Il cacao in Thailandia come pratica quotidiana

20 Maggio 2026 - 05:43
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Il cacao in Thailandia come pratica quotidiana

Cosa succede quando una coltura non è al centro del sistema produttivo? A Loei, considerata la provincia più fredda della Thailandia, a nord-est del Paese, al confine con il Laos, esistono due livelli dello stesso progetto, le cui radici sono state piantate da Maneerat Suthanthanngjai, imprenditrice e professoressa del Master in Scienze Ambientali alla Loei Rajabhat University e da suo marito P Noi nei primi anni Duemila e hanno visto la luce nel 2024: da un lato Heart to Heart Foundation, la struttura che sostiene le attività educative e comunitarie, dall’altro Onederland, lo spazio operativo in cui si coltiva, si trasforma e si ospita.

Qui, la filiera del cacao non è mai trattata come filiera autonoma, ma come parte di un ecosistema agricolo e sociale complesso. Nell’entrare a Onederland lo sguardo non si perde tra piantagioni ordinate, ma sotto palme da cocco, accanto al caffè, tra banani e alberi da frutto: è una presenza intermedia. Non dominante, ma necessaria.

Il cacao è inserito all’interno di una food forest costruita nel tempo, più per accumulo che per progettazione iniziale. Il terreno, in principio, è stato piantumato in modo intuitivo: alberi forestali, piante da frutto, specie scelte per affinità più che per funzione. Non esisteva un disegno formale, ma una relazione progressiva con la terra, sviluppata parallelamente alla vita familiare.

La cabossa di cacao. ©Maria Vittoria Caporale

Solo dopo oltre un decennio – periodo in cui Manee non ha mai cessato di informarsi e di viaggiare per visitare realtà e associazioni simili in Europa e nel mondo – con la maturazione delle piante, il sistema ha iniziato a rivelare una struttura leggibile: stratificazione vegetale, produzione diffusa, capacità di generare ombra, biomassa e materiali. È in questa fase che il progetto si riconosce come food forest: non come modello applicato dall’alto, ma come risultato di un processo. Oggi la foresta funziona come infrastruttura agricola: un sistema ad alta biodiversità in cui le colture non competono per lo spazio, ma si distribuiscono su livelli diversi, riducendo la dipendenza da input esterni e aumentando la resilienza complessiva.

Nell’ascoltare il racconto del progetto e nel viverlo – con opportunità come quella di workaway – la sua complessità non viene mai ridotta a una sola funzione. Onederland non si presenta come una farm specializzata né come un’attività turistica, ma come un ecosistema in cui agricoltura, trasformazione, ospitalità e attività educative convivono. Una struttura che riflette anche l’organizzazione interna del progetto, articolata attorno a diversi ambiti definiti internamente come 5C: cacao, cocco, caffè, cotone e carbon.

Se le prime tre corrispondono alle colture principali, le altre due estendono il sistema oltre la produzione alimentare. Il cotone introduce una dimensione artigianale e materiale, legata al territorio e alle condizioni climatiche locali. Carbon, invece, rimanda a pratiche come compost e biochar, che reinseriscono gli scarti nel ciclo produttivo, inclusi quelli derivati dal cacao, come le bucce delle cabosse.

Più che un modello teorico, le 5C descrivono un sistema circolare in cui ogni elemento – agricolo, materiale o organico – è pensato per rimanere all’interno dello stesso ecosistema senza una separazione netta tra lavoro, vita e comunità.

In questo equilibrio, Onederland rappresenta la parte produttiva e operativa del progetto, mentre la Heart to Heart Foundation sviluppa le attività educative e comunitarie collegate alla food forest e al territorio.

Maneerat Suthanthanngjai, imprenditrice e professoressa del Master in Scienze Ambientali alla Loei. ©Chumphon Horticultural Research Centre

Le 3 C: una gerarchia ecologica
All’interno di questo sistema, la struttura agricola si è progressivamente concentrata su tre colture, le 3 C: cocco, cacao e caffè. Non si tratta di una scelta iniziale, ma di un processo di riduzione. Nella fase iniziale, la tendenza era quella di coltivare il più possibile, senza una gerarchia definita. Con il tempo, però, la densità eccessiva e la difficoltà di gestione hanno reso evidente la necessità di semplificare. Il sistema attuale si organizza quindi per livelli, secondo una logica che la fondatrice descrive come familiare: il cocco è la sorella maggiore, crea la copertura e protegge, il cacao occupa il livello intermedio, mentre il caffè – la sorella più piccola – cresce nella fascia più bassa, all’ombra delle altre colture.

Questa stratificazione non è solo una soluzione agronomica, ma una forma di organizzazione dello spazio che permette alle colture di coesistere senza competere direttamente, distribuendo funzioni e risorse all’interno della stessa superficie.

Il cacao come punto di contatto
In questo equilibrio, il cacao occupa una posizione particolare. Dal punto di vista agronomico, è una coltura intermedia: non domina il sistema, ma lo attraversa, adattandosi alla copertura creata dalle altre specie e contribuendo al ciclo della sostanza organica attraverso il riutilizzo degli scarti.

Il cacao coltivato rientra nelle varietà diffuse a livello nazionale, sviluppate a partire dalla ricerca del Chumphon Horticultural Research Centre, che ha contribuito alla diffusione della varietà ibrida Chumphon 1, oggi prevalente nel Paese. La scelta, però, non è varietale in senso stretto, quanto economica.
Come in molte realtà emergenti del cacao thailandese, il nodo principale riguarda la destinazione del prodotto: vendere le fave come materia prima, con margini ridotti, oppure trasformarle in loco, aumentando il valore ma anche la complessità del processo.

In Thailandia, questa scelta è resa ancora più evidente dalla struttura dei prezzi. Il cacao fresco viene acquistato tra i 5 e i 10 baht al chilo (circa 0,13–0,26 euro) a Loei nella fascia più alta, tra 8 e 10 baht (0,20–0,26 euro), per garantire una remunerazione sostenibile ai produttori. Le fave essiccate, invece, si attestano tra i 70 e i 100 baht al chilo (circa 1,80–2,60 euro). Il problema è nella resa: da cento chilogrammi di frutto fresco si ottengono circa sette chilogrammi di cacao secco. Una perdita di peso superiore al 90 per cento, a cui si aggiungono tempi lunghi di lavorazione – fermentazione ed essiccazione richiedono circa un mese – e costi di manodopera.

Il risultato è un paradosso: vendere il prodotto trasformato può generare un valore complessivo inferiore rispetto alla vendita del frutto fresco. È anche per questo che, nel progetto, la trasformazione non risponde solo a una logica di mercato, ma diventa parte di un sistema più ampio, in cui il valore non è esclusivamente economico.

A Loei, entrambe le strade restano aperte, ma è la trasformazione interna a definire la direzione del progetto: piccole produzioni, lavorazione diretta e vendita all’interno del sistema.

Il ruolo del cacao non si esaurisce nella dimensione produttiva. A differenza di altre colture, questa introduce un elemento di riconoscibilità immediata: il cioccolato è un prodotto già codificato culturalmente, capace di creare un collegamento diretto tra chi produce e chi consuma. In questo senso, il cacao funziona come punto di contatto tra livelli diversi del sistema: dalla coltivazione alla trasformazione, fino all’esperienza. Non è la coltura principale, ma è quella che rende leggibile il sistema dall’esterno.

Questa funzione diventa evidente osservando la gestione della produzione.

Diversamente dalle filiere strutturate, qui non esiste una separazione netta tra coltivazione, trasformazione e consumo. Le fasi convivono nello stesso spazio e coinvolgono gli stessi soggetti, riducendo la distanza tra produzione e utilizzo finale. Il cacao viene lavorato in loco, su piccola scala, senza standardizzazione industriale. Una parte può essere venduta come materia prima, ma il valore maggiore si concentra nella trasformazione diretta e nella vendita all’interno del sistema stesso. Più che una filiera corta, si tratta di una filiera compressa: un sistema circolare a scala ridotta, in cui il prodotto non esce necessariamente dal contesto in cui viene generato.

Le fave di cacao. ©Maria Vittoria Caporale

Un modello di economia distribuita
Questa struttura ha implicazioni dirette sul piano economico. Il cacao, da solo, non è in grado di sostenere il sistema. I margini sono limitati e la produzione, per scelta, non è orientata all’intensificazione. Per questo, il modello si basa su una distribuzione delle fonti di reddito: alla vendita dei prodotti si affiancano attività educative, workshop per stranieri, esperienze e forme di partecipazione diretta come l’adozione degli alberi. L’equilibrio economico non dipende, quindi, dalla performance di una singola coltura, ma dalla capacità di integrare più attività all’interno dello stesso contesto. Attività che oggi, anche nel loro insieme, non bastano per essere la principale fonte di reddito anche se si sta lavorando in questa direzione con nuove opportunità, come un negozio fisico per la vendita in distretti vicini.

Si tratta di un modello ancora in costruzione, che richiede tempo e una costante ricalibrazione tra produzione, relazione e sostenibilità finanziaria.

La quarta wave del cacao
Il contesto in cui si inserisce questo modello è altrettanto rilevante. La Thailandia non è storicamente un paese centrale nella produzione di cacao, nonostante le condizioni climatiche favorevoli. Negli ultimi anni, però, si sta delineando una nuova fase, spesso definita come quarta wave: una produzione su piccola scala, orientata alla sostenibilità, senza deforestazione e con maggiore attenzione al valore locale. Sostenuta da realtà come il Chumphon Horticultural Research Centre, situato nel distretto di Sawi, è il principale centro di ricerca thailandese per cacao, caffè e cocco. Fondato nel 1960, ospita una collezione nazionale ed è noto per aver sviluppato l’ibrido di cacao Chumphon 1, oggi la varietà più diffusa nel paese. Rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la diffusione di conoscenze tra gli agricoltori locali e per lo sviluppo di una produzione di cacao sostenibile.

In questo scenario, realtà come Onederland non rappresentano un’eccezione isolata, ma una possibile direzione di sviluppo: sistemi produttivi meno standardizzati, integrati nei territori e connessi a economie locali.

La sostenibilità non viene esplicitata come obiettivo, ma emerge come conseguenza. Non è costruita attraverso una narrazione, ma attraverso il funzionamento del sistema: diversificazione delle colture, riduzione degli input esterni, integrazione tra produzione e comunità.

Più che un modello replicabile, quello che emerge è un modello leggibile. Un sistema in cui il cacao, pur non essendo centrale, permette di osservare come un’agricoltura diversa possa esistere – non come alternativa teorica, ma come pratica quotidiana. Ed è forse proprio questa la sua funzione: non sostenere un sistema, ma renderlo visibile.

L'articolo Il cacao in Thailandia come pratica quotidiana proviene da Linkiesta.it.

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