Melbourne, concessa la libertà su cauzione a Rayann El Houli, accusata di sostegno allo Stato Islamico
La donna, rientrata in Australia dopo aver vissuto in Siria, dovrà rispondere delle accuse di appartenenza a un’organizzazione terroristica e ingresso in un’area dichiarata. La polizia si era opposta alla scarcerazione, ma il giudice ha ritenuto basso il rischio per la comunità
Rayann El Houli, la donna di Melbourne accusata di aver fatto parte dello Stato Islamico durante gli anni trascorsi in Siria, sarà scarcerata dopo aver ottenuto la libertà su cauzione.
El Houli, 34 anni, si trovava in custodia da circa due mesi ed è accusata di essere stata membro di un’organizzazione terroristica e di essere entrata o rimasta in un’area dichiarata dalle autorità australiane.
I reati contestati prevedono una pena massima di dieci anni di carcere.
La donna nega le accuse e, attraverso i propri legali, ha annunciato che le contesterà nel corso del procedimento giudiziario.
Le circostanze eccezionali
Il magistrato ha riconosciuto l’esistenza di “circostanze eccezionali” tali da giustificare la concessione della libertà su cauzione.
Tra gli elementi presi in considerazione figurano i possibili ritardi prima dell’inizio del processo, il lungo periodo che El Houli potrebbe trascorrere in custodia cautelare e le sue precarie condizioni di salute.
Secondo la difesa, la donna soffrirebbe di problemi fisici e psicologici e dovrebbe essere sottoposta ad accertamenti medici per una possibile diagnosi di sclerosi multipla.
Il giudice ha concluso che, attraverso condizioni restrittive e controlli adeguati, il rischio rappresentato per la comunità possa essere considerato relativamente basso.
L’opposizione della polizia
La polizia si era opposta alla scarcerazione, sostenendo che El Houli potesse continuare a diffondere ideologie estremiste all’interno della comunità e della propria famiglia.
Secondo gli investigatori, la donna avrebbe mostrato ai figli materiale di propaganda dello Stato Islamico contenente messaggi e immagini violente.
Le autorità hanno inoltre sostenuto che non vi sarebbero prove sufficienti di un effettivo allontanamento dall’ideologia estremista e che El Houli non avrebbe completato un programma formale di deradicalizzazione dopo il ritorno in Australia.
Si tratta, tuttavia, di accuse che dovranno essere dimostrate in tribunale.
Il viaggio verso la Siria
Secondo la ricostruzione dell’accusa, El Houli avrebbe lasciato l’Australia nel 2014 insieme al marito dell’epoca e a due figli, dirigendosi in Siria mentre vaste aree del Paese erano controllate dallo Stato Islamico.
Durante la permanenza nel territorio siriano avrebbe avuto altri due figli.
Gli inquirenti sostengono che la donna abbia vissuto sotto il controllo dell’organizzazione terroristica e abbia successivamente sposato altri uomini legati al gruppo dopo la morte del primo marito.
In seguito alla caduta territoriale dello Stato Islamico, El Houli e i suoi figli sarebbero stati fermati dalle forze curde nel 2019 e trasferiti nel campo di al-Hawl, nel nord-est della Siria.
La donna avrebbe poi lasciato il campo insieme alla sorella e ai bambini, raggiungendo il Libano prima di fare ritorno in Australia.
La difesa: «Ha rinnegato l’estremismo»
I legali di El Houli sostengono che la donna abbia rinnegato lo Stato Islamico e qualsiasi forma di jihad violenta.
La difesa la descrive come una persona profondamente traumatizzata, intenzionata a ricostruire una vita rispettosa della legge e a proteggere i propri figli da ogni forma di radicalizzazione.
Secondo i suoi avvocati, El Houli sarebbe stata giovane e fortemente influenzata dal marito quando decise di lasciare l’Australia.
Dopo il rientro avrebbe concentrato la propria attenzione sulla famiglia, sull’inserimento scolastico dei figli e sulla necessità di ricevere assistenza medica e psicologica.
Una decisione destinata a dividere
La concessione della cauzione riapre il delicato dibattito sul trattamento degli australiani rientrati dai territori un tempo controllati dallo Stato Islamico.
Da una parte esiste la necessità di proteggere la comunità dal rischio di propaganda, radicalizzazione e possibile sostegno a organizzazioni terroristiche.
Dall’altra rimangono i principi fondamentali della presunzione di innocenza e della libertà personale prima di una condanna definitiva.
La decisione del magistrato non rappresenta un’assoluzione e non riduce la gravità delle accuse.
Stabilisce esclusivamente che El Houli potrà attendere il processo fuori dal carcere, nel rispetto delle condizioni imposte dal tribunale.
Sarà ora il procedimento giudiziario a determinare se la donna abbia aderito volontariamente allo Stato Islamico e quale sia stato realmente il suo comportamento durante gli anni trascorsi in Siria.
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