Disuguaglianze, la profezia di Genova 2001
Venticinque anni fa, in questi stessi giorni di luglio, Genova era la capitale del mondo. Da una parte gli otto grandi chiusi nella zona rossa, dall’altra 300mila persone arrivate da ogni continente. Di quelle giornate la memoria pubblica ha trattenuto soprattutto le ferite, Carlo Giuliani, piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto, e fa bene il programma di iniziative che in queste settimane, a Palazzo Ducale e nelle piazze genovesi, mette in relazione quella memoria con le questioni del presente. Ma c’è un merito storico di quel movimento che le ferite hanno finito per oscurare: il Genoa Social Forum alzò il velo (nella foto di apertura tratta dall’archivio di VITA una manifestazione delle “Mani Bianche”, guidata da Rete di Lilliput e dai movimenti nonviolenti) per la prima volta in modo globale e popolare, sul tema delle disuguaglianze. Una profezia, guardandola oggi, 25 anni dopo.

Prima di Thomas Piketty, prima di Occupy Wall Street, prima che i rapporti sulla concentrazione della ricchezza diventassero un appuntamento fisso di Davos, furono le parole d’ordine di quel “movimento dei movimenti” a nominare la questione. “Un altro mondo è possibile”: non uno slogan utopico, ma la rivendicazione che l’assetto dell’economia globale fosse una scelta politica, non un destino. «Voi G8, noi sei miliardi»: l’aritmetica elementare di una rappresentanza rovesciata, otto governi a decidere per l’intero pianeta. E poi le proposte concrete: la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, antenata di ogni discussione attuale sulla tassazione dei grandi patrimoni; la cancellazione del debito dei Paesi poveri, che la campagna giubilare del 2000 aveva portato nelle parrocchie e nelle piazze; l’acqua e i beni comuni sottratti alla logica del profitto: il mondo non è in vendita
Un quarto di secolo dopo, come è andata a finire lo dicono i numeri. Il 12 giugno 2026, con il debutto di SpaceX al Nasdaq, Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia: un patrimonio personale che ha superato quota 1.100 miliardi di dollari. Una cifra vicina all’intera ricchezza prodotta in un anno da un Paese come la Polonia. Nel 2001 la parola “trilionario” non esisteva nemmeno.
E l’Italia non fa eccezione. Tra il 1995 e il 2000 l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza dei redditi, era sceso da 33 a 29: da allora ha invertito la rotta e non l’ha più ripresa. I divari territoriali raccontano il resto: la provincia di Milano ha un reddito pro capite oltre tre volte superiore a quello di Agrigento. E l’ascensore sociale, certificano i rapporti dell’Istat, si è fermato: in un Paese in cui il Pil reale è quasi immobile da vent’anni, le opportunità si ereditano, nel bene e nel male, molto più di quanto si conquistino.
È da qui che nasce “La forbice. Come ricucire l’Italia disuguale”, il podcast di VITA riservato ad abbonate e abbonati, disponibile da questi giorni su vita.it. Tre episodi per rispondere a tre domande: perché chi ha patrimoni si arricchisce e chi vive di reddito arretra? Perché le disuguaglianze sono una zavorra per lo sviluppo del Paese? Come ricomporre la frattura? Il viaggio parte dai numeri, con Salvatore Morelli, Azzurra Rinaldi e Sabrina Lucatelli; attraversa Roma, Napoli e Milano con Salvatore Monni, Daniela Sacco, Andrea Morniroli e Simone Cerlini; e si chiude allargando lo sguardo all’Europa con Andrés Rodríguez-Pose, l’economista della London School of Economics che ha coniato il concetto di “geografia del malcontento” per spiegare come i territori che ristagnano alimentino il consenso ai movimenti antisistema. Al podcast si affianca il book di approfondimento “Nel Paese delle rendite”, dedicato al peso che il patrimonio familiare esercita sulle possibilità di mobilità sociale: perché è lì, nel primato della rendita sul lavoro, che la forbice trova oggi il suo perno.

Un lavoro a più mani rimette al centro la questione fiscale. La domanda è: conta più il lavoro o le rendite da capitali, immobiliari, digitali, familiari e di genere?
NEL PAESE DELLE RENDITE
Ed è questo il punto che Genova aveva capito con 25 anni di anticipo: le disuguaglianze non sono soltanto una questione morale. Sono un fardello per l’efficienza dell’economia e una minaccia per la qualità della democrazia. Il movimento del 2001 lo gridava nelle piazze; oggi lo certificano gli istituti di statistica e lo studiano le cattedre di economia. Quel che resta da fare è la parte più difficile: passare dalla diagnosi alla cura. «Un altro mondo è possibile», dicevano a Genova. Ricucire l’Italia disuguale, diciamo noi. La forbice si può ancora chiudere. Dipende da noi. Dalle scelte politiche che sapremo prendere come collettività di cittadine e cittadini consapevoli.

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
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