I beni confiscati? Sono diventati scuole di partecipazione
«Per noi è il bene zero, è il più strutturato e anche il più grande». Alessandra Cetro e Antonio De Luca, gli incaricati nazionali del Settore giustizia, pace e nonviolenza dell’Associazione guide e scout cattolici italiani, non hanno dubbi: la base scout Volpe Astuta, a Palermo, è il cuore simbolico dell’impegno dell’Agesci sui beni confiscati alla criminalità organizzata. Sono diverse le basi scout che hanno sede in un bene confiscati e «ogni bene confiscato», dicono, «ha una storia unica, ma nessuno deve
affrontarla da solo».
I beni confiscati non sono soltanto spazi strappati alla criminalità organizzata e restituiti alla collettività. Ma sono luoghi dove quella collettività, quella cittadinanza, si costruisce. È qui che i giovani toccano con mano che un altro modo di abitare il territorio è possibile, dove la parola antimafia smette di essere uno slogan e diventa pratica quotidiana. Chi, questi posti, li anima ogni giorno? Sono i 1.332 soggetti della società civile, come l’Agesci, impegnati nella gestione dei beni confiscati, con oltre 600 associazioni, 30 scuole di ogni ordine e grado e numerosi gruppi locali. Le esperienze – da Nord a Sud – sono incredibilmente di più di quelle che si possono raccontare nelle pagine dell’approfondimento “Beni confiscati, cantieri di democrazia”, disponibile gratuitamente sul nostro sito, e non sono casi isolati. Le tante realtà italiane che fanno educazione nei luoghi che erano del potere criminale hanno lo stesso obiettivo: lavorare per piantare semi di futuro.
Ristrutturare la speranza
Per la cooperativa sociale Al di là dei Sogni, tutto è cominciato da un’esigenza concreta: trovare un lavoro vero e restituire dignità e identità alle persone prese in carico dalla cooperativa. La risposta è arrivata sotto forma di un bene confiscato: 17 ettari di terreno a Maiano di Sessa Aurunca, nel casertano, dove sorgevano diversi immobili — una stalla per cavalli, la casa del custode, una mangiatoia, un mezzo fienile diroccato — tutti in stato di completo abbandono.
La storia di quel bene racconta tempi lunghi e passaggi burocratici: sequestrato nel 1991, confiscato nel 1994, trasferito al demanio comunale nel 1998. Quando il presidente della cooperativa, Simmaco Perillo, vi mise piede per la prima volta nell’ottobre del 2005, il tetto della casa era crollato e le porte e le finestre erano state murate per paura di occupazioni abusive. Eppure, 17 ettari in comodato d’uso gratuito rappresentavano un’opportunità troppo grande per lasciarsela sfuggire.
Oggi quello che era un terreno abbandonato è diventato un’azienda agricola biologica multifunzionale con stabilimento di trasformazione, fattoria sociale e didattica. Solo nell’ultimo anno ha accolto 4.525 giovani tra i 16 e i 20 anni, che si sono fermati per cinque giorni a vivere e lavorare fianco a fianco con la cooperativa. «Non basta ristrutturare un bene confiscato», afferma Perillo. «Nei territori, nelle comunità bisogna ristrutturare la speranza delle persone».
La casa di tutti
A Casal di Principe, nel cuore del territorio storicamente controllato dal clan dei Casalesi, sorge un edificio di 1.300 metri quadrati su due livelli, con un piano interrato e un grande cortile. Era la villa di Egidio Coppola, affiliato della famiglia Bidognetti e considerato il “cassiere” del clan. Oggi si chiama Casa don Diana ed è la sede del Comitato intitolato a don Giuseppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 mentre celebrava la messa nella chiesa di San Niccolò di Bari.
La storia di questo bene è una parabola che dice molto sulle luci e le ombre del riutilizzo sociale in Italia. Confiscato e poi lasciato al degrado, nel 2004 ricevette un primo finanziamento dalla Regione Campania. Fu assegnato all’Asl, che avrebbe dovuto avviarvi una struttura residenziale sanitaria, cosa che però non avvenne mai. Nel frattempo il Comune di Casal di Principe venne sciolto per infiltrazione camorristica e fu insediata una commissione prefettizia guidata da Silvana Riccio, che decise di rescindere il contratto con l’Asl e di avviare un nuovo bando per il riutilizzo sociale. Solo nel 2014, finalmente, il Comitato don Peppe Diana ottenne l’assegnazione.
«I beni confiscati non possono essere isole nel deserto», spiega Tina Cioffo, portavoce del Comitato e tra le sue socie fondatrici. «Altrimenti si fa ancora più danno rispetto alla proprietà dei camorristi. Perché se prima erano inavvicinabili e poi non vengono utilizzati, il messaggio diventa: quando c’erano i camorristi era meglio. E questo noi come comunità sana lo dobbiamo assolutamente evitare».
Un campo estivo che dura un anno
Le cooperative a marchio Libera Terra esistevano già vent’anni fa, e già allora erano centinaia i volontari e le volontarie che su quei campi andavano a raccogliere le verdure destinate a diventare i prodotti del marchio. Giovani che si prendevano cura di terreni che fino a poco prima erano simbolo del dominio mafioso.
«Da quell’intuizione iniziale – portare i giovani nei luoghi della confisca, farli lavorare fianco a fianco con i soci delle cooperative – è cresciuto un progetto che oggi rappresenta una delle più imponenti esperienze di educazione alla cittadinanza attiva in Italia», racconta Gaetano Salvo, referente nazionale per i campi E!State Liberi! dell’associazione Libera contro le mafie.
I numeri raccontano una storia di crescita costante. Nell’ultimo anno i campi E!State Liberi! hanno coinvolto 2.525 ragazzi, distribuiti in 120 settimane di attività in 60 località, attraverso 14 regioni italiane da Nord a Sud. Negli ultimi dieci anni sono stati oltre 30mila i giovani che hanno vissuto questa esperienza. L’80% dei partecipanti ha un’età compresa tra i 14 e i 24 anni e la metà sono minorenni.
Il dato forse più significativo riguarda il 2025: il 75% dei partecipanti – circa duemila ragazzi non era tesserato a Libera. Per loro si trattava della prima esperienza con l’associazione, raggiunta attraverso la scuola, il passaparola o genitori sensibili che hanno proposto ai figli un’estate diversa. Solo 240 di loro avevano già partecipato a un campo in precedenza. Un ricambio che si ripete spesso, segno di una capacità costante di raggiungere nuove generazioni.
Beni confiscati: non sono solo case e terreni
Come si vive soffocati dalla criminalità organizzata? Lo sanno bene i 67mila abitanti di Lamezia Terme, il comune più popoloso della provincia di Catanzaro, la cui amministrazione è stata sciolta tre volte per infiltrazione mafiosa: nel 1991, nel 2002 e nel 2017. Eppure la società civile non si è mai arresa ai ricatti e alle logiche criminali.
In questo territorio è nata e lavora Fondazione Trame, una realtà che dalla Calabria ha fatto sentire la propria voce di denuncia in tutta Italia. La Fondazione non è nata dentro un bene confiscato, ma il festival dei libri sulle mafie che organizza è una delle esperienze che meglio raccontano il valore culturale della restituzione dei beni confiscati alla collettività e il ruolo che la cultura gioca nel dare senso, visibilità e racconto a ciò che in quei luoghi accade.
Il focus book Beni confiscati, cantieri di democrazia sarà presentato a Roma il 6 maggio presso Extra Libera, la sede dell’associazione Libera. Per registrarsi all’evento basta cliccare qui.
Per scaricare il focus book “Beni confiscati, cantieri di democrazia” clicca qui. L’approfondimento è stato realizzato da VITA in collaborazione con Confcooperative, Legacoop e Fondazione con il Sud.
Nella foto di apertura uno dei murales di Igor Scalisi Palminteri dedicato a Pio La Torre.
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