Rom, oltre gli sgomberi: Milano cambia rotta
Bambini pronti per andare a scuola (foto Comunità Sant'Egidio)
Negli ultimi vent’anni la situazione delle famiglie rom a Milano ha attraversato un profondo cambiamento, passando da una fase caratterizzata da sgomberi continui e forte marginalità a un sistema più organizzato di accoglienza e inclusione. Nei primi anni Duemila, la città viveva una fase di forte conflitto sociale: centinaia di sgomberi ripetuti colpivano sempre gli stessi nuclei, costretti a spostarsi da baraccopoli a cascine abbandonate e aree industriali dismesse. In questo contesto, la baraccopoli di via Bovisasca, con oltre 700 persone, rappresentava uno dei casi più emblematici. Le condizioni erano spesso estreme, con episodi drammatici legati a incendi, povertà e assenza di servizi essenziali.
La Diocesi e il mondo cattolico
In quegli anni, anche l’Arcidiocesi di Milano denunciava pubblicamente il superamento della soglia dei diritti umani, mentre figure come il cardinale Dionigi Tettamanzi sottolineavano la necessità di «ascoltare la miseria per superarla». Tuttavia, la risposta istituzionale era prevalentemente emergenziale e basata sugli sgomberi, che non risolvevano le cause della marginalità.
Un cambiamento progressivo è avvenuto grazie all’impegno di realtà del terzo settore e del mondo cattolico, in particolare Casa della carità, Caritas ambrosiana e Comunità di Sant’Egidio. Queste organizzazioni hanno avviato percorsi di accoglienza, scolarizzazione e inserimento abitativo, spesso partendo da interventi di emergenza, ma evolvendo verso progetti strutturati insieme al Comune di Milano. Un punto di svolta è stato il passaggio da iniziative isolate e autofinanziate a un sistema pubblico-privato coordinato di centri di accoglienza e percorsi di autonomia.
La centralità della scuola
Le storie raccontate nel servizio pubblicato sul numero di maggio de Il Segno mostrano come l’accesso alla scuola sia diventato centrale: da bambini che non frequentavano alcuna classe si è passati, nel tempo, a una normalizzazione dell’istruzione, fino all’università per alcuni giovani. La scolarizzazione viene descritta come lo strumento principale per spezzare la trasmissione intergenerazionale della povertà.
Accanto ai risultati positivi, sussistono casi di estrema marginalità, oggi più rari e intercettati da reti sociali e istituzionali. Le attività di operatori e educatori includono anche il lavoro di strada, la mediazione sanitaria e il supporto alle famiglie senza documenti o con fragilità estreme.
Infine, emerge un cambiamento culturale: non solo delle condizioni materiali, ma dello “sguardo” della città verso le comunità rom. L’inclusione viene descritta come un processo reciproco, basato su relazioni, scuola e cittadinanza attiva, che ha permesso a molte famiglie di passare dalla precarietà abitativa a forme di autonomia e integrazione stabile.
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