Lazzati: edificare la “polis”, vocazione dei cristiani

Maggio 15, 2026 - 08:07
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Lazzati: edificare la “polis”, vocazione dei cristiani
Giuseppe Lazzati_giovaniGiuseppe Lazzati fra i giovani

Tratto da Giuseppe Lazzati testimone e maestro. Eredità e profezia di un laico secondo il Vangelo (in Dialogo 2026).

 

Il diritto-dovere universale (di tutti i cittadini) alla politica e alla partecipazione, pur in varie forme, per Giuseppe Lazzati è prescritto a fortiori ai laici cristiani. Sia perché la politica, secondo la nota espressione di Paolo VI – il Papa legatissimo a Lazzati – è «forma moderna della carità», virtù teologale, cioè amore concreto per il prossimo. Sia perché (questa è una delle lezioni più caratteristiche di Lazzati, sull’onda del Concilio Vaticano II) quella della politica, nell’accezione larga di chi contribuisce a edificare la polis, è la vocazione peculiare del cristiano laico. Vocazione qui intesa in senso forte, come si conviene al lessico cristiano: cioè come chiamata di Dio, cui non ci si può sottrarre. Pena, notava Lazzati, la “diserzione”. Parola tagliente e severa desunta dal linguaggio militare. Specie per un tenente degli alpini come lui. Del resto, il Concilio si spinge sino a sostenere che chi vi si sottrae «mette in grave pericolo la propria salvezza».

L’enfasi può sembrare eccessiva e tuttavia si spiega. Innanzitutto, perché Lazzati fu testimone e maestro di più generazioni del laicato cattolico italiano in un tempo nel quale, da un lato, si trattava di instaurare e sviluppare la democrazia dopo la parentesi buia della guerra e del fascismo; dall’altro, di imprimere alla Chiesa un’apertura verso il mondo e la cultura moderna nei confronti dei quali essa aveva nutrito a lungo diffidenza, se non ostilità. Una prospettiva “estroversa” e missionaria a produrre la quale decisivo doveva essere il contributo dei cristiani laici, dopo secoli di minorità del laicato.

Il legame tra cultura e impegno politico

Lazzati non fu un politico in senso stretto, ma un universitario, cultore di materie letterarie. Per una breve stagione (dal 1946 al 1953) fece politica attiva come costituente e parlamentare nella prima legislatura repubblicana. Poi tornò ai suoi studi classici e infine alla guida dell’Università Cattolica.

Ma egli rimarcò sempre lo stretto nesso tra cultura e politica. In polemica con certo pragmatismo incline a separare la prassi politica dalla cultura, sosteneva che semmai si dovesse stabilire un legame tra la politica e la filosofia politica. Era convinto che la politica esigesse a monte una riflessione circa l’uomo e la società. Non a caso egli diffidava di una polemica allora in auge – ma anche oggi ricorrente – contro le cosiddette ideologie. Da ripudiare, certo, quelle vecchie e smentite, talvolta tragicamente. Non però al punto da rassegnarsi all’idea che si dovesse rinunciare a elaborare una visione della società giusta, storicamente possibile quale orizzonte di un’azione politica di respiro.

Si spiega così una locuzione cara a Lazzati: il «pensare politicamente». Oggi già il verbo è un problema. Ma qui merita sottolineare il senso assegnato all’avverbio «politicamente». Lazzati situava la sua riflessione storicamente e con specifico riguardo alla condizione dei cattolici italiani. Alle spalle essi avevano una cesura. Il «non expedit» (né eletti né elettori del vecchio Stato liberale unitario) dettato dal magistero per la rottura tra Stato e Chiesa e, a seguire, la parentesi del fascismo che inibiva la partecipazione democratica. I cattolici, cioè, non avevano alle spalle un pensiero in senso proprio politico. A colmare questo vuoto nella coscienza politica dei cattolici egli e i suoi amici “professorini” della Cattolica volevano dedicarsi. Salvo poi essere risucchiati dalla politica attiva.

Ma Lazzati sentiva l’educare al «pensare politicamente» come il compito più essenziale e comunque quello a lui più congeniale, come «uomo di scuola» (parola sua). Tanto che, a settant’anni, lasciato il rettorato dell’Università, di nuovo a questo si dedicò, dando vita all’associazione politico-culturale Città dell’uomo. Egli aveva il culto della competenza. Con formula colorita asseriva che non basta essere un buon cristiano per essere un buon sindaco. Si richiedono studio, competenza, esperienza (il Concilio parla di «vera perizia»), che vanno coltivati e affinati.

Qui si situa un’altra delle lezioni lazzatiane, da lui maturata sin dagli anni Cinquanta e che gli procurò qualche tensione con certi settori ecclesiastici romani: la cura di distinguere tra azione cattolica e azione politica. In un tempo nel quale quelle distinzioni non erano agevolmente acquisite. Né teoricamente, né tantomeno praticamente. Ancora ci si illudeva circa la persistenza di un regime di cristianità, in una società e una cultura a sfondo cristiano condiviso. Lazzati fu tra i primi e i più lucidi nel teorizzare che fosse interesse della Chiesa e della politica prendere sul serio ed essere conseguenti rispetto al versetto di Matteo del «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».

Forte anche dei suoi studi del cristianesimo primitivo (precedente la svolta costantiniana), egli sosteneva che si dovesse onorare la laicità dello Stato e delle istituzioni, che sono la casa di tutti. Sul piano comune della laicità, dentro le istituzioni di tutti, al modo di lievito e di fermento nella pasta, possono e devono esercitarsi la testimonianza e il servizio responsabile dei laici cristiani. Aperti alla collaborazione con gli uomini di buona volontà, credenti, non credenti, diversamente credenti. Facendo appello a quella facoltà universale che è la ragione umana, realizzando le convergenze etiche utili e possibili, ancorché muovendo da matrici ideali e culturali diverse. Affinando l’arte del confronto-dialogo.

Lazzati, giovane costituente, ancora in tarda età, considerava esemplare e paradigmatica l’esperienza dell’Assemblea costituente, laddove uomini e culture diverse, in passato antagoniste, riuscirono a disegnare le linee portanti della Repubblica, la «casa comune ove siamo chiamati ad abitare insieme» (Aldo Moro).  Sono sicuro che avrebbe apprezzato il diniego alla unilaterale e forzosa manomissione della Costituzione.

 

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