Maxi sciopero Kering, a Scandicci scesi in piazza quasi mille manifestanti
Sono stati circa un migliaio i lavoratori a incrociare le braccia a Scandicci nell’ambito del maxi sciopero targato Kering, indetto contro il piano di rilancio presentato dal CEO, Luca de Meo, e in particolare contro i tagli all’interno della maison Alexander McQueen.
Secondo quanto comunicato dai sindacati, le adesioni negli stabilimenti dei vari brand del gruppo si sono attestate tra il 70 e il 100%, confermando “un’altissima partecipazione”.
Il corteo, partito in mattinata dalla sede di Gucci, ha raggiunto quella di Kering per un presidio. Alla manifestazione ha preso parte anche la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni, che ha sottolineato la gravità della situazione tratteggiata dalle parti sociali: “Parliamo di licenziamenti senza che l’azienda intenda applicare ammortizzatori sociali. Siamo interessati e disponibili al confronto con il gruppo e con tutte le imprese coinvolte, in un dialogo che si è fatto difficile negli ultimi due anni a causa dei numerosi cambi ai vertici, ma che oggi sta ripartendo: a breve sono già previsti nuovi incontri”.
Le segreterie nazionali dei sindacati hanno evidenziato le principali criticità del piano aziendale. “Scioperiamo per i licenziamenti in Alexander McQueen, per il rifiuto dell’azienda di confrontarsi con le parti sociali sulla riallocazione delle maestranze o sull’utilizzo di ammortizzatori sociali, e per l’indisponibilità del CEO de Meo a condividere il piano di riorganizzazione del gruppo con i sindacati e con gli investitori”, hanno dichiarato Filctem, Femca e Uiltec.
I sindacati hanno inoltre criticato la gestione delle comunicazioni di Kering: “Le iniziative annunciate dall’azienda in queste ore confondono i Cae (Comitati Aziendali Europei), che non sono organi di contrattazione, con le organizzazioni sindacali, che invece esercitano quel ruolo. Ciò che è accaduto in McQueen non depone a favore di un impegno serio del gruppo”.
Le parti sociali hanno infine ribadito che la mobilitazione odierna segna solo l’inizio di un “confronto duro per difendere le lavoratrici e i lavoratori che hanno contribuito a costruire la reputazione internazionale dei marchi del made in Italy”, sottolineando l’importanza di tutelare distretti storicamente legati alla migliore qualità manifatturiera del settore moda.
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