Mediterraneo in crisi: le foreste di alghe brune e i banchi di ostriche hanno perso fino all’80% della loro estensione

Negli ultimi 100 anni le attività umane hanno distrutto o danneggiato una larga parte degli ecosistemi marini del Mediterraneo e oggi il Mare Nostrum non gode affatto di buona salute. Diversi studi hanno mostrato che oltre il 30% delle praterie di fanerogame (come la Posidonia oceanica nei nostri mari) e del coralligeno è stato danneggiato da impatti antropici mentre le foreste di alghe brune e i banchi di ostriche hanno perso fino all’80% della loro estensione. Per limitare lo sguardo ai soli tratti di mare che bagnano la nostra Penisola, va ricordato che in Italia solo l’11,6% delle acque è area marina protetta e il 62% degli stock ittici risulta sovrasfruttato: un quadro che la Commissione europea ha già giudicato «inadeguato». Alla questione è stata dedicata a Genova (nelle sale dell’Acquario) una giornata, dal titolo “Nel blu dipinto di blu”, nell’ambito del Festiva dello sviluppo sostenibile promosso dall’ASviS. Invertire questa la rispetto a quanto compiuto in questi anni, è stato il refrain emerso a più ripresi per bocca di ricercatori ed esperti di vari settori intervenuti all’evento, è un dovere ambientale, ma anche una scelta strategica: il contrasto alla crisi climatica e la difesa del mare sono infatti le fondamenta stesse di una blue economy rigenerativa, competitiva e duratura.
«Purtroppo il mare Mediterraneo è in condizioni precarie, anzi, la condizione della biodiversità, degli ecosistemi, sta peggiorando molto rapidamente, più rapidamente di quello che gli scienziati immaginavano», ha detto il direttore scientifico dell’ASviS Enrico Giovannini. «Occorre operare velocemente dando seguito alla modifica avvenuta nel 2022 nella nostra Costituzione che agli articoli 9 e 41 ha previsto la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni - dice Giovannini -. Peccato che nella pianificazione finanziaria dei prossimi anni non ci sia un euro, non sia previsto alcun investimento per l’attuazione della Nature restauration law europea che ha fissato un obiettivo preciso: ripristinare almeno il 20% degli habitat degradati entro il 2030». Il direttore scientifico dell’ASviS ha anche sottolineato il fatto che «riforme e investimenti per lo sviluppo sostenibile rappresentano la risposta migliore all’instabilità globale che stiamo vivendo»: «La sostenibilità conviene anche sul piano economico: la decarbonizzazione e l’economia circolare offrono all’Italia una grande opportunità di maggiore autonomia, competitività e solidità finanziaria».
Il punto è che se le attività umane sono state tali da provocare i danni citati sopra, sempre le attività umane sono in grado di porvi rimedio. Un altro studio di cui si è parlato nel corso dell’evento organizzato a Genova ha analizzato i risultati di 764 interventi di restauro di ecosistemi marini in tutto il mondo. Gli habitat restaurati includono le praterie di fanerogame marine, le barriere coralline tropicali, il coralligeno del Mediterraneo, le foreste di macroalghe, le foreste animali, le mangrovie e anche gli ambienti profondi. E questa analisi ha dimostrato che il restauro degli ecosistemi marini ha un elevato successo in oltre 64% dei casi. A coordinarlo è stato Roberto Danovaro, professore di Ecologia e sostenibilità ambientale all’Università Politecnica delle Marche, che ha detto intervenendo all’appuntamento genovese: «La biodiversità marina è un’infrastruttura viva, protegge le coste, sostiene la pesca e il turismo, assorbe carbonio. Passare da un’economia estrattiva a una blue economy rigenerativa significa produrre valore ricostruendo gli ecosistemi da cui dipende il nostro futuro. Il restauro ecologico non è un costo: è l’investimento più redditizio che possiamo fare, ogni euro investito genera un ritorno fino a venti volte superiore».
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