)possibili”, pubblicata dall’organizzazione nel 2024, ha evidenziato che il 43,7% degli adolescenti tra i 15 e i 16 anni intervistati aiutasse la famiglia ad affrontare le spese in diversi modi: tra questi, il 18,6% aveva svolto o svolgeva qualche attività lavorativa per coprire le proprie spese senza pesare sulla famiglia e il 12,3% per contribuire alle spese della famiglia.
«I minori che lavorano precocemente hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola o di frequentarla in modo discontinuo, aumentando il rischio di avere in futuro un lavoro a basso reddito oppure di rimanere intrappolati nella condizione di Neet», sottolinea D’Errico.
Far emergere il fenomeno per prevenirlo
«Per prevenire e contrastare davvero il lavoro minorile servono misure concrete che agiscano su più fronti: dati solidi e aggiornati per rendere visibile il fenomeno, interventi di contrasto alla povertà economica delle famiglie e azioni strutturali contro la dispersione scolastica, garantendo percorsi efficaci di inserimento, reinserimento e riorientamento scolastico», continua. «È inoltre fondamentale potenziare un sistema di presa in carico a livello territoriale dei minori che subiscono lo sfruttamento lavorativo e del loro nucleo familiare, con un raccordo tra servizi pubblici e terzo settore per garantire un percorso di protezione e reinserimento; promuovere l’introduzione di piani di sostegno personalizzati per i ragazzi e le ragazze che rischiano di interrompere gli studi anticipatamente e assicurare un sistema capillare di controlli sul territorio».
Un progetto sul territorio
Save the Children è impegnata dal 2022 nel progetto “Liberi dall’invisibilità”, implementato nella “fascia trasformata” in provincia di Ragusa, un contesto legato allo sfruttamento del lavoro agricolo, in partenariato con l’associazione I tetti colorati onlus e la Caritas diocesana di Ragusa.
Il progetto realizza attività per minori e famiglie che vivono in condizioni di vita disagiate, spesso in stato di isolamento e marginalizzazione. Liberi dall’invisibilità, attraverso il quale sono state supportate dal 2022 a fine 2025 665 persone, di cui 309 adulti e 356 minori – vuole rimuovere gli ostacoli che impediscono a bambine/i e ragazze/i e alle loro famiglie di raggiungere una migliore condizione di vita e l’accesso a diritti ed opportunità di crescita sana.
In apertura photo by Iain Feeney on Unsplash
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