Meloni e Conte tengono insieme destra e sinistra, ma non sanno più dove portarle

Della lunghissima campagna elettorale della destra fa parte il capitolo della compattezza della coalizione. In questo senso, l’apertura di Giorgia Meloni sull’autonomia differenziata – la riforma meno interessante degli ultimi anni – è un chiaro regalino a Matteo Salvini in vista del congresso “sovietico”, cioè senza rivali, che la Lega terrà il 24 e 25 ottobre a Milano.
Il capo leghista, dopo mesi di tribolazioni, lo vincerà anche grazie a questi piccolo scalpo gentilmente donatogli dalla presidente del Consiglio che ha tutto l’interesse a salvare il vicepremier dalla contestazione, come al solito inefficace, dei suoi oppositori interni, le eterne promesse dei Luca Zaia e dei Massimiliano Fedriga che regolarmente sul più bello se la squagliano. Meloni lavora su tre piani intimamente connessi: il rilancio dell’azione di governo, il rafforzamento del suo partito, la compattezza della coalizione. Sul secondo e terzo punto ci siamo abbastanza. In particolare, si ha l’impressione che la campagna elettorale permanente della presidente del Consiglio stia funzionando per quel che riguarda il consenso a Fratelli d’Italia.
È un po’ lo stesso meccanismo mediatico adottato ai suoi tempi da Silvio Berlusconi, le cui uscite pubbliche facevano crescere costantemente i consensi di Forza Italia: in questo senso anche Fratelli d’Italia, checché se ne dica, è ormai un partito personale. Meloni ha aperto la sua campagna elettorale alle 19 del 4 settembre al porto di Bari per la celebrazione della durata del governo, la mitica longevità: ha tenuto un comizio privo di indicazioni, ma di forte richiamo identitario. Da quel giorno è stato un susseguirsi di iniziative pubbliche, sul territorio e davanti a ogni tipo di associazioni economiche e del mondo produttivo. E su vedono gli effetti di questi attivismo della premier su Fratelli d’Italia e sulla compattezza, registrata anche nei vari voti di fiducia e in quello segreto sulla legge elettorale, del centrodestra.
Dove le cose vanno male invece è sul piano dell’azione del governo. È una strana contraddizione: i partiti della maggioranza tengono botta ma l’esecutivo annaspa. A parte i penosi diversivi sugli alunni stranieri nelle classi e gli scarsi interventi sul prezzo dei carburanti, il governo non ha prodotto altro. Non sa come affrontare la crisi economica con un’idea di respiro. È questo il muro su cui la premier va a sbattere: l’economia. Quella reale delle famiglie massacrate dal carovita. E l’economia nel senso delle prospettive: la scena di un Giancarlo Giorgetti ieri alla Camera ne è stata una dimostrazione veramente molto triste. Non solo perché ad ascoltarlo non c’era nessuno. Ma perché ha praticamente ammesso che davanti ai nuvoloni in arrivo non sa bene cosa fare.
Siccome l’economia è il terreno sul quale si misura l’efficacia di un governo e su cui ci si giocano le elezioni, il problema è molto serio e da questo si può concludere che il governo Meloni ha esaurito la sua spinta.
Se ci fosse un’alternativa seria e credibile, Giorgia Meloni e i suoi sodali sarebbero al capolinea. Ma il campo largo, in mano a Giuseppe Conte o a Rosy Bindi – che lanciando Pier Luigi Bersani ha implicitamente sfiduciato Elly Schlein – risulta sempre meno affidabile per costruire qualcosa di diverso. Che il capo del Movimento 5 stelle stia esercitando una pressione egemonica è ormai certo. Ieri il campo largo ha trovato una convergenza parlamentare contro l’aumento delle spese militari. Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e, novità dirompente, Italia Viva hanno sottoscritto una risoluzione comune che contesta il piano di riarmo e chiede di riconsiderare gli impegni di spesa assunti in sede Nato.
La posizione non è stata ammessa al voto per un impedimento regolamentare, ma resta il fatto che la coalizione sia unita, addirittura con la firma del partito di Matteo Renzi, nel mancato rispetto degli impegni assunti dalla Nato. L’avvocato del populismo ha esultato.
Oggi in Parlamento però ci sarà l’ennesima divisione sull’Ucraina, con Conte che su questo tema sta dando l’idea di tirare molto la corda. Che potrebbe anche spezzarsi. Sarebbe il caso che il Pd lo richiamasse all’ordine: se non lo facesse, sarebbe complice. Si può essere certi che se gli convenisse l’avvocato del populismo troverebbe il modo di rompere. Antipasto di un disastro elettorale e quindi di un big bang del centrosinistra dagli esiti imprevedibili. Altro che Bersani leader.
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