L’uomo e la terra, una relazione fatta di responsabilità

24 Giugno 2026 - 13:49
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L’uomo e la terra, una relazione fatta di responsabilità
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Cresciuto in un paese prettamente agricolo del Foggiano, ho sempre guardato con rispetto e una certa ammirazione al mondo contadino, che non era soltanto lo sfondo della vita quotidiana, ma una vera e propria scuola implicita di tempo, pazienza e resistenza. Proprio per questo, fin da ragazzo mi sono avvicinato alle pagine di Fontamara di Ignazio Silone, che non leggevo soltanto come racconto letterario, ma come testimonianza di un rapporto profondo e talvolta doloroso tra l’uomo e la terra.

Tra le pagine più significative del romanzo, quella che descrive la condizione dei “cafoni” resta impressa come una ferita e insieme come una rivelazione: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo… poi vengono i cafoni». In questa immagine, consegnata da Silone alla storia del Novecento, si coglie non solo una denuncia delle disuguaglianze sociali del tempo, ma anche una riflessione più ampia sull’ordine del mondo e sul posto dei più poveri all’interno della comunità umana. Per Silone la terra non è mai soltanto un bene da possedere o una risorsa da dividere, ma il luogo concreto della vita, della fatica quotidiana e dell’attesa, e per questo egli lascia emergere con forza l’idea che essa appartenga, in senso profondo, a chi la lavora, a chi su di essa costruisce la propria esistenza, a chi vi lega speranze e preoccupazioni, a chi la notte non dorme perché sente il peso dell’incertezza per l’esito del raccolto, teme le intemperie, osserva il cielo e attende con pazienza il frutto del proprio lavoro.

Un valore esistenziale

In questa prospettiva, il lavoro agricolo assume un valore umano ed esistenziale prima ancora che economico, perché non è mai semplice produzione, ma relazione continua con la natura e con i suoi tempi, una relazione fatta di responsabilità, di fatica e insieme di appartenenza, che restituisce dignità a chi la vive e che rende la terra non un oggetto distante, ma una realtà familiare e condivisa.

Questa visione trova una particolare risonanza nel Magistero sociale della Chiesa, che nel corso del tempo ha più volte richiamato il valore del lavoro umano, la destinazione universale dei beni e la responsabilità verso il Creato, in particolare nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, nella quale è indicata la strada di un’ecologia integrale capace di tenere insieme dimensione ambientale, sociale e umana. La figura dell’agricoltore e di chi lavora nel verde nelle città assume allora un significato che va oltre la dimensione produttiva, perché diventa custodia della bellezza del Creato, manutenzione del paesaggio, protezione della biodiversità e servizio alla comunità, soprattutto nei contesti urbani dove il verde non è solo un elemento accessorio, ma una componente essenziale della qualità della vita.

Uno spazio urbano più equilibrato

Le città contemporanee, infatti, non possono essere pensate soltanto come spazi di edificazione e infrastrutture, ma devono riconoscere il valore strategico delle aree agricole periurbane, delle filiere corte, dei parchi e dei sistemi verdi, che contribuiscono in modo decisivo alla sostenibilità ambientale e al benessere delle persone, rendendo più equilibrato e più umano lo spazio urbano. In questo quadro, i lavoratori del verde e gli agricoltori sono protagonisti silenziosi di un equilibrio delicato tra natura e città, tra sviluppo e limiti ecologici, tra progresso e responsabilità, e il loro lavoro rappresenta una forma concreta di cura del territorio che incide direttamente sulla qualità della nostra vita. 

C’è una sapienza antica che, partendo dall’esperienza millenaria del lavoro agricolo, attraversa le pagine di Silone e ci raggiunge nelle nostre città, invitandoci a riflettere sulle nostre scelte e sul nostro stile di vita. Essa ci insegna che custodire il creato significa custodire le relazioni, i ritmi della natura e la dignità del lavoro umano, in un equilibrio sempre da ricercare e mai definitivamente acquisito.

 

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