L’esercito di Israele fuori controllo: quanto ancora la Nato potrà restare a guardare?

Mentre il botta e risposta Usa-Iran continua giornalmente, minando dalle fondamenta quel fragilissimo foglio di carta velina rimasto sul fronte della diplomazia, dall’altro fronte di guerra si registrano attacchi israeliani contro la Siria e il Libano, che penetrano sempre più in profondità, fino ad aver raggiunto il punto di minacciare l’integrità territoriale turca. Questa pesante affermazione, che assume anche il tono di un avvertimento, è stata pronunciata dal leader della Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan.
Per dare puntuale descrizione delle preoccupazioni del Capo del Governo turco, riportiamo altre significative frasi estratte dalle dichiarazioni rese da Erdogan di fronte ai cronisti delle principali testate giornalistiche turche: "Stiamo anche osservando mosse provocatorie guidate da Israele nel Mediterraneo; nessuno dovrebbe intraprendere avventure lì," e ancora, ha voluto sottolineare che "la nostra risposta sarà chiara e forte se i diritti dei turchi e dei turco-ciprioti nel Mediterraneo orientale saranno violati". Per finire le sue affermazioni al calor bianco, ha anche aggiunto che l'aggressione israeliana minaccia il mondo intero e deve cessare prima possibile.
Ricordiamo che, in questo contesto d’instabilità geopolitica, Ankara ospiterà il prossimo vertice della Nato (il 7-8 luglio): l’alto consesso internazionale, presieduto dal segretario generale Mark Rutte potrebbe diventare la cornice ideale per far emergere le problematiche più pericolose che, in questo caso, riguardano i conflitti in corso nell’area Mediorientale e la reale minaccia che questi potrebbero rappresentare per i confini meridionali della Turchia.
La prevista partecipazione del presidente Trump al vertice dell’Alleanza Nord Atlantica segnerà un tassello di enorme rilevanza e potrebbe sviluppare un significativo, ulteriore passo avanti per consolidare l'unità stessa della Nato. Abituati come siamo alle esternazioni “poco diplomatiche” di The Donald, è facile prevedere il ripetersi dell'irritazione della Casa Bianca dovuta al fatto che gli alleati della Nato non si siano schierati con Stati Uniti e Israele nella guerra in Iran; il timore che ciò possa venir fuori, e costituire la vera incognita di questo prossimo vertice di Ankara, è una probabilità non trascurabile.
Non possiamo sottacere che Trump, però, ha già attaccato i Paesi europei e il Canada, tutti facenti parte dell’Alleanza Nord Atlantica, accusandoli di essere "codardi" e di non aver voluto contribuire alla riapertura dello stretto di Hormuz – opinione non proprio rispecchiante la verità storica –, una via d'acqua internazionale che tutti riconoscono essere fondamentale per l’economia del mondo.
L’attrito sopra richiamato rischia di rendere il summit di Ankara un banco di prova cruciale: mai prima d’ora l’Europa e gli Stati Uniti arriveranno al vertice annuale dell’Alleanza più distanti dalla fine della “Guerra fredda”, mentre, invece, la Turchia di Erdogan si colloca al centro della scena, riconfermando il proprio ruolo di rappresentare la porta dei confini Sudorientali della Nato e, per questa ragione, disposta a far pesare sul tavolo negoziale la propria posizione geografica e politica.
Il segretario generale Mark Rutte avrà un compito assai arduo da svolgere e siamo sicuri che adopererà tutto l’armamentario diplomatico a sua disposizione. L’anno scorso, durante il vertice dell’Aja, per evitare che le cose precipitassero, si spinse a chiamare Trump “daddy”; come ha poi aggiunto al Parlamento Europeo qualche mese fa, immaginare una “deterrenza nucleare europea è un grande azzardo, dato che avrebbe costi enormi, insostenibili per la maggior parte dei bilanci degli Stati europei”.
In conclusione, il summit turco potrà stabilire la vera profondità della frattura transatlantica e misurare la capacità dell’Ue di assumersi responsabilità nel settore difesa via via crescenti e, forse, soprattutto, ridisegnare la forza negoziale di Ankara, che già da tempo punta a presentarsi come garante dell’equilibrio geopolitico nell’intera regione. Non tralasciamo, infine, di rilevare come la presenza (o l’eventuale assenza) di Trump avrà una significativa valenza politica oltre che un enorme valore simbolico. In ogni caso, la Turchia resta e, dal nostro punto di vista, potrebbe anche confermarsi quale baricentro di una Nato in corso di cambiamento, che insegue ancora la propria stabilità.
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