Meloni: “Sostenere l'Ucraina è la via per la pace. L'intesa di Trump sul gasolio russo è rischiosa”
Giorgia Meloni torna in Aula. In vista del Consiglio europeo che si terrà domani e dopodomani a Bruxelles, questa mattina la premier è in Senato e sarà alla Camera nel pomeriggio per riferire a deputati e senatori la posizione dell'Italia sui temi di cui si discuterà. Ecco il suo discorso integrale (in aggiornamento). Nel Senato le assenze sono evidenti, con buchi tra gli scranni dell'opposizione e anche della Lega.
Sono sempre più numerose, e più complesse, le scelte che l’Europa è chiamata a compiere per difendere la propria capacità di restare competitiva, sicura e protagonista nel mondo.
La guerra in Ucraina continua, con un crescente coinvolgimento di obiettivi civili. L’instabilità in Medio Oriente produce conseguenze che vanno ben oltre i confini della regione. La competizione economica globale è sempre più serrata. Le tensioni geopolitiche incidono sulla sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento, sul costo del carburante e su quello della vita, sulla capacità delle nostre imprese di competere. E poi le minacce ibride, le pressioni migratorie, una instabilità crescente e la conseguente necessità di rafforzare la sicurezza e la difesa europea.
Sono dossier diversi, naturalmente. Ma hanno una cosa in comune: ci ricordano quanto quello che accade fuori dai nostri confini incida sempre più sulla nostra vita quotidiana e metta alla prova la capacità della nostra Nazione di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza. Per questo, in questi anni, il Governo ha scelto di essere presente e attivo sulla scena internazionale, con continuità e con una linea chiara. Perché l’interesse nazionale si difende contribuendo a orientare le scelte che ci riguardano, non limitandosi a subirne le conseguenze.
Vale in modo particolare in Europa. Ed è con questo spirito che l’Italia ha lavorato anche in vista del prossimo Consiglio Europeo, e che affronterà i principali temi all’ordine del giorno.
Il primo tema sul quale voglio soffermarmi è la competitività.
Il Consiglio Europeo farà il punto sull’attuazione dell’agenda "One Europe, One Market" e sui progressi compiuti per approfondire il mercato unico, semplificare le regole, ridurre gli oneri amministrativi e velocizzare le procedure di pianificazione e autorizzazione.
Sono obiettivi sui quali l’Italia insiste da tempo. Però, la questione che oggi pesa più di tutto sulla competitività della nostra economia è un’altra: il costo dell’energia.
Lo abbiamo detto molte volte: non possiamo chiedere alle imprese europee di competere con i grandi attori globali e, allo stesso tempo, accettare che paghino strutturalmente l’energia molto più dei loro concorrenti. Né possiamo perseguire la transizione ambientale al prezzo della nostra base industriale. La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione. A maggior ragione nell’attuale quadro geopolitico.
Le tensioni sulle principali rotte commerciali e sulle catene di approvvigionamento incidono sulla sicurezza e sul prezzo dell’energia e dei carburanti. Aumentano i costi di trasporto e assicurazione e, alla fine, si scaricano sulle bollette, sul carrello della spesa e sui conti delle imprese.
Nessuno, di fronte a uno scenario del genere, può rispondere efficacemente da solo. La risposta deve essere coordinata e rapida.
Per questo abbiamo lavorato per raggiungere un accordo in ambito G7, che ha previsto il rilascio sui mercati di un significativo quantitativo di carburante, anche per prevenire il rischio di un blocco delle esportazioni americane, che avrebbe impattato pesantemente sulle nostre economie.
Ma accanto alla risposta internazionale serve anche il coraggio di guardare a ciò che possiamo fare noi, in Europa. A partire dalla cosa più scontata: evitare che regole pensate in un contesto completamente diverso da quello che viviamo finiscano oggi per aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando.
Perché le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva, e ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che regala ai suoi concorrenti. E il tempo per correggere la rotta non è infinito.
È su questo che l’Italia ha concentrato il proprio lavoro.
La scorsa settimana abbiamo promosso un nuovo confronto con i Capi di Stato e di Governo più impegnati sulla competitività, attorno a tre priorità: energia, semplificazione, commercio internazionale.
Proprio a seguito di questo coordinamento, insieme al Cancelliere tedesco e al Primo Ministro belga ho inviato a Bruxelles tre proposte semplici per facilitare e liberare gli investimenti: corsie prioritarie per i progetti strategici, un vero freno all’eccesso di burocrazia e una riduzione drastica degli obblighi di reporting, soprattutto per le PMI.
Parallelamente, insieme alla Repubblica Ceca abbiamo presentato diverse proposte puntuali, anche a carattere temporaneo, per ridurre il costo dell’energia.
Provo a dirlo in modo semplice. In Europa un’impresa che inquina deve comprare un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emette: è il sistema ETS. Ma questi permessi si comprano sul mercato, e pertanto il prezzo lo fa il mercato stesso, con dinamiche che, permettetemi, non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente. Quando il prezzo degli ETS sale, sale anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica. E quel costo, alla fine, finisce nel prezzo di ciò che compriamo.
Per questo abbiamo messo nero su bianco alcune proposte puntuali per correggere il sistema ETS, perché il prezzo della CO2 rifletta l'economia reale e non le logiche della finanza. E abbiamo chiesto di rinviare ancora l'ETS2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese.
C’è poi un secondo problema, che pesa direttamente sulle bollette. Il prezzo dell’elettricità è stabilito dal prezzo marginale. Significa che, di fatto, l’intero prezzo lo fissa l’ultima centrale chiamata a produrre, quella col prezzo più alto, che molto spesso è una centrale a gas, che paga gli ETS. Così il costo della CO2 pagato da quella centrale si trasferisce sul prezzo di tutta l’elettricità, anche di quella prodotta da fonti rinnovabili.
È un problema che riguarda l’Italia in modo particolare, perché sapete bene che il nostro mix energetico ha ancora una quota significativa di gas. Una vulnerabilità che viene da lontano e sulla quale stiamo lavorando, tra le altre cose aumentando le rinnovabili come nessun Governo aveva fatto prima di noi, e riaprendo la strada al nucleare di nuova generazione, per costruire un sistema più sicuro e meno dipendente dall’esterno.
Ma questi investimenti hanno bisogno di tempo, e le soluzioni servono ora. Per questo considero molto importante poter indicare una prospettiva concreta che porterà benefici in tempi rapidi.
Al Consiglio Europeo dello scorso marzo eravamo riusciti a inserire nelle conclusioni la possibilità di adottare misure nazionali, temporanee e mirate, per attenuare le diverse componenti di costo della produzione elettrica. Su quella base la Commissione si è impegnata a lavorare con noi sul Decreto Bollette. Il confronto tecnico è stato intenso e costruttivo e ci sta portando verso una soluzione compatibile con le regole europee, che ci consentirebbe di rendere operativa la nostra misura, riducendo il peso del costo della generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità.
Ecco, il risultato che ci interessa e per cui lavoriamo. Non una riga in più nelle conclusioni di un vertice, ma una bolletta più leggera per una famiglia, un costo in meno per un’impresa.
E ci sono sviluppi anche sul Regolamento europeo sul metano. Le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e di produrre nuove pressioni sui prezzi. Per questo abbiamo chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi. Quando abbiamo sollevato il problema nei mesi scorsi, la proposta sembrava molto difficile da far avanzare. Ora invece, la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di rinviare di un anno l’entrata in vigore del regolamento. È un’ottima notizia.
Questi due esempi dimostrano un principio sul quale insistiamo dall’inizio: se una regola, alla prova dei fatti, produce conseguenze che non erano state previste, o aggrava una situazione di crisi, quella norma va corretta.
Perché noi non siamo qui per difendere le regole dalla realtà. Siamo qui per difendere i cittadini da regole sbagliate.
E si può fare. Grazie all’Italia è accaduto diverse volte. È accaduto, ad esempio, con la clausola di salvaguardia nazionale, quando l’Italia per prima ha chiesto che la flessibilità prevista per la difesa e la sicurezza potesse essere utilizzata anche per affrontare la crisi energetica, e nonostante in pochi ci credessero quella proposta è diventata una risposta a disposizione di tutti gli Stati Membri.
È quello che ci auguriamo accada anche con le nuove riflessioni che abbiamo posto sul terreno delle regole fiscali. Come sapete, ho scritto alla Presidente von der Leyen per chiedere due cose. La prima: che lo shock energetico e inflazionistico venga adeguatamente considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda: che gli Stati possano utilizzare almeno una parte dell'extra-gettito IVA generato dall'aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di famiglie e imprese. Perché sarebbe oggettivamente difficile spiegare ai cittadini che per rispondere allo shock non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock ha generato.
Sono proposte di buon senso. Sappiamo che non sarò facile trovare una convergenza, ma non per questo rinunciamo a porre con forza la questione.
C'è, infine, il tema delle materie prime critiche. Litio, cobalto, grafite, terre rare servono alla transizione energetica, a quella digitale, alla difesa. E oggi l'Europa le importa quasi interamente, spesso da una sola Nazione. Se non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un'altra.
E questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.
Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte.
È quello che ci auguriamo accada anche con le nuove riflessioni che abbiamo posto sul terreno delle regole fiscali. Come sapete, ho scritto alla Presidente von der Leyen per chiedere due cose. La prima: che lo shock energetico e inflazionistico venga adeguatamente considerato nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee. La seconda: che gli Stati possano utilizzare almeno una parte dell'extra-gettito IVA generato dall'aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di famiglie e imprese. Perché sarebbe oggettivamente difficile spiegare ai cittadini che per rispondere allo shock non possiamo neanche utilizzare le maggiori entrate che quello shock ha generato.
Sono proposte di buon senso. Sappiamo che non sarò facile trovare una convergenza, ma non per questo rinunciamo a porre con forza la questione.
C'è, infine, il tema delle materie prime critiche. Litio, cobalto, grafite, terre rare servono alla transizione energetica, a quella digitale, alla difesa. E oggi l'Europa le importa quasi interamente, spesso da una sola Nazione. Se non affrontiamo questo nodo, rischiamo di uscire da una dipendenza solo per entrare in un'altra.
E questa è anche la ragione per cui l’Italia si è candidata a ospitare a Porto Marghera uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.
Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte.
Il Consiglio Europeo vedrà in apertura, il confronto con il Presidente Zelensky.
Intanto, la Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile: centrali elettriche, condomini, ospedali, persino gli autobus che portano le persone al lavoro, come nell’orrenda strage di Kramatorsk.
È una strategia con la quale la Russia punta a piegare il popolo ucraino con il terrore, il freddo e il buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia. I fatti, del resto, smentiscono la propaganda del Cremlino e di chi quella propaganda la porta anche qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno, e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi.
Questo stallo non è caduto dal cielo: lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio.
So che su questo il dibattito è acceso, anche in quest’aula e dentro gli schieramenti. Lo rispetto e lo comprendo perfino, perché nessuno in quest’Aula vuole la guerra. Tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi.
Per come la vedo io, il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace: è ciò che la rende possibile. Se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista.
Se l’Ucraina smettesse domani di difendersi, come in molti auspicano o propongono, noi non avremmo la pace. Noi discuteremmo dell’occupazione di una Nazione europea, e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo. Personalmente non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, non rimpiango il Muro di Berlino. E nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace. La pace che vogliamo, e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta, perché solo una pace giusta può durare, solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi.
Dunque, la posizione del Governo non cambia. Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione.
In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che considero molto rischiosa.
Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative.
Discorso diverso è una tregua tra le parti sulle centrali energetiche, che l’Italia sostiene, e ringraziamo il Presidente Zelensky per aver immediatamente dichiarato la piena disponibilità ucraina in questo senso. Ci aspettiamo ora che la Russia faccia altrettanto, e interrompa l’attacco alle centrali elettrice ed energetiche ucraine.
Se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti.
Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Mi interessa che l’Europa non vada in ordine sparso, non offra il fianco a chi ha interesse ad alimentare le divisioni e parli con una voce sola. Perché un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, di questi tempi, ne sono già stati fatti abbastanza.
Dopodiché in un momento così complesso, in cui tante variabili sfuggono al nostro controllo, c’è almeno una cosa che dipende da noi: fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Perché le condizioni di una pace che riguarda il nostro Continente, e quindi la nostra sicurezza, non possono essere scritte senza di noi.
Per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse.
Dopodiché, colleghi, quello che accade in Ucraina non resta in Ucraina. Il Consiglio Europeo discuterà, in modo specifico, dell’escalation degli attacchi ibridi russi. Ed è giusto così, perché la minaccia ibrida è ormai diventata l’ennesimo “nuovo normale” di questa epoca travagliata.
Il punto è che la guerra ibrida non si dichiara e non ha un fronte. Sono i droni che violano lo spazio aereo dei nostri partner, e che sorvolano aeroporti e basi in diverse Nazioni europee. Sono i cavi sottomarini danneggiati nel Baltico, sono gli attacchi informatici a ospedali, porti e amministrazioni pubbliche, il sabotaggio delle reti ferroviarie.
Sono le campagne di disinformazione costruite per dividere le nostre opinioni pubbliche, per screditare esponenti politici considerati nemici e per condizionare le elezioni, fino a vere e proprie forme di manipolazione dello spazio cognitivo. E la strumentalizzazione dei migranti, spinti alle frontiere come armi di pressione.
Un quadro di questo tipo richiede una risposta europea, e l’Italia porterà a Bruxelles alcune priorità che considera fondamentali. Proteggere le nostre infrastrutture critiche: e qui penso a reti energetiche, cavi sottomarini, porti, aeroporti, e al dominio subacqueo, nel quale l’Italia ha competenze di eccellenza; sostenere l’industria italiana nel dare un contributo decisivo ai sistemi anti-drone e antimissile; ribadire che la sicurezza dei confini dell’Unione è indivisibile, e questo significa che mentre contribuiamo a sostenere il fianco Est non possiamo accettare il rischio che si perda di vista il fianco Sud.
Perché difendersi oggi non significa soltanto avere carri armati. Difendersi significa un ospedale che continua a curare anche sotto un attacco informatico, una centrale che non si spegne, un aeroporto che non si ferma per un drone. Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza. È proteggere la vita quotidiana dei cittadini.
E questo mi porta al tema delle risorse. Come ho già detto, sicurezza ed energia sono due facce della stessa medaglia. Senza sicurezza, l’energia costa di più. E senza energia, potrebbe non rimanere nulla da difendere.
Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, che la clausola di salvaguardia nazionale potesse essere utilizzata non soltanto per le spese di difesa, ma anche per le misure necessarie ad affrontare la crisi energetica.
l risultato è che, sul margine massimo dell’1,5% del PIL previsto dalla clausola, l’Italia ha deciso di utilizzarne l’1,2%, ripartito in parti uguali: lo 0,6% alle misure contro il caro energia, circa 14 miliardi di euro per famiglie vulnerabili e imprese energivore, e un altro 0,6% alla difesa e alla sicurezza. Abbiamo cioè scelto, dato il contesto, di non utilizzare tutto il margine previsto per la difesa.
Ma ricordo che la maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro.
Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano – in piena pandemia - un aumento delle spese militari da circa 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina.
Ma voglio dirlo a chi ci ascolta, riprendendo un ragionamento del Ministro Crosetto, che ringrazio. Ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, quasi 280 mila donne e uomini in divisa. Circa 10 euro servono a far funzionare le strutture ogni giorno.
Circa 30 vanno in investimenti, in un comparto industriale che dà lavoro a oltre 300 mila persone, spesso altamente qualificate, in migliaia di piccole e medie imprese diffuse in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è superfluo. E quando compriamo, cosa compriamo? Prevalentemente strumenti per difenderci. Difesa aerea, sistemi anti-drone, cyber-sicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi.
In ultimo, voglio ricordare che la sicurezza è anche precondizione per la prosperità. Nessuno investe in una Nazione che non sa proteggere le sue reti, i suoi porti, i suoi dati. Nessuna impresa esporta se le rotte commerciali non sono sicure. Inoltre, investire in sicurezza significa difendere il risparmio, il lavoro e l’innovazione dei prossimi vent’anni. Una Nazione che non investe nella propria sicurezza non sta risparmiando. Sta rinviando il conto. E la storia insegna che quel conto, alla fine, arriva sempre molto più caro.
Tra i temi all’ordine del giorno del Consiglio c’è, ovviamente, anche il Medio Oriente, forse il dossier nel quale si vede più chiaramente quanto gli equilibri internazionali incidano ormai direttamente sulla vita quotidiana delle nostre Nazioni.
Una settimana fa, mentre ero a Spalato con i leader delle Nazioni del MED9, abbiamo ricordato i tre anni dal drammatico attacco del 7 ottobre 2023. Un attacco barbaro che ha gettato l’intera regione nel caos. Credo che sia importante ricordarlo oggi. Perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas.
Soprattutto in un momento in cui l’ombra dell’antisemitismo sembra rialzare la testa in molte Nazioni. La sicurezza dello Stato di Israele, quindi, non può essere messa in discussione. E continuo a ritenere che con Israele sia necessario mantenere aperto un canale di dialogo. Dopodiché, però, ci preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria, a Gaza. E in Cisgiordania assistiamo a una pressione sulla popolazione palestinese che è intollerabile.
Come abbiamo scritto insieme a Francia, Germania, Regno Unito e altri partner, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. E ci opponiamo con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese.
Di fronte a questa situazione credo che l’Europa debba riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace.
Ci vorrà tempo, lo sappiamo. Ma sappiamo altrettanto bene che se nei prossimi mesi assisteremo a un’espansione senza fine degli insediamenti in Cisgiordania, al crollo dell’Autorità palestinese o alla ripresa della violenza a Gaza o nella stessa Cisgiordania, la soluzione dei due Stati diventerà impossibile. E questo è un esito che non possiamo permetterci.
Proporrò quindi di lavorare, in Europa, su alcune richieste precise, che possano creare lo spazio per un ritorno al dialogo politico.
Tra queste, il trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene, e il congelamento dell’insediamento E1, sul quale ci siamo già espressi insieme ai nostri principali partner europei.
A Gaza la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi. Sarebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, e aprirebbe la strada alla ricostruzione, nell’interesse – prima di tutto – della popolazione civile.
Continuiamo, poi, a credere e a lavorare per una pace vera tra Israele e Libano. Come sapete, l’Italia ha ospitato diverse tornate negoziali e siamo pronti a farlo di nuovo. Sono convinta che la leadership libanese sia sinceramente pronta a sottoscrivere una pace giusta e duratura con Israele. E noi siamo pronti a sostenerla, anche con un’iniziativa franco-italiana per il dopo UNIFIL, per dotare le forze armate libanesi delle capacità necessarie ad affermare la sovranità del Libano su tutto il suo territorio.
Al Consiglio Europeo discuteremo anche della situazione in Iran e nel Golfo.
A partire dalla libertà di navigazione a Hormuz e a Bab el-Mandeb, che per l’Europa rappresenta un interesse vitale. Le restrizioni e gli attacchi in questi due passaggi hanno avuto un effetto diretto sulla vita dei nostri cittadini, a cominciare dal prezzo dell’energia.
Il Governo si è impegnato a contenerne gli effetti e continuerà a farlo con ogni strumento a disposizione, ma una soluzione duratura passa necessariamente dal ripristino di una piena libertà di navigazione: senza pedaggi e senza limitazioni discriminatorie.
Per questo credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.
Dobbiamo poi approfondire il partenariato con le Nazioni del Golfo. Europa e Golfo sono due aree legate da interessi sempre più stretti, che per prosperare hanno bisogno di regole e di stabilità. L'Italia ha messo a disposizione delle Nazioni della regione che lo hanno chiesto assetti per difendersi dagli attacchi ingiustificati dell'Iran e dei suoi alleati.
Attacchi che negli ultimi giorni hanno visto un'ulteriore escalation degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite, e che condanniamo con fermezza.
Ma nella prossima fase la priorità dovrà essere un’altra: non dipendere più da un unico punto di passaggio.
Significa costruire nuovi collegamenti tra Europa, Golfo e Asia, a partire dal corridoio IMEC; proteggere meglio porti, cavi sottomarini e infrastrutture energetiche; diversificare rotte e fornitori. Anche qui, L ’Italia, insieme alle sue imprese, sta facendo la propria parte. Ora deve farla anche l’Europa.
Un altro capitolo centrale del prossimo Consiglio Europeo sarà il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale.
Complesso e importante, perché il bilancio dell’Unione non è un esercizio contabile. È lo strumento attraverso il quale decidiamo concretamente quali siano le priorità del futuro e quante risorse siamo disposti a mettere a disposizione di quelle priorità.
In questi mesi abbiamo già ottenuto diversi risultati concreti, rispetto alla proposta originaria della Commissione. Gli Stati membri avranno un ruolo più incisivo nella gestione dei nuovi strumenti: le scelte su come usare le risorse non si faranno solo a Bruxelles. La Politica agricola comune e la politica della pesca manterranno identità e tutele proprie, perché agricoltori e pescatori non possono diventare una voce qualsiasi di un fondo indistinto. Sullo Stato di diritto abbiamo ottenuto regole più chiare e oggettive, per impedire che se ne faccia un uso politico. Nel nuovo Fondo europeo per la competitività ci saranno maggiori garanzie per le piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia. E i governi avranno più voce nel definire le priorità dell’azione esterna dell’Unione.
Sono risultati importanti, ma il negoziato è ancora molto lontano dalla sua conclusione. Anzi, entriamo ora nella fase più delicata, quella della trattativa sulla dimensione effettiva del bilancio e su dove trovare le risorse che servono.
A monte, c’è una questione di metodo che voglio ribadire anche qui. La Presidenza irlandese e le istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno.
Noi non siamo contrari per principio a questo obiettivo, ma deve essere chiaro che la data non può diventare più importante del contenuto. Non firmeremo un accordo non vantaggioso per rispettare una data. Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia.
E che cosa significa, nel merito? Significa innanzitutto costruire un bilancio che dia risposte chiare e concrete. Significa finanziare adeguatamente le nuove priorità che tutti diciamo di considerare strategiche, senza sacrificare le politiche che rappresentano uno dei fondamenti del progetto europeo.
Lo dico in maniera molto chiara: l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la Pesca e la Coesione. L’agricoltura e la pesca riguardano la nostra sicurezza alimentare, che è una componente essenziale dell’autonomia strategica europea.
La Coesione riguarda la capacità del mercato unico di funzionare senza lasciare indietro interi territori, e conseguentemente indebolire anche la crescita complessiva. E dunque, a mio avviso, non c’è alcuna contraddizione tra politiche tradizionali e nuove priorità. Al contrario: non esiste sicurezza senza sicurezza alimentare e non esiste vera competitività senza pari dignità tra i territori.
Nei giorni scorsi, la Presidenza irlandese ha presentato una nuova proposta negoziale, che prevede un bilancio di circa 1.622 miliardi di euro per il periodo 2028-2034, a prezzi costanti.
Parliamo di un taglio di 108 miliardi rispetto alla proposta di giugno e di oltre 140 miliardi rispetto a quella originaria della Commissione.
Pur in presenza di tagli così consistenti sono state preservate le risorse complessive dei piani nazionali e regionali, che comprendono PAC e Coesione. E’ un risultato importante e tutt’altro che scontato, al quale ha contribuito in modo decisivo la lettera congiunta dei 17 Stati Membri Amici della Coesione, un’altra iniziativa avviata su impulso dell’Italia, stavolta insieme alla Romania.
E proprio per continuare a lavorare su questa linea, insieme alla Romania ospiteremo, a margine del prossimo Consiglio Europeo, un nuovo incontro del gruppo. Sarà l’occasione per fare il punto sul negoziato e ribadire una posizione comune prima della fase decisiva.
Resta poi la questione fondamentale, ovvero come finanziare le priorità che l'Europa si è data.
Qui io credo che la domanda da cui partire non sia quanto debba essere grande il bilancio, ma che cosa l'Europa consideri irrinunciabile nei prossimi anni. Prima si definiscono gli obiettivi, poi si trova il modo di finanziarli. Non il contrario.
Dopodiché, sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione abbiamo diverse riserve, ma siamo disposti a lavorare con un criterio chiaro: alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse a carico di cittadini e imprese europei.
Riteniamo che si possa e si debba ragionare anche su un rimborso più graduale del debito contratto per Next Generation EU, perché i rimborsi non comprimano le altre politiche europee proprio negli anni in cui serve investire di più.
E in generale credo che, per finanziare priorità che sono strategiche per tutti noi, nessuno strumento debba essere escluso a priori.
Ci sono poi alcune questioni su cui, per l’Italia, il compromesso dovrà necessariamente migliorare.
La prima è la nostra posizione complessiva. La proposta della Presidenza irlandese mantiene sostanzialmente invariati i criteri di ripartizione delle risorse, che continuano a penalizzare la nostra Nazione. Non possiamo accettare che l’Italia versi di più al bilancio europeo e, allo stesso tempo riceva di meno. È una semplice questione di equità.
La seconda riguarda i cosiddetti rebates, gli sconti sui contributi di cui godono alcuni Stati membri, sui quali la nuova proposta non registra alcun progresso. Trovo difficile spiegare perché proprio chi chiede di "modernizzare" il bilancio, cioè di ridurlo, pretenda di conservare privilegi nati in un’altra fase dell’integrazione europea.
Se la modernizzazione deve esserci, deve valere per tutti. Non si può pretendere che i sacrifici siano europei, e i privilegi invece siano nazionali.
La terza può sembrare tecnica, ma dice molto di come funziona l’Europa. È il principio secondo cui i fondi europei non possono finanziare attività che danneggiano in modo significativo l’ambiente. Un principio che può essere considerato giusto. Ma le prime bozze delle regole applicative della Commissione rischiano di trasformarlo nell’esclusione automatica di interi settori, cioè proprio ciò che i governi avevano deciso di evitare.
Non possiamo chiedere a un’acciaieria di investire miliardi nella transizione, farle pagare le quote di CO2, e poi dirle che, proprio perché è un’acciaieria, non può accedere ai fondi europei per la decarbonizzazione. Né possiamo dire di voler rafforzare la sicurezza energetica e poi escludere in automatico le infrastrutture che servono a garantire questo processo.
E voglio dire anche che le decisioni dei governi non sono bozze che la burocrazia può correggere a piacimento. Questa deriva per cui i Capi di Stato e di Governo prendono decisioni che poi le regole burocratiche puntualmente smontano è inaccettabile e va corretta.
Anche da come verranno sciolti questi nodi dipenderà la nostra valutazione complessiva sul pacchetto. Ma su questo, come dicevo, ci sarà modo di tornare.
Il Consiglio Europeo avrà una discussione strategica anche sul processo di allargamento e sulle riforme interne dell’Unione. Tema al quale l’Italia attribuisce da sempre una grande importanza.
Solo un’Europa riunificata, sostenuta da un solido consenso politico, può raggiungere la massa critica necessaria per restare competitiva, influente e sicura.
A partire dai Balcani occidentali. Naturalmente ciascun percorso ha le proprie caratteristiche, i propri tempi e le proprie condizioni. Ma la prospettiva politica è la stessa: consolidare stabilmente l’ancoraggio europeo di Nazioni che appartengono alla nostra storia.
Noi sosteniamo un allargamento fondato sul principio del merito e su una responsabilità reciproca. Ai Paesi candidati spetta realizzare le riforme necessarie e adeguarsi progressivamente alle regole europee. All’Unione, però, spetta riconoscere, senza ritardi, quei risultati con avanzamenti concreti. Ed è per questo che, nel breve periodo, la nostra priorità è sostenere con forza l’avanzamento del processo di Montenegro e Albania. Il loro successo avrebbe un valore che va molto oltre i loro, e i nostri, confini. Direbbe a tutta la regione che il processo di adesione è reale, che le riforme vengono premiate e che quando una Nazione candidato fa la propria parte, l’Unione è capace di fare la propria.
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