Pagare gli anziani per fare volontariato? Uno sfregio alla memoria di Luciano Tavazza
Trecentocinquantasei euro al mese per fare volontariato. Scritto così, nero su bianco, in una delibera di giunta regionale. E scritto — questa è la ferita — proprio nell’anno in cui il Paese celebra il centenario della nascita di Luciano Tavazza, padre del volontariato moderno italiano. Non trovo altra parola che questa: uno sfregio.
La Dgr 5974 della Regione Lombardia, approvata all’unanimità il 13 aprile 2026 su proposta dell’assessora Elena Lucchini, istituisce la “Leva Civica Lombarda Senior”: 1,2 milioni di euro per pagare gli over 65 — pensionati, percettori di prestazioni assistenziali, inattivi — affinché svolgano attività di “cittadinanza attiva” fino a 15 ore alla settimana, per otto‑dodici mesi, con un emolumento mensile fino a 356,70 euro. Gli ambiti? Servizi sociali, protezione civile, ambiente, patrimonio culturale, educazione, sport. Esattamente quelli in cui migliaia di volontari lombardi — e in buona parte proprio pensionati — operano gratuitamente da decenni. Esattamente gli ambiti del volontariato organizzato italiano.
Scrivo queste righe da presidente del Comitato per il Centenario della nascita di Luciano Tavazza. Non posso tacere. E non voglio.
Una delibera che viola lo spirito e la lettera del Codice del Terzo settore
Il D.Lgs. 117/2017 è chiarissimo: al volontario può essere riconosciuto esclusivamente il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate, entro il limite di 150 euro mensili per spese forfetarie autocertificate. Non un emolumento. Non un corrispettivo. Non un compenso. La Leva Civica Senior introduce invece un contributo mensile fino a 356,70 euro — più del doppio del tetto — per attività che la delibera stessa colloca nei settori propri del volontariato e che, nei fatti, sono volontariato. Come si conciliano le due cose? Non si conciliano. O è volontariato — e allora il Codice si applica — oppure è un’altra cosa, e allora va chiamata con un altro nome e regolata con un altro strumento. Confondere i due piani non è un errore tecnico: è una scorciatoia che scarica sulle associazioni l’onere di una contraddizione che la Regione non ha voluto affrontare.
Una disparità inaccettabile tra cittadini che fanno la stessa cosa
In Lombardia ci sono, già oggi, decine di migliaia di pensionati che fanno volontariato gratuitamente. Nelle Acli, in Auser, in Anpas, nella Croce Rossa, nelle Misericordie, nelle parrocchie, nelle sezioni di protezione civile, nelle associazioni culturali e ambientali, nelle cooperative sociali. Ora, accanto a loro, siederanno dei coetanei che per fare le stesse cose riceveranno fino a 356 euro al mese dalla Regione. Qual è il messaggio che passa? Che chi ha donato venti, trenta, quarant’anni di vita civile ha sbagliato? Che il volontariato “vero” vale meno? Che senza un incentivo economico la partecipazione non funziona? Che il dono, da solo, non basta? Questa è la domanda — radicale — che la delibera pone senza avere il coraggio di pronunciarla. E la risposta implicita è devastante.
Ancora una volta: si decide senza chi, nel Paese, ricuce
Questa delibera è stata approvata senza che le associazioni di volontariato lombarde fossero consultate. Nessuna interlocuzione. Nessuna progettazione condivisa. L’hanno saputo dalla stampa. Non è un dettaglio procedurale: è l’ennesima riproposizione di una modalità che, da troppo tempo, avvelena la vita pubblica italiana. Non si può prendere un provvedimento che incide sul volontariato — sulla sua natura, sul suo statuto, sulla sua identità — senza aver prima parlato con chi il volontariato lo fa. Non è accettabile. Non lo è in linea di principio, e non lo è nei fatti.
Ancora una volta c’è chi pensa e decide — sbagliando spessissimo — e poi c’è il resto della società che ricuce. E di quel “resto” non si tiene conto. Le associazioni di volontariato sono il tessuto che tiene insieme questo Paese dove le politiche pubbliche non arrivano, dove lo Stato è stanco, dove il mercato non vuole andare. Sono i corpi intermedi che, in silenzio, ricuciono strappi fatti da chi decide altrove. Sono quelli che — a ogni terremoto, a ogni crisi, a ogni emergenza — sono già lì quando le istituzioni arrivano. Eppure, quando si tratta di legiferare sul volontariato, il volontariato non viene ascoltato.
Lo abbiamo visto tante volte: agendo in questo modo, alla fine arriva la resa dei conti. Le riforme calate dall’alto senza ascolto producono cattive regole, cattive pratiche e, soprattutto, cattivi sentimenti. Rompono il patto di fiducia tra istituzioni e società civile organizzata. Lasciano macerie che altri, poi, devono ricomporre. Basta, ora, con un volontariato trattato come mero esecutore di quello che qualche “illuminato” — male — ha deciso al tavolo di giunta. Il volontariato non è un’appendice delle politiche pubbliche: è un soggetto politico a pieno titolo, con una sua elaborazione, una sua visione, una sua cultura. E va ascoltato prima, non consolato dopo.
Impotenza è la cifra del nostro tempo, ma in Italia ci sono 4,7 milioni di persone che si spendono per gli altri.
Qual è il senso di questo impegno? Le risposte all’interno del magazine ‘‘Volontario, perché lo fai?”

Il problema è reale. La risposta è sbagliata.
Il tema che la Regione rivendica di affrontare — la solitudine degli anziani, la fragilità relazionale di 500 mila over 65 soli in Lombardia, la necessità di dare senso al tempo dopo il lavoro — è un tema reale, urgente, importante. Non lo nega nessuno. Ma la risposta non è pagare le persone anziane perché facciano volontariato. La risposta è sostenere le organizzazioni che già accolgono migliaia di pensionati, rafforzare la formazione dei volontari, finanziare i progetti delle associazioni, costruire patti di comunità, rendere più semplice l’incontro tra chi ha tempo e chi ha bisogno. Se ci sono 1,2 milioni di euro per gli anziani lombardi, li si metta sulle associazioni che già li accolgono: non si costruisca, accanto al volontariato vero, una corsia parallela retribuita che svuota di senso la prima e non risolve la solitudine della seconda.
E poi c’è Tavazza…
Luciano Tavazza — padre del volontariato moderno italiano, fondatore del Mo.V.I., maestro di intere generazioni — ha scritto e ripetuto, per tutta la vita, una cosa semplicissima: il volontariato non è un servizio a basso costo per supplire alle inadempienze dello Stato. È un gesto libero. È gratuità. È dono. È quella forma di azione umana che, proprio perché non è pagata, genera legami, fiducia, comunità — cose che nessun emolumento può comprare, perché nell’istante in cui le paghi smettono di esistere. Il volontariato, ci ha insegnato Tavazza, ha valore anche quando non “serve”: perché afferma, in un mondo che misura tutto, che esiste un’altra misura.
Approvare — proprio nel 2026, proprio mentre l’Italia prepara gli eventi del centenario — una delibera che paga il volontariato è la forma più eloquente di smentita di quel pensiero. È dire, in modo istituzionale e scritto: Tavazza non ci interessa, non ci convince, non ci basta. È dire che la cittadinanza attiva ha un prezzo. È dire che gli anziani si muovono solo se qualcuno li paga. È dire che la gratuità, come principio di tenuta di un Paese, è finita.
Non è finita. Non lo è mai stata. E chi fa volontariato in Lombardia — gli over 65 in prima fila — lo dimostra ogni giorno.
La delibera va ritirata
Chiediamo che la Dgr 5974 sia ritirata. Chiediamo che l’assessora Lucchini convochi le associazioni di volontariato lombarde — quelle vere, quelle che ogni giorno ricuciono il tessuto sociale della regione — e riapra un tavolo serio, con tempi certi e obiettivi condivisi. Chiediamo che quei 1,2 milioni siano destinati, con le associazioni e non sopra di loro, al sostegno dei progetti di volontariato degli over 65 già in corso e a nuovi progetti costruiti insieme. Chiediamo, più in profondità, che la Regione torni a distinguere ciò che è volontariato da ciò che non lo è, e a chiamare le cose con il loro nome.
Chiediamo, infine, che il centenario di Luciano Tavazza non venga celebrato con parole di circostanza mentre, nel merito, si fa esattamente il contrario di ciò che lui ci ha insegnato. Sarebbe un’ipocrisia che il volontariato italiano non può permettersi. E che non si merita.
Il volontariato italiano chiede, oggi, una cosa semplice e antica: di essere ascoltato prima che le decisioni siano prese. Non dopo. Non a cose fatte. Non mai. Perché non è una parte da consolare: è la parte del Paese che tiene insieme il resto.
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