L’offerta globale di petrolio quest’anno scenderà al di sotto della domanda a causa della guerra in Iran: allerta sui prezzi

Maggio 14, 2026 - 13:00
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L’offerta globale di petrolio quest’anno scenderà al di sotto della domanda a causa della guerra in Iran: allerta sui prezzi

L’offerta globale di petrolio scenderà al di sotto della domanda quest’anno a causa della guerra in Iran. A dirlo è l’Agenzia internazionale dell’energia (International energy agency, Iea) nell’ultimo bollettino mensile. Tra le principali informazioni contenute nel documento c’è la previsione che la domanda mondiale di petrolio subirà una contrazione di 420.000 barili al giorno rispetto al 2025, attestandosi a 104 milioni di barili al giorno, ovvero 1,3 milioni di barili al giorno in meno rispetto alle previsioni prebelliche. Il calo maggiore si registrerà entro giugno, con una diminuzione di 2,45 milioni di barili al giorno, di cui 930.000 barili al giorno attribuibili ai paesi dell’Ocse e 1,5 milioni di barili al giorno a quelli non Ocse. «Attualmente - scrivono gli esperti della Iea - i settori più colpiti sono quello petrolchimico e quello dell’aviazione, ma l’aumento dei prezzi, un contesto economico più debole e le misure di risparmio energetico incideranno sempre più sul consumo di carburante».

Il problema principale innescato dai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran però non è questo, non è la contrazione della domanda, che di fatto dipende dall’impossibilità di approvvigionamento dovuto al blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran prima e (anche) di Washington poi. Il problema è che la crisi del Golfo persico ha fatto sì che l’offerta mondiale di petrolio, a cui la Iea aveva già fatto fronte a marzo sbloccando 400 milioni di barili delle riserve di greggio, sia diminuita di ulteriori 1,8 milioni di barili al giorno (mb/g) ad aprile, attestandosi a 95,1 mb/g e portando le perdite totali registrate da febbraio a 12,8 mb/g. Scrivono ancora gli autori del bollettino di maggio della Iea: «La produzione dei paesi del Golfo colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz è risultata inferiore di 14,4 mb/g rispetto ai livelli prebellici. L’aumento della produzione e delle esportazioni dal bacino atlantico offre un certo sollievo. Ipotizzando che i flussi attraverso lo Stretto riprendano gradualmente a partire da giugno, si prevede che l’offerta globale di petrolio diminuirà in media di 3,9 mb/g nel 2026, attestandosi a 102,2 mb/g».

Ora qui si potrebbe avviare tutta una serie di considerazioni sul fatto che tutto ciò non comporterebbe un problema se a livello globale (per non dire nazionale, restringendo lo sugardo all'Italia) si fosse accelerato già da qualche anno sul fronte delle energie rinnovabili, che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che sono convenienti non solo dal punto di vista del contrasto alla crisi climatica e della tutela ambientale, ma anche dal mero punto di vista economico e della sicurezza energetica,  come del resto emerge da diversi esempi forniti da paesi che hanno puntato su eolico e solare.  Ma senza allargare troppo il discorso e senza neanche azzardare previsioni su quanto tempo ancora ci vorrà per contemplare il tramonto dei combustibili fossili e rimanendo inverc sui dati comunicati dalla Iea, cosa significa quanto evidenziato in quest'ultimo bollettino? Primo, che la guerra in Iran ha bloccato le esportazioni di petrolio da parte dei paesi del Golfo e a questa mancanza di approvvigionamento si sta supplendo con l’export del greggio statunitense (e non a caso i petrolieri americani stanno registrando extraprofitti da decine e decine di miliardi). Secondo, che se anche la guerra in Medio Oriente dovesse finire subito e i flussi di petrolio dovessero riprendere già dal mese prossimo, ci sarebbe comunque quest’anno una flessione nella disponibilità di greggio a livello globale, con tutto quel che ne consegue in termini di aumento dei prezzi della materia prima e, di conseguenza, di bollette, carburanti e via via su tutti gli altri prodotti.

Scrivono infatti gli esperti della Iea sulla base dei dati in loro possesso: «Si prevede che i volumi di greggio trattati dalle raffinerie subiranno un calo di 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026, attestandosi a 78,7 milioni di barili al giorno, e di 1,6 milioni di barili al giorno nel 2026 nel suo complesso, scendendo a 82,3 milioni di barili al giorno, poiché gli operatori devono far fronte a danni alle infrastrutture, restrizioni alle esportazioni e una minore disponibilità di materie prime». Stando sempre ai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte petrolifere globali registrate hanno subito una contrazione di 129 milioni di barili a marzo e di ulteriori 117 milioni di barili ad aprile e le continue interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno determinato un calo delle scorte a terra di 170 milioni di barili nel mese di aprile (-5,7 mb/giorno), mentre le scorte di petrolio in mare hanno registrato un rimbalzo di 53 mb. Le scorte a terra dei paesi Ocse sono crollate di 146 mb (-4,9 mb/giorno), mentre quelle dei paesi non Ocse sono diminuite di 24 mb.

Il resoconto degli esperti della Iea si conclude sottolineando il fatto che «a più di dieci settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente, le crescenti perdite di approvvigionamento dallo Stretto di Hormuz stanno esaurendo le scorte mondiali di petrolio a un ritmo record». Il che sta impattando in modo significativo non solo sui prezzi di riferimento del petrolio, ma anche sulla volatilità (sempre comunque su livelli alti) di essi, avendo registrato «forti oscillazioni in risposta ai segnali contrastanti sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano presto un accordo per porre fine al conflitto». Non a caso il North Sea Dated (punto di riferimento più importante per i prezzi del petrolio) è schizzato a 144 dollari al barile per poi precipitare a meno di 100 dollari, per poi risalire nuovamente, sempre in corrispondenza delle dichiarazioni soprattutto di Donald Trump sulla possibilità o meno di arrivare a un accordo di pace con Teheran. «Al momento della stesura di questo documento – si legge nel testo della Iea – i due paesi rimanevano in disaccordo su un accordo per riaprire lo Stretto e porre fine alla guerra, con il North Sea Dated intorno ai 110 dollari al barile».

Ma le maggiori criticità, sottolineano gli esperti dell’Agenzia internazionale dell’energia, non riguardano tanto il passato o il presente, quanto il futuro. Con il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz ancora limitato a causa del blocco iraniano e del controblocco americano, «le perdite cumulative di offerta da parte dei produttori del Golfo superano già il miliardo di barili, con oltre 14 milioni di barili al giorno di petrolio attualmente bloccati, uno shock di offerta senza precedenti». E se è vero, come pure sottolineano gli autori del bollettino, «l’attuale divario tra domanda e offerta è tuttavia notevolmente ridotto, poiché il mercato era già in surplus all’inizio della crisi e sia i produttori che i consumatori stanno rispondendo ai segnali del mercato», un protrarsi del conflitto comporterà problemi ben più gravi. Finora, per sopperire alla chiusura del canale del Golfo, oltre all’aumento dell’export del petrolio americano c’è stato un analogo incremento da parte del Venezuela, del Brasile, del Canada e del Kazakistan. «Anche le esportazioni di greggio della Russia sono aumentate – si legge nel report Iea – poiché i ripetuti attacchi alle sue raffinerie hanno ridotto l’uso interno e portato a maggiori spedizioni, mentre gli Stati Uniti hanno temporaneamente sospeso le sanzioni sul petrolio russo in mare». Ma, passando al lato della domanda, «le raffinerie hanno ridotto i volumi di lavorazione e hanno drasticamente ridimensionato le importazioni di greggio»: «Le importazioni cinesi di greggio via mare sono diminuite di ben 3,6 milioni di barili al giorno da febbraio ad aprile. Si sono registrate forti riduzioni delle importazioni anche in Giappone (-1,9 milioni di barili al giorno), Corea (-1 milione di barili al giorno) e India (-760.000 barili al giorno). Ma mentre il rallentamento dell'attività di raffinazione a livello globale – di circa 5 mb/g su base annua ad aprile – ha temporaneamente allentato le tensioni sul mercato del greggio, la scarsità si sta rapidamente diffondendo ai mercati dei prodotti petroliferi».

Per ora, le perdite più marcate si registrano nel settore petrolchimico, dove la disponibilità di materie prime sta diventando sempre più limitata. Anche l’attività del settore aereo è ben al di sotto dei livelli normali, contribuendo ad alleviare parte della pressione sui prezzi del carburante per aerei, che sono quasi triplicati dopo l’interruzione delle esportazioni dal Medio Oriente. E, scrivono gli esperti della Iea, «l’aumento dei prezzi, il deterioramento del contesto economico e le misure di risparmio della domanda peseranno ulteriormente sul consumo globale di petrolio». La conclusione a cui giungono è del resto netta: «Sebbene la domanda possa tornare a crescere verso la fine dell’anno se venisse raggiunto un accordo per porre fine alla guerra che consenta la graduale ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz a partire dal terzo trimestre del 2026, come ipotizzato nel presente rapporto, l’offerta probabilmente impiegherà più tempo a riprendersi. Di conseguenza, il mercato petrolifero rimarrà in deficit fino all’ultimo trimestre dell’anno. Con le scorte petrolifere globali che si stanno già riducendo a un ritmo record, sembra probabile un’ulteriore volatilità dei prezzi in vista del picco della domanda estiva».

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