Meloni non arretra, Trump abbassa i toni. Ad Ankara la partita si sposta sull’Europa
Si potrebbe scrivere: “Tanto tuonò che non piovve”. Ad Ankara, Giorgia Meloni e Donald Trump siedono a cena vicini, uno accanto all’altro. Potrebbe succedere il finimondo, ma tutto si sgonfia o quasi perchè stavolta il tycoon la butta in caciara. Che cosa vuol dire? Che fa di tutta l’erba un fascio. Se la prende con la Nato, “Non ha più voce in capitolo, ci sono io e basta”, bullizza gli avversari. Tutti.
Roma, Berlino, Parigi, Londra, ma rimane nel vago. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Infatti, quando parla della nostra premier, cioè di quella persona che le ha voltato le spalle e non le ha concesso le basi di Sigonella, sostiene: “È una brava persona, lei mi piace, ma non ci ha aiutato”.
Se non sono carezze poco ci manca. Infatti, quando i giornalisti chiedono alla Meloni notizie in merito, si sentono rispondere. “Tra noi ci sono rapporti cordiali”. Fine della telenovela, a meno che Trump non cambi parere dopo 24 ore e ribalti nuovamente la situazione. Alcuni commentatori che non hanno un buon feeling con il tycoon (eufemismo) sono tranchant: “Non sapeva che dire. Non bisogna star dietro alle sparate, altrimenti si ritorcono contro”.
Cosa sta succedendo
La verità è che probabilmente Washington aveva sottovalutato Roma: insomma Donald pensava che Giorgia la si potesse sconfiggere con le parole. Intimorirla tanto da tapparle la bocca. Al contrario, ha trovato pane per i suoi denti: ad esempio, qualche giorno fa quando Palazzo Chigi ha replicato alla Casa Bianca: “Noi, cioè gli italiani e la sottoscritta, non imploriamo nessuno”.
In secondo luogo, quando alle nuove invettive che coinvolgevano addirittura lo stalking e i relativi provvedimenti della magistratura, Giorgia non aveva replicato, impartendo all’avversario di turno una vera e propria lezione di educazione. Rapporti peggiorati fra le due sponde dell’Oceano? Forse non c’è più quella grande simpatia che aveva fatto pensare ad una Meloni come una pontiera, l’unica in Europa che avrebbe potuto tenere ben salda l’amicizia fra i due popoli.
Al dunque, nel momento in cui Trump è andato al di là delle righe accusando l’intero vecchio continente di aver voltato le spalle ad una Nazione che aveva dato loro centinaia di miliardi, la nostra premier non ha potuto tradire quel che è scritto chiaramente nella Costituzione. Se gli Stati Uniti volevano usare Sigonella da un punto di vista logistico e non cinetico, “nulla quaestio”, ma se potevano pensare di usare quello scalo per poi andare a bombardare l’Iran avevano capito male.
La ragione? Semplice: l’Italia non era entrata in guerra e non aveva la minima intenzione di farlo. Ci sarebbe voluto l’OK di tutto il Parlamento e questa era una tesi folle a cui l’Italia non aveva mai pensato. Stesso tavolo a cena, vicinissimi di posto. Se avesse voluto insistere nelle sue contumelie, Trump aveva l’occasione giusta per farlo. Se ha preferito innestare la retromarcia è perchè ha capito che in questo modo tutta l’Europa gli sarebbe stata contro. Meglio generalizzare, dunque, prendersela con tutti con parole ormai vecchie e ripetitive.
Niente di nuovo, quindi. Si può parlare di una vittoria del nostro Paese? Non vogliamo arrivare a tanto, sarebbe controproducente farlo, ma crediamo che il presidente americano avrà imparato la lezione di chi non si piega dinanzi alle invettive e tira dritto per la sua strada. Ora, è il futuro che deve preoccuparci e suggerirci il da farsi L’Europa deve cambiare: non può continuare ad essere un’alleanza fasulla in cui ognuno pensa agli affari suoi. Questo tipo di sovranismo è superato, non corre con i tempi. La realtà non la si può negare: la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina solo per sete di potere e di nostalgia per l’URSS; Trump e Netanyahu hanno fatto lo stesso con l’Iran. Insomma, non c’è tempo da perdere, dobbiamo creare un continente che sappia difendersi se qualcuno avesse voglia di espandersi oltre i suoi confini. Dovremo avere un nostro esercito, essere armati in modo che gli eventuali aggressori non si facciano venire idee strane. Ecco il punto in cui l’Italia è divisa e così altre Nazioni a noi vicine. Il riarmo non può sottovalutare gli altri problemi primari che assillano il nostro Paese. Se il cinque per cento che dovrebbe servire per renderci più sicuri è troppo, si studi insieme (vogliamo dire maggioranza e opposizione) un altro sistema. Si trovi insomma una soluzione che non porti soltanto discordia con relative discussioni. Le forze politiche che ci rappresentano in Parlamento non possono opporsi ad una decisione così razionale.
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