L’invenzione fake della città “corrotta” e i veri guai di Milano
Questa è la storia di una grande invenzione. No, non l’invenzione del “modello Milano”, inteso come ricettacolo di tutti i mali le corruzioni e gli abusi edilizi neolibberisti, propedeutici alla Grande cacciata dei giovani e dei ceti medi dalla città. L’invenzione invece di una narrazione tossica contro Milano, poi diventata processo mediatico e successivamente impianto giudiziario di criminalizzazione di modi operativi e amministrativi nei settori dell’urbanistica e dell’edilizia. Infine, o nel frattempo, la leggenda nera è diventata segno di contraddizione e comoda scappatoia per la politica. Un’invenzione che la sentenza di assoluzione (otto imputati su otto) perché “il fatto non costituisce reato” nel primo processo scaturito dalla grande retata dei pm edilizi ha scardinato. Mandato in fumo. Non esiste alcun sistema criminale dell’amministrazione e dei costruttori. Non c’è malaffare, tutti si sono mossi nel rispetto di regole stabilite e condivise da anni.
Uno spoiler e un caveat: la sentenza di primo grado nel processo Torre Milano non significa che il caso sia chiuso, anzi è probabile che alla lettura delle motivazioni della sentenza – parzialmente anticipate dal presidente del Tribunale, Fabio Roia – e i processi a venire confermeranno che “gli abusi edilizi” e le “lottizzazioni abusive” esistono. O, quantomeno, verranno considerati reati. La verità – la vera e disperante verità dell’intera storia – è che tutta la vicenda giudiziaria milanese è una questione di libera interpretazione (se legittima, è un dibattito aperto tra giuristi e avvocati) delle leggi da parte di magistrati e giudici. Ciò che è consentito dal nostro modello di Civil law. Lo vedremo. Nel frattempo, spazzata via la leggenda nera della Grande Corruzione, è ora di raccontare come, quando e perché sia nata questa grande piovra mediatica, politica e giudiziaria che da quasi quattro anni sta stritolando Milano.
E’ una storia in sei capitoli. Personaggi e interpreti. Giornali e scrittori che hanno ordito il canovaccio. Comitati di cittadini organizzati con la regia di professionisti engagé, non proprio super partes, come l’avvocata Veronica Dini o, su un terreno di gioco limitrofo e ambiguo, Luigi Corbani nella crociata contro il nuovo stadio. I pm e i gip, animati dal sacro furore del repulisti (“vorticoso circuito di corruzione”) guidati fino a poco tempo fa dalla aggiunta Tiziana Siciliano (“casalinga prestata alla magistratura” amava definirsi, almeno Lenin aveva la cuoca) che da fresca pensionata ha pensato bene di candidarsi al Comune in una lista populista che cavalca le sue stesse inchieste. Gli studenti d’un tratto apparsi con le tende in favore di telecamere e poi scomparsi (il grave disagio, evidentemente, non esiste più?). I giornali che hanno narrato la vicenda in linea coi dispacci di procura e usando toni stupidamente insultanti (il “grattacielaro” con cui un Gianluca Mercuri del Corriere è riuscito ad apostrofare Manfredi Catella). La sinistra che non si è difesa e la sinistra che ha fatto guerra a sé stessa; la destra giustizialista che ha malamente provato a cavalcare la tigre. Ora è arrivata una sentenza che non cambia tutto, ma dice due cose: non c’è malaffare, chi ha usato in questi anni la Scia, “Segnalazione certificata di inizio attività”, lo ha fatto in modo legittimo; di conseguenza è la politica che deve assumersi le sue responsabilità, riconoscere errori di mancata analisi e gestione e decidere il da farsi. La magistratura, poi, dovrebbe riflettere su un modo di agire che ha voluto scambiare eventuali irregolarità amministrative per “sistema corruttivo”.
Appunti da un processo infinito
Andrea Soliani, difensore di uno degli imputati nel processo della Torre Milano, ha commentato: “Non c’è stata alcuna violazione della normativa amministrativa. Tra l’altro, un gip e il Riesame, in due occasioni, hanno detto che quello non è un cortile (il sito in cui è sorta la torre, ndr), risolvendo quello specifico aspetto”.
Ci sarà da vedere cosa decideranno i giudici; quanto all’assoluzione per buona fede, “carenza dell’elemento soggettivo”, è il punto in cui crolla il castello dei pm e la responsabilità torna alla politica. Ma dovrebbe essere anche la seria occasione per la procura retta da Marcello Viola per riflettere sulla natura reale di quanto contestato come “reato”. Le inchieste iniziate a fine 2022 hanno avuto un picco e una svolta nell’estate del 2025. Esattamente quando inizia a vacillare il teorema delle “Scia diaboliche”, per citare l’altra pasionaria di procura, la pm Marina Petruzzella, ora smentita dal processo Torre.
Il 5 marzo 2025 era stato arrestato Giovanni Oggioni, ex dirigente comunale, ora assolto per Torre Milano. L’ipotesi, l’esistenza di un sistema di relazioni tra funzionari pubblici, professionisti e imprese per agevolare alcuni progetti: corruzione, falso, frode processuale e addirittura depistaggio. A luglio 2025 scatta la grande retata, che coinvolge (arresti domiciliari) il ceo di Coima Manfredi Catella, l’assessore alla Rigenerazione Giancarlo Tancredi, che si dimetterà, e lo stesso Beppe Sala, indagato. E’ il momento di più alto e diretto attacco all’amministrazione e al mondo dei costruttori. I giornali milanesi e nazionali, senza un minimo di prudenza, battono la lingua sul tamburo (fino a dire che un immobiliarista è una carogna di sicuro, canterebbe De Andrè). Per il Corriere “sono accuse terribili quelle della Procura di Milano… che indicano un sistema marcio e colpiscono al cuore il cosiddetto modello Milano”. Un modello, dice l’indemoniato Valtolina, “che ha spacciato per sviluppo avanguardistico quello che alla fine è un fenomeno ‘di incontrollata espansione edilizia che ha assunto dimensioni di rilievo notevolissimo’ (parole del procuratore Marcello Viola)”. E’ stata una delle rarissime volte in cui il procuratore ha messo la faccia per spiegare la ratio dell’inchiesta.
Il climax è una narrazione per cui non interessano più i possibili reati, ma a processo deve andare il “sistema” in sé. A costo del ridicolo, il Corriere riassumeva: “C’è una frase chiave di Manfredi Catella… Non è nelle intercettazioni, ma in un’intervista dello scorso anno. Lì il massimo protagonista di questa vicenda (sic!) indica, tra le possibili soluzioni della crisi abitativa di Milano, questa: ‘Genova ha 40 mila case vuote, l’alta velocità ci porterà in Liguria in 40 minuti, a Londra per andare da una parte all’altra si impiega un’ora’”. Era un’idea con un pizzico di provocazione immaginativa rivolta al futuro e di puro buon senso (del resto nei mesi del Covid non erano spuntati a frotte i teorici dell’abbandono della città per trasferirsi in campagna per dedicarsi allo smart working?). Ma la frase di Catella era pronta ad alimentare la leggenda della città “unaffordable” che scaccia il ceto medio. Problema ovviamente reale e serio (lo vedremo) ma che è assurdo imputare alla volontà di un imprenditore: sarebbe meglio fare i conti con i costi dell’edilizia residenziale e anche popolare. Ma di questo non si è mai letto molto.
Nell’estate del 2025 il clima era quello, finché arrivò la doccia fredda del Riesame. Su quegli arresti, per certificare i quali il gip Mattia Fiorentini aveva scelto “la linea più dura” (scrisse Radio popolare), parlando di un “consolidato sistema di corruttela e commistione tra interessi pubblici e privati”, calò una pesante smentita. Il Riesame contestò addirittura una “semplificazione svilente” da parte del gip. A novembre 2025 fu la Cassazione a stabilire definitivamente che gli arresti della calda estate del procuratore Viola erano illegittimi. Il romanzo criminale iniziava a sfaldarsi, e a rinculare in un dedalo di nuove inchieste, repliche d’accusa, sequestri di cantieri.
Un altro picco altamente simbolico si ha in settembre. Detonatore è l’idea – molto stupida e inutile – del governo di destra a di sgomberare il Leonka, antagonista ormai addomesticato come il placido Don. E’ lì che tutta la psicopatologia della sinistra meneghina, che è uno dei motivi centrali e scatenanti di tutto il “caso Milano”, si manifesta appieno. Alla grande manifestazione (in teoria) contro il governo fascista va in scena lo psicodramma. Sul manifesto di convocazione dei centri sociali, “Giù le mani dalla città”, c’è scritto: “In difesa degli spazi pubblici e sociali autogestiti, contro la gentrificazione, per il diritto all’abitare, contro la speculazione edilizia, il saccheggio delle Olimpiadi Milano Cortina e i padroni delle città!” (punto esclamativo). Ma ci si mobilita anche “per un’altra Milano e per tutte le città sempre più segnate da zone rosse, limitazioni, biglietti di ingresso, selezioni obbligate”. Si denuncia la “legalità fatta di odio verso chi è stranier@ e/o espuls@, pover@” e che “giustifica la violenza fino alla tortura e al genocidio”. Metà delle accuse (tolto il genocidio e la tortura) sono rivolte alla giunta di Beppe Sala che governa da due mandati e pure a Pisapia. Il sindaco infatti non va. Ma il segretario metropolitano del Pd, Alessandro Capelli, partecipa entusiasta; ci vanno Pierfrancesco Majorino e la capogruppo in Comune Beatrice Uguccioni. Tutti insieme a manifestare contro la propria giunta e il “sistema Milano”. Mentre la vicesindaca Anna Scavuzzo del Pd (deleghe all’Urbanistica) cerca di spiegare che la sua giunta ha operato bene. La storia di quell’estate serve per portare il racconto verso altri snodi e temi, decisivi per capire cosa è accaduto e cosa può riservare il futuro.
E’ nato prima l’odio per Milano o l’inchiesta?
Il re nudo della mancanza di malaffare e lo psicodramma della sinistra aiutano a metter a fuoco un domanda: è nata prima la narrazione tossica su Milano o l’inchiesta? Nel gennaio 2025 esce il libro di Gianni Barbacetto “Contro Milano. Ascesa e caduta di un modello di città”. Non serve dire molto di Barbacetto, storico columnist manettaro del Fatto. Per Beppe Sala ha un’autentica ossessione fin da quando era commissario all’Expo. Portò avanti per mesi le più arzigogolate accuse di corruzione, in tandem con il procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Finite in nulla. Ora Barbacetto ha fatto il riassunto della narrazione che il populismo giudiziario alimenta da decenni sul modello Milano “arrivato inesorabilmente al capolinea: la città che sarebbe potuta diventare la più verde d’Europa si scopre un ‘paradiso fiscale’ dell’immobiliare, un lunapark della rendita, una Disneyland del food and drink, che moltiplica le disuguaglianze ed espelle migliaia di cittadini che hanno visto i prezzi delle case aumentati in dieci anni del 40 per cento”. Eccetera. Forse nella prossima edizione la pregiata firma del Fatto aggiungerà che è tutta colpa della grazia a Nicole Minetti. Molto più interessante – e anche meno sgangherato, nonostante i due autori frequentino gli stessi convegni assieme all’avvocata Dini – è il caso di un altro libro, della sociologa delle politiche urbane Lucia Tozzi, “L’invenzione di Milano - Culto della comunicazione e politiche urbane”. La prima cosa notevole è la data di pubblicazione: marzo 2023. Praticamente le inchieste non erano ancora partite, ma l’impianto ideologico accusatorio era già scritto. La seconda cosa notevole è l’idea della comunicazione come chiave ideologica per costruire (nel senso di far passare sopra le teste) un “modello” di sviluppo. Fin dalla prima riga: “Nel disperato tentativo di cancellare la percezione di Milano come capitale europea del Covid”. L’amministrazione che s’inventa addirittura una struttura di comunicazione e promozione (che male c’è?) al solo scopo, sostiene Tozzi, di coprire “una città in cui le disuguaglianze aumentano, la giustizia educativa langue, i servizi vengono privatizzati, il lavoro è precario e l’aria pessima”. La strategia di Beppe Sala & Co. è “diffondere la percezione positiva del benessere e della qualità della vita”. Un’operazione “che richiede un grande dispendio di forze, un nuovo linguaggio intriso di anglisti e tecnicismi e una notevole dose di violenza”. La Milano “place to be”, insomma, poco meno che i Protocolli del Savi di Sion. “L’uso politico delle retoriche emozionali è stato oggetto di molti studi, in relazione a quello che Nancy Fraser definisce il neoliberismo progressista, vale a dire l’ideologia progressista che da Tony Blair a Bill Clinton (un’ossessione da millennio corso, ndr) arriva a Macron e Renzi”. Insomma l’ideologia che “ha unito le più aggressive politiche economiche di concentrazione della ricchezza a un ethos del riconoscimento dei diritti civili e della diversità culturale”. C’è addirittura la critica addirittura a manifestazioni come Bookcity e Piano City, nate nel 2012: “La promessa di visibilità offerta dal circuito dell’intrattenimento neutralizzava la carica politica dei movimenti sociali”.
Poi si arriva alla parte centrale, la critica radicale alla “miseria della rigenerazione urbana”. Che parte molto indietro, dalla critica dell’urbanistica come “forma di pensiero politico sulla città” dominato “dai professori del Politecnico, dai giornali espressione del sistema immobiliare” e dalla “mediazione tra interessi di attori privati”. Si parte da Albertini, dalla “controurbanistica milanese” che ha sancito un “indebolimento strutturale del Comune”. Ovviamente Lucia Tozzi può pensare e scrivere ciò che vuole – alcune notazioni tecniche sulla riorganizzazione delle aree periferiche e le “zone popolari, o miste, abitate da famiglie di vecchia o nuova immigrazione” e altro ancora sono oggettive e condivisibili. Il giudizio sulla direzione dello sviluppo milanese (ma anche mondiale) è libero. Non è detto che Lucia Tozzi abbia però ragione. Ad esempio dimentica che la rigenerazione urbana di molti quartieri è sta fatta (da NoLo a Certosa District), che da Expo è nata MIND, che la città è diventata attrattiva per migliaia di studenti internazionali grazie al modello pubblico e privato dei suoi atenei, che l’aria e il traffico sono meno peggio di decenni fa. E che gli investimenti internazionali attirati non hanno creato solo ingiustizia. Il punto è che tutto questa narrazione critica, taglio sinistra antiliberista, è diventata armamentario di accusa in mano ai pm e retorica giustizialista di giornali e cittadini, spesso senza cognizione di causa.
Del resto la detestabilità di Milano, la Schadenfreude come modello critico da sinistra, c’era già dai tempi del Covid, quando Michele Serra scriveva che il cielo di Milano è “una palude di smog” e il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia parlava di un modello “annebbiato dal dio denaro”. Lucia Tozzi che critica il modello comunicativo di Milano dovrebbe riflettere anche sui danni paralleli del modello comunicativo “contro-milanese”, che dal Covid a Barbacetto arriva alle frasi lette in questi giorni sui social a proposito degli ingombranti concerti alla Maura: “Ci vorrebbero le molotov se no non capiscono”. Resta che la narrazione pervasiva contro il “modello Milano” era già pronta a esplodere, mancava solo il cerino da accendere.
Come andò che nacque l’inchiesta
La prima inchiesta edilizia nell’autunno del 2022 riguarda il progetto residenziale “Hidden Garden” situato all’interno di una corte in piazza Aspromonte. Un privato cittadino, Marco Malfatti, va dall’avvocata Veronica Dini. Sarà il primo di innumerevoli esposti fotocopia, l’inizio di una rete informale di “comitati” – ma il web è ricco di blog e canali YouTube dove si raccolgono e organizzano denunce di cittadini e si elargiscono giudizi tranchant sulla mala edilizia milanese. Nasce pure il gruppo “Hidden Project”. Il dibattito ha scomodato nozioni giuridiche con il “diritto alla vista” e persino la “servitù di panorama”. Lo schema dei reati contestati diverrà canonico: lottizzazione abusiva, abuso edilizio, falso (la famosa Scia) e corruzione, il primo a regolarmente a cadere. Arriva il rituale sequestro del cantiere, smentito nel 2023 dal Riesame: la definizione di “cortile è “ambigua e, in ogni caso, insufficiente a impedire il sequestro”. Ma qualche giorno fa, all’udienza preliminare, nonostante l’esito del processo Torre, l’avvocata Dini ha dichiarato: “Ho chiesto alla giudice il rinvio a giudizio. Perché ci sono stati abusi di carattere edilizio e urbanistico… Se è vero che c’è stato contrasto giurisprudenziale, a maggior ragione bisogna approfondire la questione in maniera più ampia nel corso di un dibattimento”. In tribunale?
Oggi a Milano sono circa 15-20 i filoni di inchiesta con oltre 70 indagati. I reati sempre quelli, la parola magica è Scia. Tra i casi detti “simbolo” (di cosa?) c’è il cantiere Bosconavigli: degno di nota è che questo intervento di ristrutturazione non è stato autorizzato con la contestata Scia, ma con un completo e regolare “Permesso di Costruire Convenzionato”. Che trascinare nella grande inchiesta un nome come quello di Stefano Boeri fosse mediaticamente utile è pensare male. Ma spesso ci si azzecca. Addirittura più simbolico il caso di via Fauchè: una palazzina autorizzata dal comune, ma che in seguito Tar e Consiglio di Stato hanno dichiarato “illegittima”. E il Comune ne sta valutando la demolizione. Altri casi importanti sono lo Scalo House in zona Farini, le Residenze Lac al Parco delle Cave, le Park Towers di Parco Lambro. Più infiniti casi minori, che hanno spesso una caratteristica comune: le oltre 4.000 “famiglie sospese”, acquirenti di immobili e appartamenti rimasti intrappolati delle inchieste e dal blocco dei cantieri. Ne la politica né, tantomeno, la magistratura si sono fatte carico della soluzione di un problema sociale e abitativo particolarmente grave.
Per finire, man mano che perdono forza le accuse al “sistema corruttivo”, aumentano i casi spesso astrusi di sequestro dei cantieri: una vicenda, tra l’altro, che vede in competizione e contrapposte magistratura amministrativa e penale. Strabiliante il caso del definitivo dissequestro del cantiere in via Arena, su cui la procura aveva insistito per il sequestro nonostante Tar e Consiglio di Stato avessero già sentenziato in favore. Per finire con l’assurdo caso del cantiere mai nemmeno autorizzato né iniziato di via Zecca Vecchia, centro centrissimo, ma che i pm avevano fatto sequestrare, così de botto, per il possibile abuso a venire.
Il cuore delle inchieste è la contraddizione
Clima ideologico, proteste dei cittadini – tra queste quelle per i costi dell’abitare, che ovviamente sono più che legittime, in una situazione di progressivo disagio – e contorcimenti della politica sono stati un detonatore. Ma è su quei capi d’accusa, abuso edilizio, lottizzazione abusiva e “falso”, da ambo le parti dei contraenti della Scia, che si gioca la vera partita giudiziaria, sulla quale non soltanto Milano dovrebbe riflettere. Che cosa è una ristrutturazione e cosa va invece qualificato come nuova costruzione? Per che cosa è sufficiente una Scia e per cosa serve un iter amministrativo differente? L’ultima riforma normativa che ha molto ampliato il perimetro della ristrutturazione edilizia è il decreto Semplificazioni (76/2020) convertito nella legge 120/2020 del governo Conte due, “percorso a scorrimento veloce per le opere”, disse allora il premier.
Nota a margine. Tutti colpevolmente dimenticano che il più “liberista” dei provvedimenti, che ha permesso di scavalcare norme pregresse allargando a tutto l’edificabile il concetto di ristrutturazione è stato firmato dallo stesso Avvocato del popolo che poi ha definito la situazione urbanistica milanese “un Far West edilizio”, accusando Sala di essere il garante degli interessi immobiliari. Quando si dice la coerenza del populismo.
Ma è sull’interpretazione del concetto di ristrutturazione – un semplice aggiustamento, o intervento fino a rifare del tutto un edificio su un precedente sedime – che si gioca la partita.
Provando a fare ordine. La legge di riferimento è il Testo unico 380/2001, che prevede con limiti le ristrutturazioni tramite Scia. Qualora l’intervento non rientri nella norma, tesi della procura, serve un “Permesso di costruire” con oneri di urbanizzazione nettamente superiori. Questo al di là di quanto indicato dal Piano di governo del territorio di Milano del 2019 (Pgt Milano 2030) che ovviamente non sovrascrive le leggi ordinarie, e di cui il Comune nel 2025 ha avviato una revisione proprio per chiarire le norme. Se le norme del Testo unico non vengono considerate rispettate, per i magistrati il riferimento deve essere al decreto 1444/1968 (cinquanta anni fa) che dettava limiti di densità edilizia, per le altezze massime dei fabbricati e le distanze minime tra edifici. Le inchieste milanesi vi fanno riferimento per il superamento dei limiti di altezza e cubatura. Se proprio non bastasse, si può tornale alla legge 1150 del 1942 , Legge urbanistica nazionale, che ancora è la legge urbanistica fondamentale italiana. E che obbliga i comuni a dotarsi di piani di lottizzazione convenzionati e particolareggiati prima di procedere a nuove edificazioni. Secondo i pm è stata sistematicamente violata. Che Milano sia un po’ cambiata dal 1942, che sano stati introdotti altri criteri, che esista un Pgt regolare, sembra non contare nulla. Chi avrà ragione?
Un avvocato esperto del settore urbanistico e osservatore attento del caso Milano (non essendovi coinvolto) è Guido Alberto Inzaghi, che ha notato e commentato due recenti sentenze del Consiglio di Stato, non riferite a Milano che, nella loro assoluta contraddittorietà, spiegano molto di un pasticcio giudiziario incredibile. La sentenza 8542/2025, pur riconoscendo l’evoluzione normativa della nozione di ristrutturazione edilizia ha indicato tre condizioni (unicità del manufatto, contestualità temporale tra demolizione e ricostruzione, invarianza dell’impatto sul territorio) necessarie per potere qualificare un intervento come ristrutturazione. Pochi mesi dopo nella sentenza 4155 del maggio 2026 un’altra sezione del Consiglio di Stato individua il discrimine tra ristrutturazione edilizia e nuova costruzione “in termini cristallini”, ma diversi: “Quello che ormai differenzia la ristrutturazione edilizia dalla nuova costruzione è soltanto la preesistenza, nella prima tipologia di intervento, di un fabbricato, mentre la nuova costruzione si concretizza in una trasformazione del territorio implicante un consumo di suolo del tutto nuovo”. Due interpretazioni opposte. Ma se un concetto cruciale come quello di “ristrutturazione”, divenuto così ampio in un’epoca che ha fatto della rigenerazione una chiave di volta urbanistica, è così difficile da definire in modo univoco, il problema non è più delle indagini, né della amministrazione. Diventa politico: è giunto il momento di riscrivere dalle fondamenta e a livello nazionale le norme edilizie.
Il problema è che non nostro regime di Civil Law ogni giudice può valutare come ritiene. Per cui nei processi a venire, paradossalmente, potranno esserci reati riconosciuti o meno sulla base delle stesse norme. In un caso così, hanno suggerito molti giuristi e avvocati, il giudice dovrebbe chiamarsi fuori. I magistrati dovrebbero individuare reati in base alle leggi, non interpretare le leggi per individuare possibili reati. E’ quello che è accaduto a Milano.
La vera sottovalutazione di Milano
Un recentissimo dibattito pubblico sullo sviluppo immobiliare di Milano organizzato da Assoimmobiliare ha sintetizzato alcune idee ormai di dominio comune, tra imprenditori e amministratori. E’ stato ricordato che Milano è tuttora uno dei principali motori di crescita del paese, capace di attrarre investimenti, studenti e lavoratori, e proprio questo ha innescato tensioni sul fronte abitativo: non per fenomeni corruttivi. Una dinamica di tutte le città europee attrattive: “Quando la domanda cresce più rapidamente dell’offerta aumentano i costi dell’abitare, si riduce la mobilità di studenti e lavoratori e intere categorie professionali rischiano di essere espulse dai centri urbani”, è stato riconosciuto. L’aumento dei costi e il blocco del settore dovuto alle inchieste paradossalmente hanno penalizzando proprio gli interventi di rigenerazione destinati a rispondere “ai bisogni emergenti: housing sociale, abitazioni a prezzi accessibili, student housing, senior housing e programmi di recupero di aree dismesse”. Gli investimenti di qualità, anche privati, possono produrre valore. Ma perché questo avvenga, “è indispensabile un quadro regolatorio chiaro e stabile”, dicono gli imprenditori.
Nei giorni scorsi il nuovo Rapporto annuale di Banca d’Italia sull’economia regionale ha segnalato che l’aumento dei canoni di affitto, superiore all’aumento dei salari, sta generando un problema non affrontato nelle fasce più vulnerabili della popolazione. La stima dei nuclei familiari in attesa di alloggi popolari sfiora le 20 mila unità. Il tema degli studentati universitari mancanti è serio, anche se i numeri da “70 mila fuori sede” che girano sul web sono errati: forse qualcuno considera “fuori sede” anche chi abita a Sesto San Giovanni, collegata dalla metropolitana da sessant’anni. Ma i posti sono circa 13 mila, saliranno a 16.700 entro due anni. Tra le ultime realizzazioni i 1.700 posti dell’ex Villaggio Olimpico realizzato da Coima con un accordo col Comune che mette a disposizione una quota di stanze a prezzo agevolato stabilita dal Comune. Il caso Villaggio Olimpico è una buona spia della situazione: non sono mancate le critiche sul costo troppo alto delle stanze (tra gli 800 e i mille euro). Lo stesso era accaduto per altri studentati, come quello realizzato da Hines in viale Bligny (“lo studentato vip”, si disse). Peccato che nessuno faccia mai i conti non solo dei costi di costruzione reali, ma soprattutto del costo del denaro: che è un materiale di costruzione, come i mattoni, dunque va acquistato e remunerato. E gli interessi (“guadagni”) da restituire vanno dal 5 per cento (la remunerazione garantita da Coima ai suoi investitori, molto virtuosa) al 10 o 15 dei fondi finanziari internazionali. Non esistono studentati gratis, né housing sociale finanziabile a zero, né Piani Casa Fanfani sostenuti dai pagherò. E’ lo scoglio che il pur intelligente Piano casa voluto dall’assessore Emmanuel Conte, che punta a coinvolgere i privati per edificazioni in aree di proprietà pubblica, fatica ad aggirare. Il primo tentativo si è scontrato con l’obiezione dei dei costruttori di non poter lavorare sottocosto. Università come Poli, Bicocca, Cattolica portano avanti progetti innovativi per nuovi studentati. Ma ovviamente il ritardo di programmazione è nazionale, Milano ha la “colpa” di attirare troppi studenti. Ancora una volta: serve politica, non populismo. Chiaro, come direbbe Lucia Tozzi, ci sono fattori strutturali come il grande afflusso di capitali per l’acquisto edilizio in base alla legge Renzi post Brexit. Ma c’è anche una mutata esigenza abitativa, e il fattore “città della conoscenza” che attrae. Un modello soltanto negativo?
La politica sparita
Se il problema non è stato il malaffare, se è certamente di un quadro normativo da rivedere al più presto, la vera domanda – potremmo dire il vero banco d’accusa – riguarda la politica. Che fine ha fatto in questi anni?
La grande trasformazione di Milano nasce con la giunta di Gabriele Albertini: una serie di scelte consapevoli per rilanciare la città, dopo anni di depressione. Si può non condividerle, a patto di riconoscere gli aspetti positivi che ci sono stati, il resto è Barbacetto. Ma dopo Letizia Moratti (Expo portata a Milano e ultima metropolitana messa in cantiere) ci sono state tre giunte di sinistra. Che non hanno preso in considerazione gli effetti sociali che la trasformazione innescata stava producendo, né messo a terra un piano di edilizia popolare. O almeno fatto il conto di quanti alloggi, e a quale prezzo del denaro, servissero. Sono mancate l’analisi e la scelta politica. Finché, per una serie di cause, a un certo punto, a ridosso del Covid e all’inizio della seconda giunta Sala, tutto va in ebollizione ed esplode il caso “modello Milano”. Ma lì è accaduto questo: una parte della sinistra è andata all’attacco del “modello” sostenuto da tre sindaci. L’altra parte, impaurita, ha provato a gestire i guai. In entrambi i casi, complice la stampa e una destra cittadina inadeguata, la scorciatoia è stata scaricare la colpa sul “malaffare”, sugli “speculatori”, sulla città dei ricchi che esclude. Scorciatoia comoda, ma sarebbe stato meglio fare dei conti su quanto stavano lievitando i costi dell’edilizia, ed eventualmente programmare, prima, quanti oneri e quanti appartamenti in Edilizia residenziale sociale (Ers) chiedere. Il ritardo della politica è stato uno dei detonatori del caos.
Ma ora è giunto il momento di reagire. Il Pd, maggioritario in Comune, dovrebbe chiedersi perché ha scientemente affossato la “norma di interpretazione autentica” (Salva-Milano) che avrebbe circoscritto i termini delle inchieste. Pesò molto la paura di sentirsi accusare di “colpo di spugna”. Ci fui poi la proposta di un commissario ad acta – l’Italia ne ha visti di ogni tipo – per risolvere caso per caso i contenziosi, senza modificare leggi e inchieste. Sintetica e pratica. Si spese con intelligenza per questa via l’avvocato cassazionista del foro milanese, Guido Camera, presidente dell’associazione “Italiastatodidiritto”. L’idea fu affossata senza dibattito, dagli stessi timori della politica. Ora che il re è nudo, e mentre processi zoppicanti continueranno con tutta probabilità il proprio corso per anni, non c’è altra strada se non il ritorno alla politica: una legge nazionale, leggi locali e metropolitane non contraddittorie, definizioni e norme chiare. Per ripartire.
Molto meglio se come benchmark si eviterà di prendere l’ex capa delle inchieste Siciliano, nota esteta dell’architettura. Repubblica le ha chiesto: “Cos’è oggi l’urbanistica in città?”. E lei: “Parlo da cittadina: vedo una città in cui alcuni quartieri sono bellissimi ma morti”. E se lo dice lei, buona Milano a tutti.
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