Nell'Artico ci sono più iceberg. E il loro scioglimento crea nuovi habitat rocciosi

12 Giugno 2026 - 11:14
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Nell'Artico ci sono più iceberg. E il loro scioglimento crea nuovi habitat rocciosi

Il numero di iceberg nell'Artico è aumentato drasticamente a partire dagli anni 2000. Questo è dovuto alla destabilizzazione di grandi ghiacciai nella Groenlandia nord-orientale e in alcune zone dell'Artico russo, nonché alla crescente mobilità del ghiaccio marino. Secondo il nuovo studio “Amplified Arctic iceberg traffic reshpares benthic biodiversity”, pubblicato su Nature da un team di ricercatori guidato dall’Alfred-Wegener-Instituts . Helmholtz-Zentrum für Polar- und Meeresforschung (AWI) e dalla e dalla Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI), il risultato: di tutto questo è che «Le pietre provenienti dallo scioglimento degli iceberg precipitano, formando sui fondali sabbiosi nuovi habitat con substrato duro per la vita marina. Questo altera gradualmente le comunità esistenti nelle profondità marine. Allo stesso tempo, la crescente presenza di iceberg comporta anche maggiori rischi per la navigazione e la pesca».
La maggior parte degli iceberg dell'Artico reca tracce della propria origine: «quando i grandi ghiacciai si staccano, non solo vengono rilasciati enormi blocchi di ghiaccio, ma anche detriti e sedimenti che sono stati trasportati nel ghiaccio per anni – spiegano all’AWI - Di conseguenza, frammenti di roccia rimangono incastonati negli iceberg, visibili come macchie e venature scure sulla superficie e lungo i fianchi».
Ma ciò che il team di ricercatori tedeschi, statunitensi, neozelandesi e danesi, hanno scoperto nel 2021 su diversi iceberg nello Stretto di Fram ha sorpreso persino i partecipanti più esperti della spedizione. La biologa dell’AWI Melanie Bergmann ha avvistato gli iceberg grazie a un elicottero a bordo della rompighiaccio da ricerca Polarstern e ricorda che «Alcuni iceberg trasportavano quantità insolitamente grandi di detriti e dall'alto apparivano quasi neri». Per indagare su questa insolita scoperta, la spedizione scientifica ha documentato la distribuzione delle rocce e raccolto campioni. La Bergmann aggiunge: «Ci siamo subito resi conto che tonnellate di roccia stavano andando alla deriva nell'Oceano Artico, a centinaia di chilometri di distanza da qualsiasi ghiacciaio».
I ricercatori hanno trovato indizi sull'origine degli iceberg a circa 2500 metri di profondità, in immagini scattate nell’ambito della ricerca ecologica e lungo termine "AWI-Hausgarten": le pietre precipitate in seguito allo scioglimento degli iceberg avevano già lasciato una traccia evidente sul fondale marino.
L’autrice principale del nuovo studio, Kirstin Meyer-Kaiser della WHOI, ha analizzato le foto degli abissi marini scattate durante spedizioni negli ultimi anni nella regione e dice che «Dove prima c'erano solo pietre isolate di varie dimensioni, ora troviamo accumuli molto più grandi, spesso in piccoli gruppi. E con ogni nuova pietra, si crea un insediamento permanente sul fondale marino. Spugne, anemoni e altri animali che prediligono substrati duri possono insediarsi lì. Di conseguenza, la biodiversità negli abissi marini sta aumentando. Un confronto tra le osservazioni degli iceberg e quelle degli abissi ha dimostrato che le pietre sul fondale marino provengono effettivamente dagli iceberg. Le pietre mostrano una chiara corrispondenza sia per dimensioni che per composizione mineralogica».
La domanda che si sono posti gli scienziati era: si tratta di un fenomeno limitato a una regione specifica o di una conseguenza dei cambiamenti climatici, che stanno accelerando lo scioglimento dei ghiacciai e aumentando il numero di iceberg e il loro carico di pietre? La Bergmann sottolinea che «Questi enigmi possono essere risolti solo con un approccio interdisciplinare. Per questo noi biologi abbiamo unito le forze con esperti di glaciologia, oceanografia, geologia, ricerca sugli abissi marini e sull'atmosfera, e ci siamo scambiati idee nel corso degli anni».
Per l’altro autore principale dello studio, Thomas Krumpen, un fisico del ghiaccio marino dell'AWI e autore principale dello studio insieme a Kirstin Meyer-Kaiser, la vera sfida di fronte alla quale si è trovato il suo team era che «Per dimostrare che il cambiamento climatico sta intensificando il processo, dovevamo dimostrare che la frequenza degli iceberg nella regione è cambiata. Tuttavia, questo non è banale, perché gli iceberg più piccoli e i loro frammenti nella banchisa sono difficilmente riconoscibili dai satelliti. Ecco perché nessuno è stato in grado di affermare se oggi ci siano più iceberg rispetto al passato».
Per colmare questa lacuna, il team ha analizzato quello che definisce un tesoro prezioso: le osservazioni sinottiche effettuate dal ponte della Polarstern per circa 40 anni. Tra i molti fattori, le osservazioni documentano se e quanti iceberg sono visibili nelle vicinanze della nave. Krumpen spiega ancora: «Questo insieme di dati è in realtà un sottoprodotto delle regolari registrazioni meteorologiche, ma si è rivelato cruciale per questo problema». L'analisi delle osservazioni ha mostrato chiaramente che «Dai primi anni 2000, un numero sempre maggiore di iceberg ha attraversato lo Stretto di Fram, e in gruppi sempre più numerosi: un'indicazione che il deposito di pietre segue uno schema sistematico legato al clima».
Ma da dove provengono tutti questi iceberg? Grazie a un metodo satellitare per ricostruire il movimento del ghiaccio nell'oceano, i ricercatori sono stati in grado di risalire all'origine di alcuni degli iceberg osservati: «Molti provengono da due grandi ghiacciai nella Groenlandia nord-orientale, nonché da alcune zone dell'Artico russo. I ghiacciai della Groenlandia nord-orientale, in particolare, hanno perso stabilità dall'inizio degli anni 2000 e ora si staccano molto più velocemente. La tempistica di questa destabilizzazione coincide strettamente con l'aumento osservato nella frequenza degli iceberg più a sud, nello Stretto di Fram, ed è una conseguenza del riscaldamento globale».
I ricercatori hanno utilizzato un modello oceano-ghiaccio marino per studiare in che misura il rapido scioglimento del ghiaccio marino artico possa aver contribuito all'accumulo e all’AWI evidenziano che «Le simulazioni mostrano che gli iceberg, in banchi di ghiaccio sempre più dinamici e in ritirata, vengono trasportati più velocemente e in modo più efficiente verso il deflusso artico e hanno complessivamente un maggiore contatto con l'acqua libera, il che a sua volta ne accelera lo scioglimento. I risultati sottolineano quanto siano strettamente interconnessi i processi sulla terraferma e nelle profondità marine, e quanto questo sistema artico sia sensibile e pervasivo nella sua risposta al progressivo riscaldamento. Queste scoperte, tuttavia, non sono rilevanti solo per la ricerca sul clima e sulla biodiversità, ma hanno anche un significato diretto per la sicurezza e la pianificazione marittima».
Krumpen avverte che «La crescente presenza di iceberg in alcune regioni dell'Artico comporta rischi considerevoli, ad esempio per le navi da crociera e le navi mercantili, che viaggiano in numero sempre maggiore tra i ghiacci o vicino al loro margine, nonché per le attività di esplorazione di petrolio e gas. Con lo spostamento della pesca verso nord, i massi depositati di recente in aree meno profonde potrebbero rappresentare in futuro un rischio anche per la pesca a strascico sul fondale».
La crescente necessità di informazioni affidabili sulla distribuzione di ghiaccio e iceberg ha portato lìAWI a creace la società Drift+Noise Polar Services, che si è poi scorporata alcuni anni fa e fornisce alle navi che navigano in regioni ghiacciate le relative informazioni di posizione. L’AWI conclude: «Questo studio fornisce ora un'importante base scientifica per una migliore valutazione dei rischi legati agli iceberg in futuro e per lo sviluppo di prodotti per la pianificazione delle rotte nelle regioni polari».

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