L’Odissea di Nolan, e il vano tentativo di sospendere l’incredulità

17 Luglio 2026 - 06:15
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L’Odissea di Nolan, e il vano tentativo di sospendere l’incredulità

C’è un punto, nell’“Odissea”, in cui ho capito che non ero riuscita a fare quella cosa che raccomandava ieri Francesco Piccolo, cioè lasciare a casa le velleità di intelligenza scettica e credere che quel tizio sullo schermo stia rischiando davvero la vita. È un punto non particolarmente significativo: è un personaggio che dice a un altro «Da questa parte».

A quell’altezza della storia non c’è ancora stato Ulisse che, tornato a Itaca fingendosi mendicante, dice a Telemaco «I’m a veteran of the Trojan war», che è una frase che fa molto ridere sia perché «veterano» fa subito film sul Vietnam, sia perché per gli americani i Trojan sono preservativi, e sembra di vedere i quindicenni che sghignazzano in sala. Però c’è, a quel punto, già stato un personaggio di tremila anni fa che dice a un altro «You lucky bastard», e insomma io posso sospendere l’intelligenza scettica ma voi dovete darmi una mano, se lo dialogate come “Arma letale” io non ce la faccio, l’effetto è quello dei cowboy con l’orologio.

E quindi quell’innocentissimo «Da questa parte» mi porta subito fuori dal film e dentro uno di quei ristoranti milanesi che hanno dei menu con combinazioni assurde per cui devi mettere crocette da qualche parte, o in cui esistono solo piatti da condividere con tutta la tavolata, e quindi quando ti siedi la cameriera ti dice «sapete come funziona?», e tu avresti voglia di risponderle «che voi mi date del cibo e io vi do dei soldi», ma non lo fai perché hai lasciato a casa l’intelligenza scettica e ti sei abbandonata alla convenzione narrativa, che al ristorante è più facile da fare che al cinema.

Al cinema è ormai difficilissimo per due ragioni. La prima è che – a meno di non andare alla prima delle proiezioni stampa, prima che chiunque abbia visto qualsivoglia scena – arrivi in sala piena di idee altrui, di opinioni, di polemiche. Io continuavo a pensare a “Pollon”, perché avevo letto la recensione del New Yorker che dice che Nolan non ci ha messo abbastanza dèi.

E non basta neanche saltare le recensioni, se come è accaduto con “L’odissea” un film diventa caso e dibattito culturale e tutti hanno opinioni vocianti per mesi prima dell’uscita. Continuavo a pensare alle scemissime polemiche su Elliot Page, fu Ellen, che si è tagliata le tette per farsi uomo ma sempre un metro e un barattolo resta, e la destra social era indignatissima che Nolan avesse deciso che poteva fare Achille, il più forte dei guerrieri, e poi il film comincia e scopri che Page non è Achille: è Maria Grazia Cucinotta che muore prima dei titoli di coda in quel James Bond.

Destra social parente del ceto medio complessato nello smaniare per farci sapere che conosce l’epica (cioè: una materia che si studiava alle medie). Uscendo dal cinema, un ventenne diceva ai suoi amici «che film di merda, non c’è neanche lui che racconta ai Feaci», e io speravo che sulla ragazza facesse effetto, che suscitasse in lei il «Quante cose sai, Gianni mio, me le imparerai tutte?» che lui sperava, ma chissà, la competizione è fitta: il mondo è affollato di gente che, sapendo poche cose, ci tiene assai a far sapere di saperle.

Trappola per evitare la quale dovrei forse evitare di dire che, al cinema, continuavo a pensare a David O. Selznick, il produttore di “Via col vento” che aveva regole assai idiosincratiche per l’adattamento dei classici, e a quell’intervista a Nolan che avevo letto, quella in cui diceva che avrebbe voluto mettere «Il mio nome è Nessuno» nella scena di Polifemo ma non aveva trovato il modo di renderlo in inglese moderno. Pensa fare “Via col vento” senza «Domani è un altro giorno». Pensa credere che «lucky bastard» sì e «I’m nobody» no.

Che poi era perfetta per gli anglofoni, che conoscono (specie se americani) solo la roba in inglese, e quindi «I’m nobody, who are you?» gli è arrivata da Emily Dickinson, così come Elena di Troia gli è arrivata da Christopher Marlowe (e infatti Menelao dice a Telemaco che la moglie è the face that launched a thousand ships, per poi prenderle la faccia, fargli vedere che ora è sfregiata, e aggiungere che adesso al massimo di navi ne partirebbero cinquecento: a quel punto ti aspetti che Elena vada su Facebook a denunziare la di lui mascolinità tossica in un gruppo di mogli rancorose di guerrieri di monarchie assortite).

Al cui proposito, ma quelli che hanno fatto le interviste nelle scorse settimane il film l’avevano visto? No, perché al di là del non aver capito che Omero affida il destino di (quel coglione di) Ulisse interamente alle donne, vedendo il film si scopre che il regista che secondo Lupita aveva finalmente dato spazio alle donne ha invece del tutto cassato dalla storia Nausicaa. Magari l’avevano visto ma sono della scuola filosofica «mai obiettare quando un intervistato dice una scemenza, se poi l’intervistato è femmina diventa pure mansplaining».

La seconda ragione per cui è difficile sospendere l’incredulità al cinema è che siamo, credo, nella terza fase dell’umanità rispetto all’epica. La prima fase è durata millenni: erano quelli che Omero lo leggevano, lo ascoltavano leggere, avevano attiva quella parte del cervello che ti fa immaginare le persone descritte, le azioni raccontate.

Poi sono arrivati quelli che per la prima volta le hanno viste messe in scena, gli sceneggiati della Rai o i film con Kirk Douglas: non hanno più potuto immaginare niente, le facce erano quelle scelte da produzioni che non potevi taggare, e se le facevano andar bene. Solo mezzo secolo fa, eravamo un’altra umanità: la me bambina s’incantava a guardare la “Cleopatra” con Liz Taylor, oggi probabilmente mi parrebbe uno sketch comico particolarmente lungo.

E oggi ci siamo noi, che abbiamo gli occhi pieni di immagini, i neuroni stratificati di roba che certo, è stata inventata da Omero, ma è stata rifatta da chiunque, e quindi quando Ulisse fa fuori tutti i Proci da disarmato, tutti contro uno, io non riesco a non pensare a Bruce Willis scalzo e con le schegge di vetro nei piedi che nel primo “Die Hard” ha la meglio su tutti i terroristi.

Quando è miracolosamente preciso con le frecce non riesco a non pensare a Jack Nicholson, alla scena finale di “L’onore dei Prizzi”, quando non solo scansa la pallottola che gli spara Kathleen Turner ma mentre si scansa lancia anche un coltello che preciso le entra nella giugulare.

Quando nessuno tranne lui riesce a tendere l’arco, non c’è nessuno ma proprio nessuno che sia stato bambino nella seconda metà del Novecento che non consideri Omero derivativo di Mago Merlino: proprio come «amor ch’a nullo amato» l’abbiamo sentito per la prima volta da Venditti, quell’espediente lì l’abbiamo visto per la prima volta nella “Spada nella roccia”.

Quando Calipso confessa a Ulisse, dopo tutta quella laguna blu, che la ragione per cui è lì da sette anni e non ricorda d’avere una moglie o d’aver avuto un regno o un esercito è che lei da sette anni ogni sera gli toglie la memoria dandogli da mangiare i fiori di loto, quando finalmente quel favoloso coglione di Ulisse capisce d’essere stato coglionato io mi aspetto che faccia il karaoke di Michael Stipe, «Say, haven’t you noticed? Oh, I ate the lotus» (canzone il cui incipit è il manifesto di vita di Circe, «I was hell, sarcastic, silver, swell»: Nolan, dovevi farmi fare la consulente musicale, sai come ci guadagnava il tuo kolossal).

Non sono ancora riuscita a capire, nelle ore trascorse da quando ho visto “L’odissea”, perché Zendaya non sia credibile come dea sembrando troppo una che sa cosa siano le cingomme e la messaggistica istantanea, i grandi magazzini e la diet Coke, ma a Matt Damon, con quella faccia da più americano tra gli americani, a Matt Damon invece ci credi. Sarà perché lui è un attore?

(Naturalmente questa mia ipotesi è sessismo, come lo è aspettare che torni Ulisse sul trono, e infatti Penelope fa la sua brava tirata contro il patriarcato, sembra una di Instagram, proprio come il finale in cui Ulisse spera nel ritorno della civiltà e nel fatto che «i nostri errori saranno dimenticati» sembra un editoriale contro Trump: cent’anni di cinema ci rovineranno pure l’immaginario, ma anche l’attualità non scherza).

Certo, se questo film fosse uscito dieci anni fa avrebbe avuto un senso. Sarebbe stata una grande metafora dei limiti del maschile, l’uomo che si rifiuta di chiedere indicazioni, per colpa tua siamo arrivati in ritardo da mia cognata, dicevi che sapevi una scorciatoia e guarda dove siamo finiti, te l’avevo detto di chiedere ai passanti ma tu ti sentivi sminuito.

Ma adesso, adesso che tutti hanno le mappe sul telefono, adesso che senza indicazioni del navigatore nessuno di nessun sesso o mestiere sa più fare cento metri, adesso Ulisse di cosa è metafora? Del fatto che il vero viaggio dell’eroe è salire su una barca senza navigatore satellitare?

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