Malati di Alzheimer nelle RSA: per la Cassazione lo Stato deve pagare le rette
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Rette RSA, svolta della Cassazione: il Servizio sanitario deve coprire integralmente le spese per Alzheimer grave e stati vegetativi permanenti.
Una serie di recenti decisioni della Corte di Cassazione potrebbe cambiare in modo significativo il rapporto tra famiglie, strutture residenziali e sistema sanitario pubblico nella gestione dei pazienti affetti da gravi patologie neurologiche. Al centro della questione vi sono le rette delle Residenze sanitarie assistenziali (RSA), costi che negli ultimi anni hanno rappresentato un peso economico enorme per migliaia di nuclei familiari.
Con cinque ordinanze depositate tra il 27 e il 28 maggio 2026, la Suprema Corte ha infatti ribadito un principio destinato ad avere effetti concreti in tutta Italia: quando il ricovero riguarda persone colpite da Alzheimer in fase avanzata, stati vegetativi permanenti o altre malattie neurodegenerative particolarmente invalidanti, il costo dell’assistenza deve essere sostenuto integralmente dal Servizio sanitario nazionale. In queste situazioni, la richiesta di una compartecipazione economica da parte dei familiari non trova fondamento normativo.
Una decisione che può incidere su migliaia di famiglie
Le pronunce riguardano diversi contenziosi provenienti da varie regioni italiane, tra cui Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna, ma il principio affermato ha una portata generale.
Per anni molte aziende sanitarie e numerose RSA hanno applicato una suddivisione delle spese che prevedeva il pagamento di una parte della retta da parte dell’utente o dei suoi familiari. Tale impostazione si basava sull’interpretazione di alcune disposizioni che disciplinano la cosiddetta lungoassistenza, ossia quel periodo durante il quale il paziente necessita di cure continuative per mesi o addirittura anni senza prospettive di recupero significativo.
Secondo la Cassazione, però, questa impostazione non può essere applicata automaticamente a tutte le situazioni. Quando la componente sanitaria è predominante e strettamente intrecciata con quella assistenziale, al punto da non poter essere separata, il ricovero deve essere considerato integralmente sanitario. In tali circostanze, il finanziamento spetta al Fondo sanitario nazionale.
I giudici hanno richiamato l’articolo 3, comma 3, del Dpcm del 14 febbraio 2001, sottolineando che la copertura pubblica deve essere garantita anche durante le fasi estensive e di lungoassistenza.
Il caso che ha portato alla pronuncia della Suprema Corte
Tra le vicende esaminate, una delle più significative riguarda una donna residente nel Veronese, colpita da una grave encefalopatia post-anossica che l’ha lasciata in stato vegetativo permanente.
Le condizioni cliniche della paziente erano estremamente complesse: tetraplegia, tracheostomia e alimentazione tramite gastrostomia. La donna è rimasta ospite di una struttura sanitaria della provincia di Verona per quasi nove anni, dal 2008 al 2017.
Durante questo lungo periodo sono state richieste rette per oltre 169 mila euro. La famiglia ha contestato tali addebiti sostenendo che le prestazioni ricevute avessero carattere essenzialmente sanitario e che, pertanto, dovessero essere finanziate dal sistema pubblico.
La tesi è stata accolta in primo grado dal Tribunale di Verona, che ha disposto la restituzione di una parte consistente delle somme versate. Successivamente la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la decisione.
L’ultimo passaggio è arrivato davanti alla Cassazione, che ha respinto il ricorso presentato dall’azienda sanitaria coinvolta, consolidando definitivamente l’orientamento favorevole ai familiari.
Contratti di ricovero: perché alcune clausole possono essere nulle
Uno degli aspetti più rilevanti delle ordinanze riguarda la validità dei contratti sottoscritti al momento dell’ingresso in struttura.
La Suprema Corte ha chiarito che le clausole che trasferiscono sui parenti l’onere economico di prestazioni che la legge attribuisce al Servizio sanitario nazionale non possono essere considerate valide.
In sostanza, se il ricovero rientra tra quelli che devono essere finanziati integralmente con risorse pubbliche, il familiare non può essere obbligato a sostenere costi che spettano invece all’ente pubblico competente.
Si tratta di un chiarimento destinato ad avere conseguenze importanti, poiché molti accordi stipulati negli anni potrebbero essere oggetto di contestazione.
Chi ha già pagato può chiedere il rimborso
Le ordinanze aprono inoltre la strada alla possibilità di recuperare le somme già versate.
Secondo il principio affermato dai giudici, chi ha sostenuto pagamenti non dovuti può promuovere un’azione per ottenere la restituzione degli importi corrisposti. La richiesta deve essere rivolta all’azienda sanitaria territorialmente competente e si fonda sul principio dell’indebito oggettivo, disciplinato dall’articolo 2033 del Codice civile.
Naturalmente ogni situazione richiede una valutazione specifica, ma il nuovo orientamento della Cassazione rappresenta un precedente particolarmente rilevante per coloro che hanno affrontato negli anni spese molto elevate per l’assistenza di parenti gravemente malati.
È importante ricordare che i termini di prescrizione decorrono dai singoli versamenti effettuati, elemento che rende opportuno verificare tempestivamente la propria posizione.
Gli esperti: «Principio già previsto dalla normativa»
A commentare le decisioni della Suprema Corte è stata anche l’avvocata Maria Luisa Tezza, dell’ufficio legale di Noctua APS, che ha assistito la famiglia coinvolta nel procedimento principale.
Secondo la professionista, la normativa che attribuisce al Servizio sanitario la copertura integrale di queste prestazioni non rappresenta una novità recente. Le regole esisterebbero infatti da oltre vent’anni, ma nella pratica sarebbero state frequentemente interpretate in modo differente da aziende sanitarie e strutture residenziali.
L’avvocata evidenzia come il contenzioso veronese abbia superato tre diversi gradi di giudizio ottenendo sempre un esito favorevole ai familiari, fino alla conferma definitiva arrivata dalla Cassazione. Le nuove pronunce, osserva, forniscono ora un quadro giuridico particolarmente chiaro a chi si trova in situazioni analoghe.
La soddisfazione delle associazioni dei consumatori
Soddisfazione è stata espressa anche da Letizia Lanzi, presidente dell’associazione Noctua APS, che ha sottolineato il valore sociale delle decisioni appena adottate.
Per l’associazione, il pronunciamento della Cassazione rafforza la tutela delle famiglie che convivono con condizioni di estrema fragilità e che spesso devono affrontare contemporaneamente difficoltà emotive e pesanti conseguenze economiche.
La conferma dell’obbligo di copertura integrale da parte del sistema sanitario viene considerata un passaggio importante per garantire il rispetto dei diritti dei pazienti più vulnerabili e dei loro caregiver.
Una svolta destinata a fare giurisprudenza
Le cinque ordinanze depositate in pochi giorni segnano un passaggio significativo nel dibattito sulle rette delle RSA. Pur riguardando casi specifici, le motivazioni fornite dalla Cassazione delineano un orientamento giuridico destinato a incidere su numerose controversie ancora aperte.
Per le famiglie coinvolte nell’assistenza di persone affette da Alzheimer avanzato, stati vegetativi permanenti o gravi patologie neurodegenerative, si apre ora una fase nuova. Da un lato vi è la possibilità di contestare eventuali richieste economiche non conformi alla normativa; dall’altro emerge l’opportunità di valutare il recupero di somme già corrisposte negli anni passati.
Un tema che potrebbe avere ripercussioni non soltanto sul piano sanitario e assistenziale, ma anche su quello economico e sociale, considerando l’elevato numero di persone che ogni anno fanno ricorso alle strutture residenziali per la cura dei propri familiari.
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