Moda maschile: l’export settoriale arretra del -2,9% nei primi mesi del 2026

17 Giugno 2026 - 10:18
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The Pitti pool è il tema di Pitti Uomo
The Pitti pool è il tema di Pitti Uomo Credits: Pitti Immagine
Ha aperto i battenti ieri, a Firenze, Pitti Uomo. In occasione dell'apertura sono stati rilasciati i dati della moda maschile italiana a cura dell’Ufficio Studi Economici e Statistici di Confindustria Moda. Nel dettaglio, la moda maschile italiana (aggregato che comprende l’abbigliamento in tessuto, la maglieria esterna, la camiceria, le cravatte e l’abbigliamento in pelle), dopo la contrazione registrata nel 2024, archivia anche il 2025 in territorio negativo, seppur con una dinamica meno intensa. Come emerge dal bilancio settoriale, il comparto presenta infatti una flessione del -2,2%, portando il fatturato a 11,2 miliardi di euro circa e rilevando un quadro complessivamente debole per il menswear italiano.

Il 2025 evidenzia un andamento eterogeneo

Con riferimento ai singoli micro-comparti qui esaminati, il 2025 evidenzia un andamento eterogeneo. In continuità con quanto osservato nel 2024, la confezione in pelle si conferma l’unico segmento in crescita (+4,9%). Al contrario, risultano ancora in territorio negativo tutti gli altri comparti: la contrazione più marcata interessa la camiceria (-4,5%), seguita dalla maglieria esterna (-3,0%) e dalle cravatte (-2,8%). Più contenuto il calo del vestiario esterno, interessato da una variazione del -1,6%, pur confermandosi il principale segmento della moda uomo con una quota pari al 52,9%.

Il valore della produzione chiude il 2025 con una contrazione del -2,1%, risultando in lieve miglioramento rispetto alla dinamica rilevata nel 2024 (-3,0%). Con riferimento all’interscambio con l’estero, l’export continua a rivestire un ruolo centrale per la moda maschile italiana, concorrendo al 77,8% del fatturato settoriale, quota in lieve aumento rispetto al 77,4% registrato nel 2024. Tuttavia, dopo la sostanziale stabilità osservata lo scorso anno (+0,1%), le esportazioni archiviano il 2025 con una flessione del -1,7%, scendendo a 8,7 miliardi di euro circa. Parallelamente, l’import torna in territorio positivo e mostra un incremento del +1,8%, attestandosi a 5,4 miliardi di euro, dopo il calo del -5,4% rilevato nel 2024. Alla luce delle suddette dinamiche di export e import, nel 2025 il saldo commerciale della moda maschile italiana si mantiene positivo, pur mostrando una riduzione rispetto all’anno precedente, fermandosi a 3,3 miliardi di euro.

Se si passa ora ad analizzare il mercato italiano, emerge un quadro in peggioramento rispetto al 2024, anno in cui i consumi di moda maschile avevano mostrato un lieve recupero (+0,8%). Con riferimento all’anno solare 2025, gli acquisti di moda maschile da parte delle famiglie residenti tornano infatti in territorio negativo, segnando una contrazione del -2,3%; le rilevazioni effettuate da Sita Ricerca per conto di Confindustria Moda evidenziano dunque un indebolimento della domanda interna.

Nei primi due mesi del 2026 la moda maschile italiana rileva una dinamica negativa sia sul fronte dell’export sia su quello dell’import, sebbene con entità differenti. Sulla base degli ultimi dati Istat recentemente diffusi, nel periodo gennaio-febbraio l’export settoriale arretra del -2,9%, attestandosi a circa 1,6 miliardi di euro, mentre l’import registra una flessione più marcata pari al - 8,3%, per un valore complessivo di 1,1 miliardi di euro.

Analizzando nel dettaglio le esportazioni, si denota come tanto i mercati Ue quanto quelli extra-Ue presentino una dinamica negativa. Il mercato comunitario mostra, infatti, una contrazione del - 1,5%, mentre i mercati extra-Ue perdono il -4,1%. Questi ultimi si confermano comunque il principale sbocco commerciale della moda uomo italiana, assorbendo il 52,4% dell’export totale, contro il 47,6% dell’area comunitaria.

Nel primo bimestre 2026 la Francia, nonostante registri una lieve flessione del -0,3% rispetto al medesimo periodo 2025, si conferma la prima destinazione del menswear made in Italy, con un valore di 201 milioni di euro, pari al 12,6% dell’export settoriale. Seguono gli Stati Uniti, secondi con una quota del 9,9%, che rilevano un calo del -7,2%, e la Germania, terza destinazione con il 9,6% dell’export, anch’essa in perdita (-8,5%). La Cina mantiene il quarto posto, incidendo per il 6,6% sulle vendite estere di comparto e segnando una contrazione del -4,6%; al contrario la Spagna, quinta con una quota del 6,2%, rappresenta una delle poche eccezioni positive grazie a una crescita del +2,1%.

La Svizzera, sesta destinazione commerciale della moda uomo italiana, continua a perdere terreno (-2,9%), seguita dal Regno Unito, che presenta una diminuzione del -9,7%. Tra i primi quindici clienti emergono invece le performance positive di Hong Kong, nona con una crescita del +6,8%, della Polonia, undicesima con un incremento del +7,1%, e soprattutto degli Emirati Arabi Uniti, dodicesimi e in aumento del +17,2%. All’opposto, la Corea del Sud, tredicesimo mercato di destinazione, evidenzia la flessione più marcata tra i principali partner commerciali (-26,7%).

Relativamente alle importazioni, nel bimestre gennaio-febbraio 2026, il mercato comunitario e quello extra-Ue, mostrano entrambi variazioni negative: il primo arretra del -9,1%, che garantisce il 43,1% dell’import di comparto, mentre il secondo cala del -7,6%, mantenendo tuttavia il ruolo di principale fornitore della moda maschile italiana con una quota del 56,9% dell’import totale. In tale periodo il Bangladesh, nonostante una contrazione a doppia cifra, pari al -11,2%, si conferma il primo paese d’origine con un’incidenza del 14,5% sul totale importato, pari a 154 milioni di euro.

Segue la Cina, seconda con una quota del 13,8%, anch’essa in perdita (-7,8%), mentre la Spagna mantiene il terzo posto con il 7,9% dell’import settoriale e una flessione più contenuta (-2,2%). Tra gli altri principali partner commerciali della moda maschile italiana prevalgono dinamiche negative; fanno eccezione solo Birmania (+6,5%) e Albania (+3,0%), la cui incidenza sull’import totale resta tuttavia contenuta (rispettivamente al 2,2% e all’1,8%).

Al contrario, la Romania, settimo Paese di origine con una quota del 4,3% dell’import settoriale, palesa una variazione negativa del -18,5%, mentre ancora più intensa risulta la flessione del Belgio (-42,1%), che pur incidendo per il 2,8% rappresenta il calo più accentuato tra i primi quindici fornitori. Anche la Turchia, anch’essa con una quota del 2,8%, arretra sensibilmente (-25,5%), così come India (- 10,9%) e Vietnam (-10,5%), che mantengono però incidenze più contenute, rispettivamente pari al 2,2% e al 2,0%.

Le flessioni più marcate interessano le cravatte (-5,3%), seguite dalla camiceria (-3,9%) e dalla confezione (-3,6%), infine, la maglieria esterna cala del -3,2%.

Anche sul fronte delle importazioni prevalgono dinamiche negative: la camiceria presenta la contrazione più intensa (-13,7%), seguita dalla maglieria esterna (-12,2%). Flettono inoltre il vestiario esterno e le cravatte (entrambi -4,2%). Anche per le importazioni, in controtendenza, risulta solo l’abbigliamento in pelle, che mette a segno un incremento del +12,2%, confermandosi il segmento più dinamico anche dal lato degli acquisti dall’estero.

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