Vedette su un mondo (sempre meno) ghiacciato: come le microalghe ci avvertono sui cambiamenti climatici
Un gradino dopo l’altro, fin lassù. Su coffe ondeggianti nell’impeto di un mare scosso. Le vedette di un tempo avvistavano approdi troppo lontani da vedere dal bordo di una prua inclinata. “Terra!”, gridavano, destando corpi assopiti. Ancora oggi, a distanza di decenni, quella stessa esclamazione ci torna all’orecchio. Non più come grido di conquista o emozione del ritorno, quanto principio di allarme. E, se non altro, un po’ più difficile da cogliere.
Terra nascosta da decenni, venuta allo scoperto per lo scioglimento dei ghiacci: forse una delle più importanti minacce degli ultimi anni. Secondo l’IPCC del 2021, centinaia di gigatonnellate di ghiaccio vengono perse un anno dopo l’altro, a causa dell’innalzamento delle temperature. Oceani? Sì, ma non solo. Le stesse pressioni ambientali sulle calotte polari si riscontrano anche in montagna, a chilometri di distanza. Più nello specifico, i ghiacciai montani sembrano destinati a perdere dal 18% a oltre il 30% della loro massa nel corso del XXI secolo (a seconda dello scenario ipotizzato dall’IPCC, 2021). Ma andiamo con ordine e, come sempre, partiamo dal principio: un ghiacciaio non è solo ghiaccio. Ma un ammasso di roccia, ghiaia, materia organica e sedimenti intrappolati al suo interno. Sedimenti che rotolano, si schiacciano, si scontrano, vengono compressi e, talvolta, rilasciati.
Quando il ghiaccio si scioglie questi sedimenti vengono in contatto con l’ambiente. Esposti all’aria e all’ossigeno, alla degradazione biologica e a processi chimici. Una recente review a riguardo, di N. Colombo e colleghi e pubblicata su Global and Planetary Change, evidenzia possibili processi come il drenaggio acido e successivo rilascio di metalli pesanti, un’elevata attività biologica nonché un incremento di concentrazione di oligominerali, ioni principali e azoto. Processi fondamentali e meccanismi capaci di alterare in modo determinante l’ambiente circostante. Cosa comporta tutto questo? Comporta che sostanze chimiche intrappolate da tempo si dissolvono e vengono rilasciate nelle acque di dilavamento del ghiaccio. Quelle acque che scorrono per metri o chilometri, fino a gettarsi in fiumi e laghi alpini, alterandone le caratteristiche. Quindi quando un ghiacciaio si scioglie non scompare, ma modifica l’ambiente circostante spargendo indizi che dobbiamo imparare a cogliere.
Da questi indizi nasce una storia intricata e complessa, e un pezzo di questa storia ce la raccontano anche le diatomee. Perché le diatomee sono reattive, sensibili a queste variazioni chimico-fisiche e, in risposta a esse, si modificano. Un aspetto già affrontato in precedenza (e pubblicato da R. Esposito e colleghi su Geophysical Research Letters nel 2006), che ha sottolineato come variazioni nel regime idrologico, alterato durante lo scioglimento glaciale, svolgano un ruolo chiave nel plasmare comunità biologiche. Cambiano le specie, la biomassa della comunità si riduce o aumenta, le abbondanze si riequilibrano o si alterano, alcune specie spariscono mentre altre compaiono. Ma, soprattutto, mai in modo casuale. Nel 2022 Ł. Peszek e colleghi, su Ecological Indicators, hanno evidenziato come particolari specie di diatomee si relazionino con una specifica composizione chimica delle acque, soggetta a influenze esterne e a flussi di dilavamento di ghiacciai. Nello specifico cambi di pH, conducibilità, metalli pesanti e nutrienti disciolti: tutto ciò ha un effetto sulla comunità di diatomee. Comprendere i meccanismi di questi cambiamenti significa poter ripercorrere a ritroso le tappe di questa storia. Partendo da variazioni più evidenti per risalire a ciò che le mette in moto, con una catena di causa-effetto che si interrompe solo davanti a quella massa ghiacciata.
Ed ecco che il loro ruolo ci viene di più facile intesa. Perché le diatomee urlano e, se ascoltate nel modo giusto, ci aiutano a comprendere quanto velocemente questi ambienti stiano cambiando, e in che modo essi lo stiano facendo. Con un grido posto a sottolineare un percorso che non tende più verso una conquista ma verso una perdita. Perché con gli stessi vocaboli di un tempo non narra più una storia di scoperta, ma di rinuncia.
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