Luoghi di culto, legami di incontro e dialogo nella metropoli

25 Giugno 2026 - 17:56
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Luoghi di culto, legami di incontro e dialogo nella metropoli
I relatori del convegnoI relatori del convegno

La crescita di una città non si misura soltanto dai risultati economici o dai livelli di occupazione, ma anche dalle possibilità che essa offre all’incontro tra i suoi abitanti e in particolare tra coloro che appartengono a culture e fedi differenti. Milano, forte della sua vocazione internazionale e multiculturale, diventa quindi un esempio per riflettere su come i luoghi più significativi delle diverse fedi e culture possano costituire le basi per un dialogo che accolga tutti come fratelli e sorelle della stessa grande città.

Su queste premesse si è tenuto oggi a Palazzo Reale l’incontro «Comunità religiose nelle città, i luoghi dell’incontro e del culto» promosso tra gli altri dal Comune di Milano, dalla Comunità di Sant’Egidio e dal dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Milano.

Il pubblico presente a Palazzo Reale

Il Rapporto Ismu

In virtù della sua posizione al centro del Mediterraneo come crocevia dei popoli, l’Italia mostra un’interessante varietà religiosa e geografica. Secondo il 31° rapporto Ismu sulle migrazioni, all’1 luglio 2025 si contano in Italia circa 5,5 milioni di residenti stranieri: di questi il 31% musulmani, 16,6% cattolici, 28,6% ortodossi, 2,6% cristiani evangelici, 4,2% altri cristiani (copti inclusi), 3,3% buddisti, 2,1% induisti.

Le principali nazionalità tra i musulmani sono Marocco (416 mila fedeli), Bangladesh (176 mila), Pakistan (165 mila), Albania (158 mila), Egitto (125 mila), Tunisia (119 mila) e Senegal (117 mila). Sugli egiziani occorre sottolineare la presenza di una considerevole minoranza copta (circa il 25%) e che quasi un quarto degli egiziani in Italia risiede nel comune di Milano.

Tra i cristiani ortodossi in Italia, quasi il 55% (pari a circa 857 mila fedeli) proviene dalla Romania, seguiti dagli Ucraini con 259 mila fedeli e con una crescita nell’ultimo anno del 15,2%. Tra i cristiani cattolici il quadro d’insieme mostra una distribuzione più ampia ed equilibrata su ben tre continenti (Asia, Europa e Sudamerica): filippini e peruviani costituiscono i gruppi nazionali cattolici stranieri principali sia in Italia, sia a Milano. Particolarmente rilevante è la comunità cinese di cui ben 34 mila su 311 mila persone risiedono proprio a Milano, divise tra buddisti, atei o agnostici e appartenenti ad altre religioni.

Oltre diffidenze e pregiudizi

Di fronte a un panorama così articolato, i luoghi di culto non si possono ritenere isole chiuse o prive di legami con il tessuto urbano in cui sono inserite. Al contrario essi possono favorire un dialogo ancora più profondo tra le persone superando diffidenze e pregiudizi che spesso, complice anche alcune manipolazioni, avvelenano il vivere quotidiano.

Questa considerazione è stata il filo conduttore tra esperienze diverse raccontate nel confronto tra il vicario episcopale monsignor Luca Bressan, il presidente della Casa della Cultura Musulmana di Milano Mahmoud Asfa e il referente dell’Unione Induista Italiana Govinda Deva.

Monsignor Luca Bressan e Mahmoud Asfa

L’idea del Monastero

Monsignor Bressan ha illustrato il progetto per la costruzione del Monastero Ambrosiano a Mind sui terreni dell’ex area Expo per mostrare «come anche un’istituzione con una tradizione millenaria come la diocesi di Milano si lascia interrogare dalla trasformazione in atto e come questa trasformazione diventa una sfida anche bella per ribadire la nostra identità. Il cardinale Montini aveva immaginato il piano per le nuove chiese nelle periferie di Milano con questa frase: la Chiesa cresce dove la città cresce”». Come sottolineato dal Vicario episcopale, «questa idea di crescita non va però declinata in termini identitari od occupazionali, ma educativi e culturali. Per cui la domanda è come continuare a mantenere questa identità estroversa in un momento di trasformazione che invece corre il rischio di farci chiudere in una logica identitaria».

L’idea di realizzare un monastero in un’area dove sorgeranno lo Human Technopole e dove è già presente l’ospedale Galeazzi è nata dal desiderio dei direttori delle due istituzioni di «immaginare spazi di dialogo certificati a livello scientifico tra il massimo della ricerca sulle scienze della vita e i saperi umanistici che le tradizioni religiose custodiscono». Il centro della costruzione è il luogo che più di ogni altro rappresenta il posto degli edifici religiosi dove unire l’incontro e il dialogo: un chiostro che, sullo stile di quelli medievali, sia «capace di mettere insieme diversità e anche reciprocità».

Integrare le diversità

Monsignor Bressan ha poi raccontato un aneddoto sulla possibilità di porre in cima al Monastero una Madonnina al posto della croce. Un’intuizione già messa in atto con Expo per «dire che c’è un richiamo non tanto a un’identità esclusiva nostra, ma a una tradizione che vuole continuare: far vedere come la Milano di Sant’Ambrogio è capace anche nel XX secolo di integrare insieme le diversità. Non per fare un soggetto unico, uniforme e confuso, ma proprio per valorizzare le diversità e crescere insieme».

Italiani aperti al dialogo

Mahmoud Asfa ha invece ripercorso la storia decennale della comunità islamica di Milano, affermando con convinzione che «l’Italia non è un paese razzista. Gli italiani non sono razzisti, anche se ci sono alcune aree politiche che vogliono creare questo clima di odio e di discriminazione. Invece io sono convinto che l’Italia e il popolo italiano, facenti parte della delle popolazioni del Mediterraneo, sono popolazioni aperte al dialogo e a creare amicizie».

Una convinzione che ha trovato conferme nell’appoggio ricevuto dal Comune di Milano per la realizzazione di una moschea in via Esterle vicino a via Padova, un’area di 1.400 m2 acquisita tramite un bando nel 2022. «Milano merita di avere un luogo di culto veramente degno come tutte le altre città europee, perché tutte le città. Milano non è meno importante di Londra a livello internazionale, ma lì ci sono 107 moschee vere e proprie riconosciute dallo Stato – ha dichiarato – Quindi a Milano con tutte le sue le sue potenzialità economiche – città della moda, del calcio, dell’accoglienza – ancora non c’è la moschea, ma credo che Milano merita di averla». Così da avere un luogo non esclusivamente riservato alla preghiera, ma anche dove favorire l’incontro tra le varie realtà cittadine.

Ponte tra le culture

Su questo aspetto si è soffermato anche Govinda Deva in riferimento al tempio induista in via Cassano d’Adda nella zona sud di Milano. «Il luogo di culto non è solamente un luogo dove si prega, si celebrano rituali, si medita, ma è un luogo di incontro nella comunità dove le famiglie si ritrovano, stanno insieme – ha affermato -. È un luogo aperto a tutta la comunità della città che l’ospita, come se fosse un ponte tra la cultura in vista e quella locale. Un luogo dove è possibile la mutua conoscenza, quindi anche a volte dissolvere l’incomprensione o semplicemente anche delle curiosità. Ma è anche un centro molto importante perché è un luogo dove si trasmette e si protegge una cultura millenaria antichissima».

Le conclusioni della vicesindaco Anna Scavuzzo

Includere per vincere la paura

Nelle sue conclusioni, la vicesindaco Anna Scavuzzo ha voluto sottolineare quanto «sia importante, radicato, profondo e bello per il futuro della nostra città poter contare su comunità che si sentano parte integrante. Per farlo il tema dei luoghi, della visibilità delle comunità stesse è centrale: oggi di fatto ci troviamo di fronte a progetti che hanno grande attenzione a tutta una dimensione sociale, culturale, urbanistica che spesso non riescono ad arrivare al titolo edilizio per una banalità che in realtà è un po’ un vincolo eccessivamente stringente. Penso ad esempio al tema dei parcheggi. Forse, pur sapendo che le norme evidentemente servono e vanno rispettate, devono evitare però di essere un capestro per impedire che si possano fare in maniera legittima alcune cose, come per esempio i luoghi di culto».

Secondo Scavuzzo, questa via è necessaria anche per superare le illusioni di un approccio securitario. “Quando c’è un clima di paura che viene spesso alimentato e si autoalimenta, si pensa che stringere i cordoni e diventare tutti più cattivi ci faccia essere più sicuri o percepire più sicurezza, ma poi si vede invece che non funziona – ha dichiarato –. Invece un’attenta e progressiva inclusione fa sì che le persone si sentano accolte e che quindi ci sia un grado di integrazione e di possibilità di comunità che io credo sia foriero di maggior sicurezza”.

Come ha voluto ricordare al termine del convegno monsignor Bressan, «i luoghi di culto sono amplificatori dei legami perché permettono di approfondire l’umanesimo che ci anima: costruiscono dimensioni che possono essere abitate dal dialogo e dalla risposta ai bisogni che abbiamo. Quindi favoriscono anche il dialogo interreligioso, inteso come stimare l’altro perché è mio fratello e lasciarmi interrogare dalle sue domande, dalla sua ricerca di senso e allo stesso tempo mostragli come quelle domande le vivo e gli rispondo».

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