Ombre su Hormuz: dopo gli attacchi dell’Iran, gli Usa rivalutano la strategia militare in Medio Oriente

L’emirato del Bahrein, in qualità di baricentro degli interessi militari degli Usa nell’intera regione del Golfo Persico, è divenuto uno dei nodi più critici della tensione riaccesasi nell’area – a discapito di tutte le belle intenzioni (con poche, conseguenti azioni) di pace manifestate da Usa e Iran.
La potente Quinta flotta della U.S. Navy, stanziata con la sua sede strategica a Salman Port, sta infatti svolgendo un ruolo di primissimo piano in termini di sicurezza marittima nella regione del Golfo. Come ricordiamo, all’inizio di marzo, subito dopo i bombardamenti congiunti israelitici-americani, l'Iran sferrò un potente attacco – con missili e droni – contro le basi militari statunitensi presenti in Bahrein. E di nuovo negli ultimi giorni, la crescente tensione registratasi tra le due parti, ha determinato mirati attacchi su piccola scala avvenuti ancora nel territorio del Bahrein, oltre che in Kuwait.
Secondo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), il governo degli Ayatollah ha compiuto raid missilistici sulle basi militari statunitensi presenti nei due Paesi; questa reazione militare, nonostante il tanto sbandierato memorandum of under standing, firmato in Svizzera nei giorni dello scorso G7, è stato fatto in risposta degli ultimi attacchi statunitensi contro l'Iran. Da Teheran viene enfatizzato il fatto che si è voluto dare una "risposta decisiva". Senza dubbio l'operazione condotta in coordinamento tra marina e forze aeree iraniane, sotto un profilo tattico, ha dimostrato che le capacità di risposta militare dell’Iran non sono del tutto fiaccate, anzi, manifestano ancora capacità offensive di rilievo e di cui il Pentagono dovrà tenere conto.
La dichiarazione dell'IRGC riporta che otto importanti strutture militari statunitensi, tra cui la base aerea di Ali al-Salim in Kuwait e la Quinta flotta statunitense nel porto di Salman in Bahrain, sono state colpite da missili e droni iraniani, causando danni importanti alle strutture stesse.
Da parte americana, l’autorevole Wall Street Journal ha effettuato una mirata ricerca sugli effetti degli attacchi messi a segno dalle forze iraniane, sia i primi attacchi (marzo scorso) che quelli compiuti pochi giorni fa. La ricerca ha rivelato che ciò che è accaduto non si limita ai danni sul terreno, ma ha avuto anche conseguenze più serie e che potrebbero indurre gli Stati Uniti a rivalutare la loro strategia militare in tutto il Medio Oriente, arrivando a rivedere tutto l'equilibrio stesso di potere militare nella regione del Golfo Persico: non è roba di poco conto.
Sempre secondo le ricerche del Wsj, l'Iran ha preso di mira diverse volte il Centro di supporto alle attività della Marina degli Stati Uniti (Nsa) in Bahrain tra i primi di marzo e giugno. La conseguenza degli attacchi è che almeno 12 importanti edifici, in particolare il Centro di comando della base e due terminali di comunicazione satellitare, sono stati gravemente danneggiati. La conferma è stata data dagli analisti del settore, dopo aver visualizzato le immagini satellitari, che riportano le grandi distruzioni sui tetti di molti edifici e alcune strutture, tanto da averle fatte diventare completamente inutilizzabili.
In seguito a questi gravi danni riportati, il Pentagono sta riconsiderando la permanenza della propria presenza militare nella regione, che appare vacillare di fronte alla crescente capacità missilistica manifestata dall'Iran, nonostante il presidente Trump in molteplici occasioni abbia affermato l’esatto contrario.
La conseguente amara conclusione dei fatti riportati, qualora venisse pienamente confermata, allargherebbe ulteriormente gli scenari di guerra che, fino a qualche giorno fa, sembravano essersi allontanati e, ancora una volta sfumerebbe ogni forma di risoluzione diplomatica della pesante controversia, che non ha apportano nulla di positivo nello scacchiere geopolitico internazionale; infine, qualora la misura iraniana-omanita di far pagare il pedaggio alle navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz dovesse concretizzarsi, avremmo creato un pericoloso precedente che, facendo stracci della Convenzione internazionale sul diritto del mare (UNCLOS), causerebbe negative ripercussioni sull’intera economia planetaria il cui inevitabile punto di caduta finale siamo noi, comuni cittadini.
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