Pazzesca o pacchiana: ecco l’italia ritratta da Labranca

20 Luglio 2026 - 10:10
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In un raccontino di Fruttero e Lucentini intitolato Giallo scomponibile per le vacanze, il treno si ferma “alla periferia di una città intermedia, lungo una fila di casamenti gialli che si sbriciolano desolati nel sole. Nel cavo di una cucina, una donna incinta apre un frigorifero. Sotto di lei, affacciati a un davanzale, due bambini si aprono a morsi un strada dentro due enormi fette d’anguria. Da un balcone più a destra una vecchia in sottoveste nera fissa il cielo senza colore”. A bordo del vagone di prima classe una signora ingioiellata guarda fuori del finestrino e commenta: “Pensi, vivere qui”. Lo dice rivolta a una ragazza in jeans logori e borsa di Gucci che – la voce è sempre quella di Fruttero e Lucentini – “della lingua italiana sembra conoscere un solo aggettivo, pazzzzesco, con quattro zeta. Pazzzzesco, dice infatti la ragazza, guardando una ragazza della sua età che appoggia la bicicletta contro il muro ed entra in uno dei casoni gialli”.

Pensi, vivere qui. Nell’arco di poco più di un ventennio, nei suoi libri e nei suoi pezzi per i giornali, Tommaso Labranca ha soprattutto raccontato (e riflettuto su) quest’Italia suburbana, periferica, pazzzzesca. Non ha dovuto fare grossi sforzi d’immaginazione, perché è il mondo in cui era nato e cresciuto, e in cui ha continuato a vivere anche negli anni della maturità, anche nei brevi anni del successo, fino alla morte. La famiglia Petrescu di cui racconta in Haiducii viveva nell’appartamento accanto al suo; la trance acquisitiva di cui i Petrescu sono vittime non aveva bisogno di studiarla sui libri perché la vedeva viva, operante ogni volta che li trovava sul pianerottolo di ritorno dalla spesa. I micro-borghesi di Neoproletariato li spiava tra le corsie del supermercato. E nottetempo, sulla tangenziale di Milano, incrociava gli abitanti dell’hinterland che, finito il turno in fabbrica o negli ufficetti, si precipitavano verso la città: li ritroviamo nelle pagine del Piccolo isolazionista.

“Nessuno mi chiederà più perché mi occupo di trash. Credo che tutto sia dipeso da ciò che ho sempre visto dalle mie finestre”

“Spero che a questo punto – scrive in Estasi del pecoreccio, parlando del panorama di capannoni industriali su cui si affaccia il soggiorno del suo appartamento di Pantigliate, hinterland milanese – nessuno mi chiederà più perché mi occupo di trash. Credo che tutto sia dipeso da ciò che ho sempre visto dalle mie finestre. Forse, se avessi avuto una vista sulle colline toscane o su una cupola borrominiana sarei diventato un esteta o uno storico dell’arte. Be’, meglio così”.

Labranca si è specializzato nei ragionamenti sulla realtà circostante che procedono per exempla, esperienze personali, parabole

Non è stato il primo, naturalmente, a chinarsi sulle gioie e i dolori delle persone comuni, ma a paragone dei suoi colleghi narratori/saggisti Labranca aveva alcune notevoli peculiarità. Innanzitutto, per raccontare questo mondo periferico ha scelto un genere letterario ibrido. Molti autori del Novecento hanno scritto romanzi-saggio o romanzi d’idee, cioè romanzi in cui un congruo numero di pagine non contiene racconto ma riflessione sulla vicenda che si sta raccontando o sulle cose del mondo. Labranca si è specializzato invece in quelli che potremmo chiamare saggi romanzati o “a bassa intensità narrativa”, ossia in ragionamenti sulla realtà circostante che procedono per exempla, esperienze personali, parabole. Vale a dire che i suoi libri non si fondano, come fanno i saggi accademici, su una bibliografia bensì su un repertorio di personaggi fittizi escogitati per rendere più icastica l’argomentazione, ossia su quella che in retorica classica chiama etopea: l’io narrante di 78.07, la vedova Tirlaghi di Astrakhan, le figurine eterodirette che accolgono il lettore sulla soglia di Neoproletariato: “Sono un giovane neoproletario. Se fossi più colto di quello che sono terrei subito a precisare che quel prefisso ‘neo-’ indica solo apparentemente l’idea di nuovo”.

Il suo è il popolo che alla modernità soccombe, sia perché ne scimmiotta i modelli, sia perché consuma i prodotti che essa insegna a desiderare

La seconda differenza è che Labranca non descrive il popolo ma un particolare spicchio del popolo. Non gli operai consapevoli, coscienti della loro classe, come in certa arte di propaganda degli anni Sessanta e Settanta; e neppure i provinciali che resistono eroicamente alla modernità, stando bene attenti a tenersi lontani dalla città e dal denaro (il moralismo italiano ne ha prodotto un campionario sterminato: l’ultimo, per dire, è il pastore sardo che nel film La vita va così si rifiuta di vendere il suo pezzetto di terra a un immobiliarista che vorrebbe farci un resort). Tutto al contrario: il suo è il popolo che alla modernità si piega, soccombe, sia perché ne scimmiotta i modelli (vedi la teoria del trash elaborata in Andy Warhol era un coatto; vedi in Estasi del pecoreccio, la lettura “in contesto” di Sei un mito degli 883) sia perché consuma i prodotti che la modernità mette in commercio e insegna a desiderare (vedi la trance acquisitiva della famiglia Petrescu, in Haiducii; vedi la splendida analisi della campagna pubblicitaria dei surgelati That’s Amore Findus in Neoproletariato). E’ stato l’aedo della massa urbanizzata, questo mostro novecentesco; il poeta dell’hinterland (se l’avesse letto, avrebbe certo trovato un fratello nel Giorgio Falco dell’Ubicazione del bene).

“Una volta lontano dalla sua zona di residenza, il neoproletario chiamerà loft il bilocale di cooperativa e sushi il merluzzo surgelato”

La terza differenza è quella che rende la lettura di Labranca particolarmente appagante. La modernità degradata per come la vive il popolo ha sempre destato negli intellettuali una reazione di ripulsa. A destra, con amare riflessioni su quanto in basso può strisciare l’essere umano non istradato per tempo alle finezze della cultura; a sinistra, con amare riflessioni su quanto male può fare all’anima buona dell’uomo rousseauiano la macchina del consumo. Labranca sapeva bene che in questi lamenti c’era una parte di verità e di ragione. Come tanti scrittori del secondo Novecento, anche lui ha visto in che modo il Consumo ha involgarito l’anima dei poveri di spirito e di denaro inattrezzati a gestirlo: è uno dei temi-chiave di Neoproletariato. Ma, a differenza di tanti scrittori del secondo Novecento, non pensava che il passato fosse meglio del presente e che la società opulenta dovesse imparare a decrescere: “Mostro di riferimento: Serge Latouche, il profeta della decrescita che vive sui Pirenei e non ha un cellulare perché tanto ce l’hanno le sue assistenti che potete contattare quando intendete invitare il profeta in qualche trasmissione TV. Quelle i cui autori prendono in un anno una cifra pari al prodotto interno lordo della Namibia, Paese in cui la decrescita non sanno cosa sia perché ancora non hanno avuto la crescita”.

Era questa cosa rara: un osservatore equilibrato. Sapeva che il mutamento porta con sé cose buone e cose cattive, che medica certi mali generandone altri. In Neoproletariato c’è una pagina perfetta sulla generazione dei suoi genitori che andava a fare acquisti in un grande magazzino chiamato All’Onestà e che – non ancora intontita dai consumi posizionali – giudicava la bontà di un prodotto dal suo valore d’uso e non dalla sua aura: “Tra commerciante e proletariato esisteva un patto trasparente. Io, commerciante, ti do esattamente quello che tu, proletario, cerchi: capi d’abbigliamento di lunga durata, non soggetti ai capricci della moda e a un prezzo il più possibile ridotto, tale da non influire eccessivamente sul tuo salario”.

La sua generazione, invece (Labranca era del 1962) ha un ethos tutto diverso, ispirato al desiderio non di cambiare la propria condizione, di migliorarsi (vivendoci in mezzo, Labranca non aveva nessuna tenerezza per la semplicità degli incolti, dei non ancora civilizzati), bensì di conquistare la propria razione di beni aspirazionali: “Il neoproletario esce di casa con l’intenzione di mostrarsi agli occhi altrui con la maschera che riproduce corpo e spirito dei protagonisti dello spot Findus. Una volta fuori e lontano dalla sua zona di residenza, il neoproletario chiamerà loft il bilocale di cooperativa e chiamerà sushi il merluzzo surgelato. Tutti coloro che l’ascolteranno intuiranno la menzogna, ma non la sveleranno poiché farlo significherebbe svelare le proprie menzogne simili”.

Era, quello di ieri, un mondo meno volgare, perché l’ambizione e lo snobismo avevano un campo d’azione più limitato, e perché i subalterni accettavano la loro condizione come un fatto naturale; e poi perché la volgarità, o almeno un tipo particolare di volgarità, consegue al benessere economico: la miseria è tragica, non volgare. “Nel [19]78 eravamo poveri originari e non poveri di ritorno. Una condizione di vita che non conosceva dispendio, che oggi può apparire una decorosa ristrettezza, ma per i genitori di allora era la normale accettazione di un proprio ruolo inferiore nella scala sociale”. Ma, da un lato, il mondo di ieri non era meno spietato di quello di oggi: “Bambini, non credete a scrittori e priori che rimpiangono il pane e le acciughe, i giochi semplici e la solidarietà di un’Italia pre-televisiva. La loro falsità è doppiamente malefica perché oltre a dire bugie le vanno a dire in quella televisione che tanto detestano”.

Nelle riflessioni sull’adattamento ai nuovi tempi è stato il più bravo, perché è stato così intelligente da non additare colpevoli

Dall’altro, posto che lui più di tutti aveva approfittato delle chance regalate anche ai figli dei poveri dall’Italia del post-boom, non poteva stare dalla parte della stasi contro il mutamento, e non poteva non capire le strategie di ascesa sociale messe in atto dai suoi simili, anche quando i suoi simili prendevano strade così diverse dalla sua (parla la Neoproletaria): “La mia vita sarà un sabato continuo. Mi sentirò perennemente bootylicious. Apparirò nel servizio di chiusura di Verissimo. La mia vita sarà un sabato continuo, ma non sarò così sprovveduta da non pensare alla domenica. Lascerò il mio attuale fidanzato, come lascerò questa stanza. Conquisterò un calciatore e occuperò la mia domenica seduta nella prima fila di un parterre televisivo”. Gli piacevano le buone maniere di una idealizzata vecchia borghesia e di un altrettanto idealizzato popolo parco e dignitoso, ma sapeva che l’una e l’altro avevano dovuto adattarsi a quella che in 78.08 chiama la pseudorealtà contemporanea. Molte delle cose che ha scritto sono descrizioni di o riflessioni su questo processo di adattamento ai nuovi tempi. In questo è stato il più bravo, non ultimo perché è stato così intelligente da non additare colpevoli: semplicemente, le cose sono andate così.

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Labranca appartiene alla prima generazione per la quale l’istruzione scolastica – ancora fortemente tradizionale e retorica, negli anni Sessanta e Settanta in cui ha frequentato gli anni dell’obbligo – è entrata prima in concorrenza e poi in conflitto con l’istruzione veicolata dai mass media. Ciò ha comportato un ampliamento e una correzione nel repertorio dei consumi culturali; e una mutazione nella sfera dell’immaginario. Labranca lo dice a proposito di Pietro Taricone, concorrente del primo Grande Fratello, nato nel 1975, ma lo si potrebbe dire di tutti i nati dopo il boom economico: “Il personaggio Taricone ha questa caratteristica di grande innovazione rispetto alle generazioni precedenti, formatesi sui romanzi di avventure: Pietro si è formato su eroi virtuali protagonisti di film come Arma letale o Braveheart per diventare a sua volta un eroe virtuale”.

E’ soprattutto per questa ragione che i primi tre libri di Labranca (a Andy Warhol ed Estasi si aggiunge Chaltron Hescon, che esce per Einaudi), quelli in cui ha anatomizzato brillantemente questi nuovi oggetti culturali, hanno avuto successo. I semiologi avevano isolato quegli oggetti come temi di studio ma nessuno ne aveva ancora dato, in Italia, una lettura così personale ed euforica. Tutti noi che eravamo passati attraverso quell’apprendistato ci sentimmo compresi, giustificati. E la terapia-Labranca, mentre rivelava spesso la miseria delle arti popolari (perché non si è mai trattato di dignificare l’indegno, di sollevare il basso nella sfera dell’alto, come qualcuno ha creduto) ci aiutava a guarire dal pregiudizio scolastico che liquida come cattivo gusto ogni manifestazione artistica non mediata dalla cultura tradizionale: “Il kitsch di Gillo Dorfles – scrive Labranca – non è una vera introduzione al kitsch, ma è una semplice quanto odiosa carrellata di ciò che al professore non piace. E ciò che in fine dei conti a Dorfles non piace è il popolare. Dunque, il gusto popolare è un gusto cattivo perché non nasce dalla raffinatezza di una scelta o dalla capacità di creare gli accostamenti”.

Aveva ragione? Cioè: vivevamo e viviamo in tempi in cui il gusto popolare gode di cattiva stampa, e quella distinzione tra alto e basso contro la quale diceva di aver scritto Andy Warhol era un coatto è ancora strenuamente difesa dai cerberi della Cultura? “Secondo il credo dei mediocri che governano la nostra estetica tutte le cose che ci circondano non possono che ricadere necessariamente in uno dei due settori contrapposti: o brutto o bello, o alto o basso, o culturale o sottoculturale, o/o”. Basta vederlo scritto, adesso, per capire che non è così, e non era così già negli anni Novanta: sembra semmai la ri-descrizione del campo culturale quale lo avevano descritto decenni prima studiosi come Greenberg o Adorno o MacDonald. Di fatto, bastano pochissimi anni perché Labranca si renda conto che la contaminazione che lui auspica è già in atto da tempo, essendo uno dei nomi del postmoderno. Pochissimi anni: quattro. Andy Warhol era un coatto è il libro in cui Labranca rivela la meraviglia del trash e dei suoi satelliti. Chaltron Hescon è il libro in cui si prende gioco dei feticci della Cultura, uno dei quali è ormai appunto la contaminazione con il popolare, fatta però nel modo sbagliato, con il sussiego dei professori. Andy Warhol era euforico, come sono euforiche tutte le scoperte; in Chaltron Hescon l’euforia si spegne e lascia il campo al sarcasmo.

Uscito nel 1998 per Einaudi, Chaltron Hescon chiude una trilogia che rappresenta il meglio di ciò che è stato scritto in Italia sulle arti e la comunicazione di massa dopo i saggi di Eco degli anni Sessanta e Settanta. Che la loro notorietà e la loro influenza siano state infinitamente minori si deve a più ragioni. In primo luogo, Labranca non occupava una cattedra universitaria, né aveva ancora ricevuto i gradi dello scrittore-pubblicista, sicché non aveva voce pubblica al di fuori di una cerchia molto ristretta di affezionati, cerchia che non si allargò molto neppure dopo l’uscita con Einaudi (pare che l’editore non abbia fatto granché per diffondere il libro). In secondo luogo, a differenza degli studiosi di professione, non appoggiava le sue considerazioni all’autorità dei filosofi e dei sociologi, non univa, se così si può dire, la sua voce al dibattito degli studiosi sui temi che gli stavano a cuore. “Ho registrato a caso quattro ore notturne di Rete A, ma non ho ancora avuto il tempo di visionare il nastro”, scrive in un suo diario inedito (5 gennaio 1993). Guardava le cose, di prima mano, senza mediazioni, ci pensava sopra, scriveva: non è il “metodo scientifico” che insegnano all’università. In terzo luogo, le parole di cui Labranca si serviva per argomentare le sue idee erano macchiate di umorismo e di ironia, e questo è un regime di discorso che lo snobismo degli intellettuali guarda con sospetto o non capisce.

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Nei venti-venticinque anni che la vita gli ha concesso, ha sprigionato una creatività che ha pochi paragoni

L’ultima cosa da osservare è che aveva quasi sempre ragione. Non gli piacevano: l’aura di Adelphi, lo spirito di patata della Gialappa’s band, i libroidi che a partire dagli anni Ottanta hanno saturato gli scaffali delle librerie rendendole infrequentabili, i romanzi virtuistici di Roberto Vecchioni e simili, “i dialetti, le sagre, il folk, i costumi e le danze popolari, i cibi tradizionali”, “lo slow food, quelli che cucinano per gli amici, il bio, il vegan, gli chef televisivi, i ristoranti per buongustai, i mulinibianchi”, la fregola vacanziera, i viaggi (“Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento”).

Gli piacevano: le canzoni di Battisti-Panella, le canzoni-spettacolo di Madonna, i film di Dino Risi, in film con Sordi e/o Franca Valeri, i film di Fantozzi, i libri di Arbasino, Piero Chiara, Buzzati, Ortese, Flaiano, Siti, Kundera, Gertrude Stein, Un uomo solo di Isherwood, Truman Capote, Tom Wolfe (“sono l’emulazione fallita di Tom Wolfe”, diceva), Berlin Alexanderplatz di Döblin, la rivista FMR, l’architettura razionalista, il design industriale, la modernità, le vecchie interviste della Fallaci e della Cederna, i Sigur Ros, l’Islanda anche se non c’era mai stato, Garbo il cantante, Claudio Baglioni, Cerrone, i Righeira, i Baustelle, i Kraftwerk, e in generale la musica elettronica degli anni Novanta, il primo Bowie, gli Abba anche quando gli Abba erano roba per signorine e tutti ascoltavano i Deep Purple (“Gli Abba mi piacevano – scrive nel Piccolo isolazionista – ed erano il motivo del mio essere paria nella società della musica impegnata. Dovevo nascondermi per ascoltare S.O.S. come un dissidente che ascolta radio clandestine”), le invenzioni di Piero Manzoni, i quadri di Kandinskij, le sculture di Adolfo Wildt.

“I romanzi del Gruppo 63 hanno smosso una foglia. Le adolescenti pre-Tatu di ‘Non è la Rai’ hanno causato lo sradicamento degli alberi”

Ma la cosa importante è che non aveva ragione soltanto nei dettagli, nei gusti e nei disgusti, ma anche in generale. Non avendo mai avuto alcun rapporto con l’università, non è stato toccato dal patetico snobismo dei professori, specie quelli delle ultime generazioni, educati dal pregiudizio scolastico a conferire un’aura di serietà e profondità a qualsiasi prodotto che abbia i crismi e l’avallo della cultura istituzionale. Labranca ha spiegato prima e meglio degli altri come e perché i cambiamenti nel costumi sono stati determinati non dagli epigoni delle avanguardie storiche ma dalle arti di massa e dalla televisione: “I romanzi sperimentali del Gruppo 63 hanno al massimo smosso una foglia. Per voi giovani o Alto gradimento, la Carrà semi-desnuda o le adolescenti pre-Tatu di Non è la Rai hanno causato lo sradicamento degli alberi su cui quella fogliolina si era impercettibilmente mossa”.

Ma ha anche saputo vedere un altro fenomeno artistico-merceologico peculiare degli ultimi decenni, ovvero la degradazione a simboli o icone degli oggetti della vita quotidiana. In un suo saggio, Raffaele La Capria lo ha chiamato “concettualismo degradato di massa”: “Uno spettro si aggira per il continente post-moderno, nella waste land inaridita dell’intelletto; uno spettro mimetico e multiforme, e questo spettro è il concettualismo degradato di massa che trasforma ogni cosa sensibile in un’astratta formulazione intellettuale, e credendo di ‘aggiornarsi’ si aliena all’esperienza (La mosca nella bottiglia)”.

In Neoproletariato, Labranca ne ha dato una spiegazione più efficace, partendo come faceva spesso dal pop, dalla promessa contenuta in una canzone di Diana Est di de-musealizzare l’arte: “Fuori dai musei / nuovi amici miei”, e constatando come il postmoderno abbia prodotto il fenomeno inverso: “L’oggetto di ogni giorno ha visto salire il proprio livello da quotidiano ad artistico. Una delle cause di questa museizzazione globale è stata la diffusione anche ai livelli meno colti e abbienti delle idee di design e di moda. Idee vaghe e senza un fondamento concreto di studio e conoscenza, idee trasmesse essenzialmente attraverso le immagini pubblicitarie”. Di qui il programma che Labranca svolge con coerenza nei suoi libri degli anni Zero e degli anni Dieci. Neoproletariato e 78.08 argomentano questo punto di vista nel campo della moda (i fashion-victim); Astrakhan e Ziadesign nel campo del design e dell’arredamento; Vraghinaroda nel campo dell’arte moderna.

Il suo orizzonte culturale era solo contemporaneo. Nelle pagine che ha scritto è difficile trovare un accenno a libri, film, musiche, dipinti creati prima del 1950. Ma, entro questi confini, nei venti-venticinque anni che la vita gli ha concesso, ha sprigionato una creatività che ha pochi paragoni. Suonava, disegnava, scattava fotografie, scriveva testi per la televisione e la radio, esplorava la multimedialità prima che la multimedialità fosse un concetto; e ovviamente sapeva scomporre e decifrare non solo gli oggetti prodotti dalle arti di massa ma anche le esperienze di massa. Mentre Eco aveva preso come casi di studio i fumetti e i romanzi d’avventura, Labranca osserva al microscopio i programmi televisivi popolari, le pubblicità delle reti locali e le canzoni pop, nonché soprattutto gli habitat e la mentalità degli utenti di questo infinito intrattenimento. In questo, non ha avuto e non ha rivali. Nessuno ha scritto cose altrettanto intelligenti sul mondo della musica pop come lui nel libro su Renato Zero o in 78.08; e nessuno ha scritto un saggio su un film così ben argomentato e così istruttivo come Progetto Elvira. Il migliore critico delle arti di massa dell’ultimo mezzo secolo in Italia è stato lui, non lo si sapeva perché lo leggevano in pochi.

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