L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.
Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.
Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.
Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.
«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».
Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.
Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.
Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo.
A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.
Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.
Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.
Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.
Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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