L’intesa più intelligente tra Trump e Xi sarebbe quella sull’intelligenza artificiale

20 Maggio 2026 - 05:43
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L’intesa più intelligente tra Trump e Xi sarebbe quella sull’intelligenza artificiale

Su una cosa, tranne Donald Trump, sono tutti d’accordo: l’elefante dell’atteso incontro con Xi Jinping ha partorito il topolino del nulla di fatto. La debolezza con cui il presidente americano si è presentato a Pechino, dopo due mesi e mezzo di stallo in Iran, faceva già immaginare come sarebbe andata a finire, ma quando Donald all’ultimo minuto ha imbarcato sull’Air Force One il carismatico ceo di Nvidia, Jensen Huang, molti hanno sperato che in materia di intelligenza artificiale si potesse fare qualche passo avanti. 

Così non è stato, eppure Stati Uniti e Cina si sedevano al tavolo entrambe con una vulnerabilità critica che solo l’altra potrebbe colmare nel breve periodo. La prima dispone, tramite Nvidia, dei chip più avanzati del mondo per le applicazioni di IA, e sono americani i modelli linguistici di Anthropic e OpenAI, ma dipende dalla Cina per il settantuno per cento delle importazioni di terre rare, i minerali senza i quali quei chip (e anche tantissimi altri apparati di alta tecnologia) non si fabbricano.

La seconda controlla il novanta per cento dell’estrazione e raffinazione delle terre rare pesanti, ma detiene solo il quattordici per cento (contro il settantaquattro per cento americano) della capacità di calcolo globale, senza la quale l’intelligenza artificiale è come un’automobile senza benzina. Nessuna delle due potenze, però, è stata disposta a fare la prima mossa, entrambe convinte di avere tra le mani le carte giuste per vincere questa partita. E tutto si è ridotto a un gran sfoggio di cerimoniale e dichiarazioni cerimoniose.

La reciproca vulnerabilità è divenuta palese lo scorso anno a causa dei dazi imposti da Trump, ai quali la Cina di Xi rispose con una prima tornata di restrizioni all’esportazione di terre rare che mandò in tilt le catene di approvvigionamento globali in poche settimane, soprattutto quelle delle case automobilistiche. La cosa sembrava essersi risolta a ottobre quando, formalmente, i veti reciproci sono stati allentati, fino all’autorizzazione dell’amministrazione Trump al riavvio delle spedizioni dei chip di Nvidia verso la Cina a partire da gennaio 2026. Nei fatti, a metà maggio neppure un chip Nvidia H200 era stato consegnato e anche il viaggio delle terre rare in direzione inversa è rimasto ai minimi termini. Solo per fare un esempio, oggi la Cina vende agli americani venti tonnellate al mese di ittrio contro le sessantasei del gennaio 2025, con la conseguenza sottaciuta che le aziende dell’aerospazio (SpaceX o Blue Origin) che lo usano per il rivestimento termico delle turbine dei motori hanno dovuto rallentare i loro programmi.

Nonostante la disponibilità di facciata, sia Washington che Pechino stanno provando a fare da sé. L’amministrazione Trump ha impegnato oltre sette miliardi di dollari nel tentativo di aumentare la produzione di terre rare, in quella che gli analisti del Center for strategic & international studies (Csis) hanno definito «la più audace politica industriale domestica della storia moderna», con il Dipartimento della Difesa divenuto addirittura il principale azionista di MP Materials, l’azienda che possiede Mountain Pass, l’unica miniera di terre rare in funzione negli Stati Uniti. L’anno scorso la miniera nel deserto del Mojave ha estratto 8.900 tonnellate dei preziosi minerali, i volumi più alti da decenni, ma ancora troppo poco rispetto alle importazioni che la Cina al momento soddisfa per il settantuno per cento. Investimenti americani si registrano in Arabia Saudita, Australia, Mozambico, Brasile: il problema, però, non è il denaro.

È il tempo, e sebbene la Casa Bianca si sia data la scadenza del primo gennaio 2027 per l’autosufficienza rispetto all’utilizzo di terre rare cinesi nelle catene di approvvigionamento della difesa (per esempio nella produzione di F-35 e Patriot), costruire nuove miniere, impianti di raffinazione e formare una nuova generazione di ingegneri specializzati, richiede tempi che vanno ben oltre il mandato Trump. 

Il mancato invio dei chip Nvidia, a sua volta, è stato dovuto a una precisa scelta del governo di Xi che ne ha bloccato la vendita a dieci giganti tecnologici cinesi, da Alibaba a Tencent, da Lenovo a Foxconn (il principale assemblatore di iPhone), per favorire lo sviluppo di processori simili da parte di Huawei, viste le rigide procedure di sicurezza statunitensi e, soprattutto, la clausola del contratto che trasferisce il venticinque per cento dei ricavi direttamente al governo di Washington. 

Un auspicio più che una realtà, con il sospetto che i cinesi per rimediare allo svantaggio siano ricorsi a una vecchia pratica che conoscono bene: copiare e rifare, magari meglio. La pratica, in questo caso, ha un nome tecnico innocuo: AI distillazion. Cioè, usare l’accesso legittimo all’interfaccia di un modello di intelligenza artificiale avanzata per raccoglierne le risposte e addestrare con esse un modello più piccolo ed economico. Una pratica normale, a cui si presta l’IA di frontiera, se non fosse che il ricorso alla distillazione in maniera massiva, sistematica e con account fraudolenti consente di evitarsi i miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo fatti da altri.

Google, Anthropic e OpenAI hanno denunciato di aver identificato campagne di questo tipo su scala industriale, condotte proprio da entità cinesi. OpenAI si è spinta a ipotizzare che DeepSeek, l’IA cinese più nota, sia stata realizzata in questo modo e alcuni report indicano che DeepSeek V4, il modello più avanzato rilasciato ad aprile e basato su chip Huawei Ascend, in realtà sarebbe stato addestrato usando chip Nvidia e modelli linguistici illecitamente distillati. La Casa Bianca ha emesso un memorandum che ordina alle agenzie federali di trattare queste pratiche come una questione di sicurezza nazionale, ma è opinione degli analisti che la Cina costretta a inseguire già dalla comparsa di ChatGPT, abbia già ridotto il ritardo medio a sette, otto mesi.

Se così fosse, la bilancia della sfida tecnologica sembrerebbe pendere con decisione da una parte: vere o meno le accuse della start-up di Sam Altman, tra otto mesi Xi Jinping potrebbe contare su un clone di Mythos, mentre a Trump servirebbero anni per raggiungere l’autosufficienza nelle terre rare. 

È proprio Mythos, il modello di Anthropic che sarebbe capace di rilevare vulnerabilità in quasi tutti i software esistenti, ad aver cambiato la prospettiva e le urgenze. Mythos è il vero asset americano che Pechino avrebbe voluto condividere, attraverso una negoziazione mai cominciata. Anthropic ne ha bloccato la diffusione verso la Cina e l’Europa, ritenendo le sue capacità di individuare falle nei sistemi di sicurezza troppo rischiose per consentirne un rilascio diffuso. Il primo attacco hacker “zero-day” assistito dall’IA, neutralizzato una settimana fa dal Google Threat Intelligence Group ha reso concreta questa preoccupazione: cioè una falla nel sistema a cui non si avrebbe il tempo – zero giorni – di reagire con una patch, una correzione. 

Ecco perché i colloqui di Pechino sarebbero stati una buona occasione per raffreddare gli animi in quello che Yingyi Ma, ricercatrice del John L. Thornton China Center della Brookings Institution definisce «il primo capitolo di una guerra fredda sull’intelligenza artificiale» e che i veti incrociati continueranno ad alimentare. Più Washington nega l’accesso ai modelli di frontiera, più Pechino proverà a ottenerli per via illecita; più Pechino userà la distillazione, meno Washington sarà disposta a collaborare. Rompere il circolo vizioso è ciò a cui un accordo sull’IA potrebbe tendere, come avvenne tra Obama e Xi nel 2015 su sicurezza informatica e proprietà intellettuale. Prima che Mythos e suoi cloni sfuggano di mano.

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