Nucleare, sicurezza energetica e nuove dipendenze: il paradosso italiano

08 Maggio 2026 - 10:34
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Nucleare, sicurezza energetica e nuove dipendenze: il paradosso italiano

Il vertice di maggioranza convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme ai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani ha posto sul tavolo, la crisi energetica internazionale, i costi dell’energia per imprese e famiglie e la necessità di ridurre la dipendenza italiana dalle fonti esterne. Secondo quanto emerso dall’incontro, il governo considera il nucleare una delle priorità strategiche per rafforzare l’autonomia energetica nazionale e intende accelerare il percorso normativo verso il cosiddetto “nucleare sostenibile”.

Mi chiedo perché allora abbiamo effettuate mesi di audizioni in Parlamento, per ascoltare le varie voci competenti in materia se poi non sono ascoltate Come non tener conto delle audizioni alla camera del Prof Parisi Premio Nobel e del professor Federico Maria Butera, docente emerito del Politecnico di Milano, che hanno presentato in Commissione Ambiente delle memorie fortemente critiche sul disegno di legge delega. Interventi che   smontano uno dopo l’altro i principali argomenti utilizzati dai sostenitori del ritorno al nucleare: sostenibilità ambientale, indipendenza energetica e convenienza industriale.

Per Butera, ad esempio, parlare di “nucleare sostenibile” rappresenta una contraddizione scientifica. Il professore richiama il Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite, secondo cui uno sviluppo è sostenibile solo se non compromette le possibilità delle generazioni future. In natura questo avviene attraverso cicli chiusi e processi circolari alimentati dall’energia del sole. Il nucleare invece funziona secondo una logica lineare: estrazione dell’uranio, trasformazione in combustibile, utilizzo e produzione finale di scorie radioattive da custodire per migliaia di anni.

L’uranio non è presente in quantità significative in Italia né in Europa. Nel 2022 il Kazakistan ha prodotto il 43% dell’uranio mondiale, seguito da Canada e Namibia. Una quota decisiva dell’approvvigionamento europeo continua inoltre a dipendere dalla Russia, che mantiene una posizione dominante nell’arricchimento dell’uranio e nella logistica del combustibile nucleare.

Secondo la memoria depositata in Commissione, gran parte dell’uranio proveniente dall’Asia centrale attraversa il territorio russo prima di arrivare nei porti europei. Rosatom resta uno dei principali operatori mondiali del settore e molti reattori europei dipendono ancora dalla tecnologia russa. Anche la Francia, spesso indicata come modello di autonomia energetica nucleare, importa la quasi totalità dell’uranio necessario alle sue centrali.

Il documento mette inoltre in guardia sul futuro dei piccoli reattori modulari, gli SMR, presentati dal governo come la nuova frontiera del nucleare. Molti di questi impianti richiederanno combustibili HALEU, uranio ad alto arricchimento oggi prodotto quasi esclusivamente dalla Russia. Una dipendenza che rischia di trasferirsi direttamente nelle tecnologie nucleari di nuova generazione.

Sono stati presentati anche i numeri economici del confronto tra nucleare e fonti rinnovabili. Secondo il rapporto internazionale Lazard 2025 sul costo livellato dell’energia (LCOE), il fotovoltaico utility scale ha oggi un costo compreso tra 38 e 78 dollari per MWh, mentre l’eolico onshore oscilla tra 37 e 86 dollari per MWh. Per il nucleare, invece, le stime arrivano fino a 180 dollari per MWh, con un incremento del 47% rispetto al 2009. Nello stesso periodo il costo del fotovoltaico è diminuito dell’84% e quello dell’eolico del 55%.

Passiamo ora al tema dei tempi di realizzazione. Le grandi centrali nucleari europee costruite negli ultimi anni, come Flamanville in Francia, Olkiluoto in Finlandia o Hinkley Point C nel Regno Unito, hanno accumulato ritardi pluriennali e forti aumenti dei costi. Le rinnovabili, al contrario, possono essere installate in tempi molto più brevi e con investimenti distribuiti sul territorio.

Ma siamo sicuri che tutta la maggioranza concorda sul rilancio del nucleare?

Dopo aver assistito alla mancata nomina di Giorgio Graditi alla Consulta dell’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, ho dei dubbi.

Nella seduta delle commissioni riunite Attività produttive e Ambiente è stata respinta la designazione dell’ingegner Giorgio Graditi a componente della Consulta dell’ISIN. La votazione ha i registrato solo 28 preferenze a fronte di un quorum richiesto di 31.  Questo risultato mette a nudo le fragilità numeriche e le possibili frizioni interne alla maggioranza su un tema, quello dell’energia atomica, che l’esecutivo proprio il giorno prima ha rilanciato come prioritario.

Dunque siamo di fronte ad una   coalizione divisa, non in grado di   gestire una strategia energetica coerente.

Dunque il governo viole accelerare sul ritorno al nucleare, ma non riesce a consolidare gli organismi tecnici di controllo e sicurezza.

E poi, propone il nucleare come risposta immediata energetica pur sapendo che eventuali centrali non produrrebbero energia prima di decenni.

E le criticità che sono sorte in molti impianti in costruzione in varie realtà Europee ed estere? Perché incorrere nello stesso errore.

Il problema del caro energia riguarda il presente e richiede strumenti immediatamente disponibili, a partire dall’accelerazione delle rinnovabili, dell’efficienza energetica, dalle comunità energetiche e dai sistemi di accumulo.

Il nucleare non può abbattere i costi energetici industriali nel breve periodo. La costruzione di nuove centrali richiederebbe investimenti miliardari, tempi lunghi, nuovi sistemi di sicurezza, gestione delle scorie e individuazione di depositi nazionali per i rifiuti radioattivi, e qui ricordo che in Italia siamo ancora in alto mare.

Il tema dello smaltimento è ancora irrisolto: il Deposito nazionale delle scorie nucleari non è stato realizzato e continua a incontrare forti opposizioni territoriali.

In conclusione, da una parte il governo sostiene che il nucleare possa rafforzare la competitività del sistema produttivo italiano e ridurre la dipendenza dal gas. Dall’altra, tecnici e uomini di scienza   sottolineano come il combustibile nucleare dipenda da filiere globali controllate da pochi Paesi e da equilibri geopolitici estremamente fragili.

La guerra in Ucraina ha già mostrato quanto il sistema energetico europeo sia vulnerabile alle tensioni internazionali. Eppure, nonostante le sanzioni contro Mosca, il settore nucleare è rimasto in larga parte escluso dalle restrizioni occidentali proprio perché diversi Stati europei dipendono ancora dalla tecnologia e dall’uranio russo.

Il rischio è che il ritorno al nucleare sottragga risorse economiche e tempo alla vera transizione energetica: quella fondata su fonti rinnovabili, reti intelligenti, accumuli e riduzione dei consumi.

labbate grafico 1

labbate grafico 2

La Figure 4a e 4b ci mostrano, per il 2030 e il 2050, che il costo massimo dell’energia elettrica prodotta col solare ed eolico con accumulo è sempre inferiore a quello minimo del nucleare. Nelle stesse figure sono forniti i valori dello SLCOE (System Levelised Cost Of Electricity). Lo SLCOE è il LCOE applicato all’intero sistema energetico, cioè sommando costi delle singole tecnologie, più quelli della rete e di ciò che occorre per fare funzionare il sistema nel suo complesso. Varia al variare del mix di tecnologie di generazione e accumulo utilizzate. Il valore indicato in Figura 4a è quello relativo al mix ottimale, quello che fornisce lo SLCOE minimo.

 I valori max e min dello SLOCOE in Figura 4b sono quelli corrispondenti ai valori max e min del LCOE delle singole tecnologie che costituiscono il mix ottimale. La combinazione di energia solare fotovoltaica, energia eolica onshore, stoccaggio e idrogeno è risultata la combinazione tecnologica meno costosa in tutti i casi esaminati, mentre l'aggiunta di cattura e stoccaggio del carbonio, energia eolica offshore ed energia nucleare comporterebbe costi medi dell'elettricità più elevati.

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