Pd alla frutta, anzi, all’ammazzacaffè: la dem Valente presenta un ddl in puro stile gender per proporre l’uso di “persona” al posto di “uomo”

Sarà il caldo torrido, sarà il bisogno di diversificare polemiche e propaganda… Fatto sta che mentre il Paese affronta sfide epocali sul fronte economico, sociale e internazionale, il Partito democratico decide di dare voce alle sue priorità e di rispondere a quella che evidentemente ritiene una sua vera, grande emergenza nazionale: il genere grammaticale dei documenti pubblici.
Un po’ come quando Laura Boldrini, ai tempi “presidentessa” della Camera, femminilizzò diciture, carte e badge in circolazione a Montecitorio, costringendo addetti ai lavori e accademici della Crusca a una repentina inversione di tendenza linguistica, cominciando proprio dai gruppi parlamentari, chiamati ad attuare le modifiche delle cariche dei dipendenti della Camera, declinandole al femminile.
Il ddl della Pd Valente che suggerisce di sostituire la parola “uomo” con il più neutrale “persona”
L’ultima trovata in puro stile woke che a quel pregresso si ricollega idealmente (e non solo), e che strizza l’occhio all’universo arcobaleno Lgbt, porta allora la firma della senatrice dem Valeria Valente, che ha presentato a Palazzo Madama un disegno di legge volto a imporre alle istituzioni un linguaggio rigidamente “non discriminatorio” e a riscrivere persino i codici dello Stato e di sempre.
La proposta dem punta a imporre un linguaggio “non discriminatorio” negli atti pubblici e riscrive persino i codici
Scrive Il Giornale dando conto della notizia: «Il testo – illustrato nella Sala Nassirya di Palazzo Madama – stabilisce che le pubbliche amministrazioni, negli atti, nella corrispondenza e nella denominazione degli incarichi politici, professionali e istituzionali, debbano fare esplicito riferimento sia agli uomini sia alle donne. Non soltanto una raccomandazione o un invito a prestare maggiore attenzione alle parole, dunque. Ma un intervento normativo destinato a modificare il modo in cui lo Stato redige i propri documenti». Di più: il provvedimento interviene anche sul codice civile, su quello di procedura civile e sul codice penale.
L’ultima crociata rossa dai risvolti arcobaleno
Sì, perché il ddl della discordia grammaticale-gender, non si limita semplicemente a raccomandare buone prassi, ma pretende di normare per legge il vocabolario della pubblica amministrazione. La chicca del provvedimento, allora, è rappresentata dall’obbligo di sostituire la parola “uomo” con “persona” ogni volta che la si usa in senso generale e universale. Non solo: titoli accademici, professionali e onorifici dovranno essere tassativamente declinati al femminile.
La furia iconoclasta sul linguaggio ritenuto “sessista”
E non è ancora tutto. Perché come anticipato poco sopra, la furia iconoclasta dei progressisti arriva a lambire i codici civili e penali, dove si propone addirittura di abolire il termine “omicidio” a favore del politicamente correttissimo “assassinio”.
Poteva già bastare: e invece no. Con un sillogismo che definire ardito è un eufemismo, la senatrice Valente è riuscita persino a collegare l’articolo determinativo maschile usato dal premier Giorgia Meloni alla riforma elettorale, sostenendo che: «Una donna che si definisce “il” presidente del Consiglio può più facilmente costruire una legge elettorale che escluda le donne». E se non fosse ancora abbastanza, in questo florilegio di considerazioni e discettazioni, fa eco alla valente la vicepresidente del Senato e firmataria del disegno di legge, Anna Rossomando, che difende la centralità di questa “battaglia linguistica”, inserendola in un presunto pacchetto di diritti civili inscindibili.
Pd alla frutta, anzi: all’ammazzacaffè: uno scollamento totale dalla realtà
Il ddl del Pd rappresenta allora, in ultima analisi, la sintesi perfetta di una sinistra ormai arroccata nei salotti e totalmente scollegata dai problemi reali delle famiglie e delle lavoratrici italiane. Davvero qualcuno crede che sostituire “uomo” con “persona” in una circolare ministeriale aiuti la conciliazione famiglia-lavoro o rilanci carriere femminili in stand by?
La domanda sorge spontanea, ma il dubbio resta, così come rimane una certezza: siamo di fronte all’ennesimo vezzo ideologico radical chic prodromico solo a sbandierare una capacità d’intervento su un tema, affrontato e risolto solo in chiave lessicale e in termini di grafemi e stilemi declinati ai diktat woke. Ossia: tanta fuffa presunta come anti-discriminatoria, poca sostanza pragmatica… Siamo alle solite: ma davvero stravolgere la grammatica è una delle grandi emergenze del Bel Paese?
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