L’eccellente discorso di Meloni sull’Ucraina, e le parole che il campo largo non sa dire

14 Ottobre 2026 - 15:50
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L’eccellente discorso di Meloni sull’Ucraina, e le parole che il campo largo non sa dire

Il Presidente Giorgia Meloni in occasione delle comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della riunione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Senato Roma, Mercoledì 14 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) PM Giorgia Meloni on the occasion of the statements by the President of the Council of Ministers ahead of the European Council meeting of 15 and 16 October. Senate, Rome, Wednesday, 14 October 2026.(Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

La Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile. Centrali elettriche, ospedali, persino autobus che portano le persone al lavoro come nell’orrenda strage di Kramatorsk. È una strategia con la quale la Russia prova a piegare l’Ucraina con il freddo, il terrore, il buio, semplicemente perché non è riuscito a piegarla sul campo di battaglia. I fatti smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.

Questo stallo non è caduto dal cielo, lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio. So che il dibattito è acceso, anche in quest’aula, e lo rispetto, perfino lo comprendo, perché nessuno in quest’aula vogliamo la guerra, tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi. Per come la vedo io il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace, è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi come in molti auspicano e propongono, noi non avremmo la pace, noi discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo.

Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il muro di Berlino.

Nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa definirsi pace. La pace che vogliamo e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta. Perché solo una pace giusta può durare. Solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi. Dunque la posizione del governo non cambia. Sostegno a Kyjiv, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimagono i pilastri della nostra azione.

In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo. Chiaramente tutti comprendiamo e condividiamo l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. E quindi il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraina, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria sono elementi che non possiamo ignorare e che contraddicono quanto finora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.

Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche che l’Italia chiaramente sostiene. Ringraziamo il presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato disponibiità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto e interrompa l’attacco alle centrali elettriche ucraine.

Dopodiché, in un momento così compresso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi. Fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi, per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna nel famoso formato E3 ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché, sarò onesta, considero secondario che siede a quale tavolo, mi interessa a nome di chi si siede al tavolo e poter chiedere cosa. Mi interessa che l’Europa non proceda in ordine sparso e parli con una voce sola. Perché unEuropa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca di questi tempi ne abbiamo fatti abbastanza.

Il Consiglio europeo discuterà in modo specifico dell’escalation delgi attacchi ibridi russi. Ed è giusto così perché la minaccia ibrida russa è diventata il nuovo normale di questa guerra travagliata. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse nazioni europee, sono i cavi sottomarini nel Baltico, sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche, sono le campagne di disinformazione costruire per dividere le nostre opinioni pubbliche e per screditare esponenti politici considerati nemici, condizionare le elezioni fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo, la strumentalizzazione dei migranti spinti alle frontiere come armi di pressione. UN quadro di questo tipo richiede una risposta coordinata, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità che considera fondamentali: proteggere le nostre infrastrutture critiche, reti energetiche, dominio subacqueo, porti, aeroporti, sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi antidrone e antimissile, e ribadire che la sicurezza ai confini dell’Unione è indivisibile. E questo significa che nel sostenere il fianco est non possiamo perdere di vista il fianco sud. Perché difendersi oggi significa un ospedale che continua a curare sotto un attacco informatico, una centrale che nons i spegne, un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratat di potenza, è proteggere la vita quotidiana dei cittadini.

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