Mari italiani sempre più caldi: nel 2025 +1,8°C sopra la media 1991-2020

02 Luglio 2026 - 13:07
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Mari italiani sempre più caldi: nel 2025 +1,8°C sopra la media 1991-2020

Dopo i dati comunicati a livello globale da Copernicus riguardo il mese scorso – mari e oceani mai così caldi, con un picco di 21°C che ha superato i record del 2023 e del 2024 – a livello nazionale arriva un altro dato che rende evidente la portata della crisi climatica in atto: i mari italiani, con una temperatura media annuale di 20°C e punte di oltre 26°C a luglio (26,64°C) e agosto (26,48 °C), nel 2025 hanno fatto registrare valori superiori al riferimento climatologico 1991-2020 di +1,18°C. A segnalarlo, aggiungendo che le temperature dello scorso anno sono le seconde più alte dal 1982, è il rapporto “Il clima in Italia nel 2025” del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa), composto da Ispra e dalle Agenzie per l'ambiente di Regioni e Province autonome (Arpa/Appa). Il documento fornisce una descrizione dello stato del clima e della sua evoluzione nel nostro Paese, con analisi e valutazione a scala nazionale, regionale e locale. Il rapporto contiene anche alcuni approfondimenti sugli eventi più critici che si sono verificati nel corso dell’anno. 

Se dal punto di vista europeo sappiamo ormai che la crisi climatica corre a velocità doppia rispetto alla media globale (+2,5°C rispetto al 1850), a livello italiano Ispra comunica che dal 2000 in poi in quasi tutti gli anni si sono registrate lungo la penisola temperature atmosferiche più alte della media e il 2025 conferma questa tendenza, con un’anomalia di temperatura media di +1,03°C rispetto al valore climatologico 1991-2020. Tutti i mesi, tranne ottobre e novembre, risultano più caldi del normale; il mese di giugno, con il picco di 3,23°C sopra la media, è stato il secondo della serie, dopo il record del 2003. Anche tutte le stagioni chiudono con valori superiori alla media. In particolare, l’estate, con +1,46°C, si colloca al quarto posto tra le più calde dal 1961; l’inverno, con +1,21°C, e la primavera, con +0,86°C rientrano tra le più calde della serie, mentre l’autunno mostra un aumento più contenuto, pari a +0,16°C.

Dal punto di vista invece del monitoraggio delle risorse idriche, il rapporto Snpa segnala che le piogge cadute nel 2025 si mantengono nella media climatologica 1991-2020 (+1%), ma la distribuzione è molto diversa tra le aree del Paese. Al Nord le precipitazioni aumentano del 7%, al Centro restano vicine alla media, mentre al Sud e nelle Isole diminuiscono del 5%. I mesi relativamente più secchi sono giugno, ottobre e novembre, mentre marzo e agosto risultano quelli più piovosi. Su base stagionale, solo l’autunno è più asciutto del normale, mentre la primavera è la stagione che ha fatto registrare l’anomalia positiva di precipitazione più marcata dell’anno, seguita dall’inverno. Il numero di giorni consecutivi senza pioggia resta contenuto in gran parte del Paese, ma raggiunge valori molto elevati nelle regioni meridionali. La costa ionica della Calabria arriva a 121 giorni asciutti consecutivi, la Sardegna a 118 e la Sicilia a 116. Sono valori che confermano una maggiore esposizione del Sud a periodi prolungati senza precipitazioni.

Tutto ciò ha fatto sì che nel 2025 la siccità, da moderata a estrema, abbia continuato a condizionare il Centro‑Sud, anche se in maniera meno gravosa rispetto agli anni precedenti. Al Nord, invece, le piogge abbondanti hanno mantenuto le risorse idriche sopra le medie annue di riferimento. In termini di usi della risorsa idrica, il Centro‑Sud è stato caratterizzato da severità idrica da media ad alta, con differenze tra territori e usi dell’acqua. In Sicilia la severità idrica è restata alta per tutto l’anno.  Questa situazione è stata sotto il continuo monitoraggio degli Osservatori distrettuali sugli utilizzi idrici.

Sottolineano gli esperti dell’Ispra che la quantità di risorsa idrica disponibile a livello nazionale è stimata in 128 miliardi di metri cubi, un valore più basso delle medie storiche: oltre il 7% in meno rispetto alla media di lungo periodo, circa il 4% in meno rispetto al trentennio più recente e il 19% in meno rispetto al 2024. La tendenza osservata dal 1951 al 2025 conferma un trend di riduzione della disponibilità di acqua nel Paese.

Quel che è certo, come i nostri lettori sanno bene, è che l’acqua di per sé non manca – sebbene il trend della disponibilità idrica sia decrescente – e che invece il problema principale è costituito dal fatto che le precipitazioni sono sempre più concentrate nel tempo e nello spazio. Per rendere la complessità della situazione, da anni circolare il dato per cui in Italia raccoglieremmo solo l’11% dell’acqua piovana, ma si tratta di un’approssimazione mediatica che non rispecchia la realtà dei fatti. Quel che sappiamo è che lungo lo Stivale le precipitazioni annue valgono in media 296 mld mc l’anno nel periodo 2010-2023, secondo le stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) sulla base dei dati forniti dal modello Big-bang dell’Ispra, e nel 2024 le precipitazioni sono arrivate a 319 miliardi di metri cubi. E anche nel 2050 le precipitazioni non dovrebbero essere diverse rispetto a quelle del 1951: -4,4%. Sottraendo dal valore delle precipitazioni quello dell’evapotraspirazione (in forte aumento a causa del riscaldamento globale) il dato si riduce oggi a circa 140 mld mc/a, ovvero la disponibilità idrica (internal flow), mentre i prelievi idrici per uso antropico si fermano a 34. Considerando anche i fabbisogni per la vita ecologica di fiumi e laghi ad oggi l’Italia vanta un surplus idrico stimato in 63,6 mld mc/a, che nel 2050 dovrebbe ridursi a 35,5 mld mc/a. Quasi dimezzato, ma comunque un surplus.

Se questo è il quadro complessivo, cosa bisognerebbe dunque fare? Serve un Piano nazionale per la sicurezza idrica e idrogeologica, di cui si parla sempre dopo ogni siccità o alluvione, per dimenticarsene subito dopo. In Italia spendiamo 7 mld di euro all’anno di risorse pubbliche e da tariffa per la gestione di tutti gli aspetti idrici, mentre ne servirebbero 10 in più, secondo le stime elaborate dalla Fondazione Ewa, che fa parte del comitato One water; volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione "Italiasicura", che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni). Al contempo occorre migliorare il contributo dell’Italia alla decarbonizzazione, perché in un pianeta in surriscaldamento continuo la disponibilità idrica non potrà che continuare a diminuire.

Oltre ai capitoli riguardanti le temperature dei mari e la risorsa idrica, un’altra sezione interessante del report realizzato da Snpa riguarda gli eventi estremi avvenuti lo scorso anno. Tra il 15 e il 17 aprile, un’ondata di maltempo ha colpito la Valle d’Aosta sud‑orientale e il Piemonte nord‑occidentale con piogge eccezionali in 24 ore e cumulate di evento che hanno raggiunto i 600 millimetri. Le precipitazioni intense, insieme alla saturazione del suolo e a nevicate molto abbondanti in quota, hanno provocato frane, allagamenti, valanghe e causato una vittima. Tra il 16 e il 17 novembre, nel sud‑est del Friuli-Venezia Giulia, un sistema temporalesco rimasto fermo per quasi 12 ore ha scaricato oltre 200 mm di pioggia. Il torrente Judrio è esondato, allagando il paese di Versa con uno strato d’acqua e fango alto fino a due metri e una frana ha colpito il centro di Brazzano di Cormòns, causando due vittime e la distruzione di tre abitazioni.

Spiegano gli esperti dell’Ispra che sono due gli ambiti di intervento fondamentali per combattere il mutamento del clima e i suoi effetti: la mitigazione e l’adattamento. Da un lato, è essenziale limitare le emissioni di gas serra, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica, attraverso la transizione verso fonti energetiche rinnovabili, l’efficienza energetica e modelli produttivi più sostenibili. Dall’altro, è altrettanto necessario promuovere misure di adattamento, per rendere territori, infrastrutture e comunità più resilienti agli impatti della crisi climatica. «I dati del monitoraggio del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente confermano che il cambiamento climatico non è più una sfida del futuro, ma una realtà con cui siamo già chiamati a confrontarci – sottolinea Alessandra Gallone, presidente di Ispra ed Snpa - Gli scenari elaborati da ISPRA dimostrano che il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni è possibile, a condizione di accelerare il percorso con scelte fondate sulla conoscenza scientifica e sulla qualità dei dati. La transizione ecologica ed energetica si costruisce con la collaborazione di istituzioni, imprese e cittadini perché trasformando la conoscenza in azione potremo rendere il nostro Paese più sicuro, resiliente e competitivo».

Secondo le più recenti valutazioni di Ispra, il sistema Ets (Emission Trading System), la crescita delle energie rinnovabili e l’innovazione industriale stanno contribuendo alla riduzione delle emissioni di gas serra. Persistono tuttavia criticità nel settore dei trasporti e del riscaldamento, nei quali, in assenza di tempestive ed efficaci politiche settoriali, l’Italia rischia di non conseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti per il 2030.

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