L’Italia ferma per Sinner, e i neuroni pieni di elio degli operatori culturali

14 Luglio 2026 - 06:15
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L’Italia ferma per Sinner, e i neuroni pieni di elio degli operatori culturali

Anche l’ultima volta era domenica pomeriggio, ed era un infarto immaginario. La tizia dell’ambulanza mi aveva detto che secondo lei non stavo morendo (il fatto che stia scrivendo questo articolo costituisce spoiler: non stavo in effetti morendo) ma che per prudenza era meglio andare al pronto soccorso. Dove mi avevano fatto un elettrocardiogramma e poi mollata lì in attesa di qualcuno che mi facesse il prelievo per gli enzimi.

Chiunque sia stato in un pronto soccorso è stato mollato lì, e le ore di attesa mi erano parse fisiologiche, almeno finché non avevo visto un infermiere fare il giro dei derelitti in attesa e dire a un tizio arrivato sfracellato da un incidente di moto «ma cosa sta qui a fare, tanto l’ortopedico non c’è, torni domani».

Gli amici cui avevo scritto d’essere in sala d’attesa del pronto soccorso in quanto mitomane dell’infarto a un certo punto avevano iniziato a scrivermi: non ti cagano finché non finisce Sinner. Era l’8 giugno del 2025.

Ricopio dall’articolo di tredici mesi fa di Gaia Piccardi: «Non è stata una partita di tennis. È stata una vicenda di vita e di morte con momenti ultraterreni animata da un fenomeno italiano e da un prodigio spagnolo […] cinque ore e ventinove minuti di battaglia epocale».

Cinque ore e ventinove minuti in cui i casi non urgentissimi venivano lasciati accumulare da medici che già immagino avrebbero preferito essere al mare, poi c’è pure Sinner in finale al Roland Garros, la mitomane dell’infarto lasciamola lì così la prossima volta ci pensa prima di chiamare l’ambulanza, e al tizio con tre ossa rotte ditegli di tornare domani tanto non è che nella notte si aggiustano.

Quando l’altroieri qualcuno mi dice «ma come hai la presentazione alle sei e mezza, alle cinque c’è Sinner», ho una visione: la sala d’attesa dell’ospedale tredici mesi prima più affollata della spiaggia romagnola tredici mesi dopo. O magari la gente c’è, ma sta al bar a guardare la televisione: dalle torto.

Di tutte le frasi che potrei ricordare di “Felici i felici”, quella che mi capita di citare più spesso è: «Darius Ardashir è il genio del puro presente. La notte cancella ogni traccia del giorno prima e le parole rimbalzano leggere come palloni pieni di elio». Chi è il genio del puro presente che ha organizzato una presentazione in contemporanea alla finale di Wimbledon nel pieno della mania per Sinner?

Chiamo la tizia che si occupa di queste cose per Mondadori, all’ora di pranzo di una domenica, perché sono una cui piace illudersi. Non risponde (apprenderò poi che ha chiamato il genio del puro presente dicendo che l’avevo chiamata, evidentemente c’è qualcosa che non va, cosa, oddio, mica dovrò richiamarla, puoi richiamarla tu? Penso fortissimo a quella scena di “Closer” in cui Julia Roberts dice a Jude Law: che cos’hai, dodic’anni?).

Va bene, telefono io al genio del puro presente, che non conosco ma che non potrà che essere d’accordo: non ha senso parlare a una spiaggia di gente che ti chiede se puoi abbassare la voce cianciando del tuo libro ché loro hanno la telecronaca da ascoltare dai cellulari.

L’Ardashir che la Romagna si può permettere mi risponde come la mia fosse un’obiezione folle: «Cose ce ne sono sempre, se uno sta dietro alle altre cose che ci sono non fa più niente». Cose. Un torneo di bocce. Il compleanno di mia zia. Landini ospite dalla Gruber. Sinner a Wimbledon. Ordinaria concorrenza nell’economia dell’attenzione.

«Ma perché, tu lo volevi vedere?». Cosa gli rispondi, a uno che pensa il problema sia che tu volevi vedere Wimbledon, non il fatto che un organizzatore di eventi culturali non abbia tenuto conto dell’insensatezza di organizzarne uno in contemporanea alla massima espressione dell’attuale mania collettiva italiana?

Lui, dice, non l’avrebbe visto comunque, Wimbledon. Lo dice col piglio di chi si sente rappresentativo. E io penso: ma forse vale la pena andarci, a questa presentazione deserta, a parlare al vuoto, per conoscere l’unico italiano che non ha capito il rapporto degli italiani con Sinner; per conoscere questo tizio che non fa il tabaccaio, non fa il dermatologo, non fa il calzolaio: fa l’organizzatore culturale. Cosa potrà mai andar storto.

Poiché sono una cui piace illudersi, prendo in considerazione la possibilità che l’Ardashir della riviera sappia perfettamente d’aver fatto una cazzata, ma ormai non ci ha pensato per tempo, ha annunciato l’incontro, ha fatto le locandine, ha fatto uscire i trafiletti sui quotidiani locali, e non ti dirà mai «spostiamolo». La possibilità che ci faccia, Ardashir, e non ci sia.

Persino quando arrivo, un’ora prima della presentazione, a Sinner iniziato da poco, e la spiaggia (è una presentazione in spiaggia) è deserta di domenica pomeriggio, deserta di bagnanti, e io gliela indico a dimostrazione che non sia stata una buona idea, non sono rimasti a prendere il sole pur di correre a vedere il tennis, e lui sostiene che no, è perché le previsioni davano brutto ed è per quello che siamo di fronte all’unica spiaggia vuota che si sia mai vista in Italia una domenica di luglio, perché la gente è ripartita prima pensando che avrebbe piovuto pure se c’era il sole – persino allora cerco per lui delle scuse.

Potrebbe essere solo la vecchia sindrome «Se dico “mi sono sbagliato” mi casca il cazzo» che affligge l’umanità di sesso maschile (e sempre più spesso anche quella di sesso femminile: prendiamo solo il peggio). Potrebbe essere che l’Ardashir locale – non essendo stato abbastanza capace da controllare sei mesi fa sul calendario quando sarebbe stato Wimbledon e, consapevole di vivere in un paese trasformato in altare di Sinner, togliere quella domenica dal calendario della rassegna – potrebbe essere che ora faticasse ad ammetterlo.

Persino al quattordicesimo «No ma guarda nella mia esperienza non c’è alcuna differenza di pubblico tra quando ci sono altri eventi e quando no», «La settimana prossima presentiamo Tizia e c’è addirittura la finale dei mondiali», «L’unica volta che abbiamo spostato una presentazione era perché c’erano gli Europei, ma vuoi mettere il calcio», persino allora cerco di calcolare la possibilità che sia quella sindrome lì, e non una vera inconsapevolezza: non può credere davvero che agli italiani importi più dei mondiali senza Italia che di Sinner, dai, c’è un limite persino all’umana stolidità, persino quella sembra infinita ma non lo è.

Persino quando dice «nessuna delle persone che conosco guarda Sinner» riesco a non trattarlo come Miranda Priestly tratterebbe una stagista che oltre che incapace fosse pure arrogante, e questa mia continenza un giorno dovrà pure venire premiata col Nobel per la Pace, che dopo questa domenica credo di meritare persino più di quello per la Letteratura.

Io, che non guardo il tennis da quando ero al liceo, e che quando è arrivato questo fenomeno popolare ho deciso di non avere spazio mentale per occuparmene, e quindi non ho mai visto giocare Sinner e mi sento sempre come quelli che passano la settimana di Sanremo a dire «non capisco come facciate a guardarlo» (ma non faccio queste obiezioni fesse, giuro), io non ho mai pensato tanto a Sinner quanto di fronte ai pochi eroi che erano venuti a sentirmi parlare d’un libro mentre quello vinceva Wimbledon.

Non ho mai chiesto così spesso il risultato, non ho mai provato tanto sollievo per la fine d’una partita (abbondantemente dopo la fine della presentazione: almeno gli eroi che erano venuti a farsi autografare il libro hanno fatto in tempo a tornare a casa o in albergo e guardare l’ultimo set).

A un certo punto della presentazione, Ardashir mi domanda del turpe furgone di Bisceglie. Ormai investita del ruolo di unica lì ad avere una qualche contezza di cosa interessi agli italiani, ho chiesto a quella dozzina di eroi che mi ascoltavano cianciare del mio libro se avessero idea di cosa si trattasse. Nessuno ne sapeva nulla. Nessuno aveva un’idea neanche vaga che ci fosse stata una polemica riguardante lo Strega, un bisticcio tra i finalisti, pagine e pagine di giornali in merito.

Mi sono ricordata dell’italiano che capisce meglio i gusti e gli interessi del pubblico tra quelli che conosco, il quale il secondo giorno mi aveva chiesto come mai stessi pensando di scriverne, «è una vicenda che interesserà cento persone in Italia».

Ho capito che sì, mi ero sbattuta ad andare a una presentazione deserta alla quale vendere quattro copie sopportando autostrade ingorgate, conversazioni con gente che non sa di cosa parla ma mette comunque su toni perentori, ristoratori che se gli chiedi di togliere la bottarga da un piatto ti dicono prendendosi sul serissimo che no, il piatto ha un equilibrio, era una domenica bestiale, ma almeno ci avevo guadagnato la consapevolezza di una divisione del mondo.

Da una parte quelli che sanno che agli italiani interessa Sinner e non hanno idea di cosa succeda nelle tappe promozionali prima del premio Strega.
Dall’altra quelli con cui troppo spesso mi trovo a parlare io. Gente che sa tutto del turpe furgone e niente del calendario degli interessi del pubblico, però ha molti libri a casa. Dimostrazione ennesima che sì, il fatto che più nessuno legga è un problema, ma non grave quanto il fatto che a quelli che leggono, appena chiudono i libri, rimbalzano via neuroni pieni di elio.

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