Legge elettorale e ricorsi degli smemorati
La Costituzione è bellissima. Soprattutto quando serve a bocciare gli altri e ad assolvere le proprie amnesie. Sabato, alla festa del Foglio, Giuliano Amato ha riassunto l’antico vizio: “Tutto ciò che non mi piace è incostituzionale”. Un principio creativo: la legittimità delle regole dipende da chi le propone. Tra gli aderenti ai ricorsi contro la legge elettorale figurano Prodi, Finocchiaro e Bindi. Prima della Consulta, sarebbe utile una visita in archivio. Nel 1996 la tesi numero uno dell’Ulivo prevedeva il nome del candidato premier sulla scheda. Prodi dunque voleva indicarlo persino lì, mentre oggi aderisce a ricorsi che contestano anche l’obbligo di indicarlo nel programma.
L’Ulivo era forse una succursale del Ventennio? Nel 2012 Anna Finocchiaro presentò con Luigi Zanda il disegno di legge 3477: premio fisso del 15 per cento dei seggi, senza una soglia minima di voti per ottenerlo. Prevedeva anche il candidato presidente del Consiglio nel programma, lasciando ferme le prerogative del Quirinale. Nel 2013 Rosy Bindi firmò la proposta Nicoletti, numero 1116: premio nazionale in entrambe le Camere, con almeno il 40 per cento dei voti, altrimenti ballottaggio. La democrazia, evidentemente, sopportava benissimo che la sinistra provasse a rendere stabili le maggioranze. Nessuno di questi precedenti certifica la costituzionalità dello Stabilicum: i ricorsi contestano meccanismi specifici. I testi sono diversi, nel frattempo è intervenuta la Consulta e le obiezioni vanno giudicate nel merito. Soglie, proporzioni e garanzie contano. Lo stesso Amato ha criticato l’aumento delle firme necessarie per presentarsi. Ma proprio per questo il premio non può diventare un reperto fascista a seconda della maggioranza che lo propone: appartiene anche alla storia del riformismo progressista. Si può cambiare idea. Più difficile fingere che le idee di ieri siano oggi eversive solo perché le usa l’avversario. La Costituzione non è il timbro notarile dei nostri gusti politici. E prima di esercitare il diritto al ricorso converrebbe adempiere, detto con molto rispetto, al dovere del ricordo.
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