L’Italia hub dell’oro importato che deforesta l’Amazzonia

23 Giugno 2026 - 09:34
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L’Italia hub dell’oro importato che deforesta l’Amazzonia

Nel 2025 circa la metà dell’oro extra-Ue è transitato dall’Italia, trasformando il nostro Paese in uno dei principali varchi d’accesso europei per il metallo prezioso proveniente da aree considerate ad alto rischio. Ma, secondo una nuova inchiesta di Greenpeace, lungo questa filiera non vengono effettuati controlli in grado di garantire che l’oro importato non sia legato ad attività estrattive illegali, violazioni dei diritti umani o distruzione ambientale, compresa quella dell’Amazzonia.

L’indagine, intitolata Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia: un’analisi dei flussi, tra traffici opachi e controlli assenti, arriva al termine del viaggio in Europa di alcuni leader indigeni dell’Amazzonia brasiliana, protagonisti del tour “Il vero costo dell’oro”, promosso da Greenpeace Brasile per richiamare l’attenzione sulle conseguenze dell’attività mineraria nei territori indigeni.

Secondo i dati raccolti dall’Unità investigativa di Greenpeace Italia, nel 2025 il nostro Paese è stato il primo importatore di oro extra-Ue. Sette lingotti su dieci, pari a 148 tonnellate, sarebbero arrivati da Paesi nei quali la tracciabilità è debole o, in molti casi, quasi inesistente.

Il problema è che dal 2021 gli Stati membri dell’Unione europea hanno l’obbligo di effettuare verifiche lungo la catena di approvvigionamento dell’oro e di altri metalli provenienti da zone di conflitto o ad alto rischio. Eppure, secondo Greenpeace, l’Italia non sarebbe ancora in grado di assicurare che il metallo importato provenga da filiere legali. Il Ministero delle Imprese e del made in Italy, interpellato dall’associazione, ha ammesso l’assenza di ispezioni e sanzioni, attribuendola a «impedimenti meramente amministrativi».

«L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato», dichiara Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia: «Una situazione paradossale. Siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria creata nel 2017 e applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti “metalli e minerali provenienti da zone di conflitto” venga applica. Mentre altri Paesi pubblicano report annuali sui controlli, noi restiamo fermi al palo. L’Unione Europea e l’Italia devono fare la propria parte, garantendo l’applicazione di regole severe sulla tracciabilità dell’oro per impedire l’ingresso di metallo legato alla devastazione dell’Amazzonia e a conflitti in aree vulnerabili del mondo».

La domanda europea di oro continua intanto a crescere. Tra il 2023 e il 2025 le importazioni Ue sono aumentate del 26%, arrivando a 1.633 tonnellate negli ultimi cinque anni, per un valore economico pari a 81,2 miliardi di euro. Ma, denuncia Greenpeace, alla crescita dei flussi non corrisponde un rafforzamento dei controlli: la Commissione europea avrebbe confermato che la EU Whitelist, la lista degli impianti di fusione e raffinazione responsabili su scala mondiale, non è ancora stata istituita.

Tra i nodi più sensibili c’è il Brasile. Un’altra recente inchiesta di Greenpeace, Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud, ha documentato come l’oro estratto illegalmente in Amazzonia possa essere riciclato sfruttando le lacune del sistema brasiliano e poi immesso sui mercati internazionali. Dopo la Germania, l’Italia risulta il secondo Paese importatore europeo di oro brasiliano.

Restano inoltre opachi, secondo Greenpeace, alcuni dei principali snodi attraverso cui passa il metallo destinato al nostro Paese. Emirati Arabi Uniti e Svizzera sono i primi due Paesi extra-Ue dai quali l’Italia si rifornisce: Dubai è uno dei maggiori hub mondiali per la compravendita e il transito dell’oro, in particolare da Africa e Asia, mentre la Svizzera ospita alcune delle più grandi raffinerie del pianeta. Dopo fusione e raffinazione, ricostruire l’origine effettiva dell’oro diventa però quasi impossibile, creando una zona grigia favorevole al riciclaggio di filiere poco trasparenti. Un contesto che richiede da parte dei governi e agli operatori finanziari internazionali di assumersi le loro responsabilità, impedendo che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto “pulito”, rafforzando le misure normative e amministrative contro il riciclaggio.

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