PEF rifiuti in Calabria: quando la burocrazia confonde un piano economico-finanziario con un foglio Excel
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C’è un equivoco di fondo che rischia di produrre effetti molto gravi nella gestione dei Piani Economico-Finanziari del servizio rifiuti in Calabria: l’idea che il PEF sia un semplice insieme di tabelle, un fascicolo contabile da assemblare mettendo insieme i costi del Comune, i costi del gestore, qualche dato tecnico e una serie di fogli Excel.
È una visione profondamente sbagliata.
Il PEF non è un esercizio di dattilografia contabile. Non è una raccolta meccanica di numeri. Non è un adempimento da spezzettare tra Comune, gestori, Regione e società incaricate, per poi restituire all’ente locale un prodotto finale già confezionato, come se il Comune dovesse limitarsi a prenderne atto.
Il PEF è, o dovrebbe essere, il cuore economico, tecnico e programmatorio della gestione del servizio rifiuti. È il documento che consente di comprendere quanto costa il servizio, perché costa quella cifra, quali componenti incidono maggiormente, quali scelte organizzative lo determinano, quali obiettivi di qualità si intendono perseguire, quali margini di efficientamento esistono e quale peso tariffario ricadrà sui cittadini.
Ridurre tutto questo a una procedura frammentata, dove ciascuno trasmette il proprio pezzo e qualcun altro ricompone il mosaico, significa non aver compreso la natura stessa del PEF.
Il problema: si sta separando ciò che dovrebbe essere unitario
Secondo l’impostazione che si sta delineando, ai Comuni verrebbe chiesto di predisporre il proprio PEF limitatamente ai costi di diretta competenza, accompagnandolo con ulteriori fogli di raccolta dati. Parallelamente, i gestori trasmetterebbero alla Regione i propri dati economico-finanziari, senza che i Comuni abbiano necessariamente una piena, preventiva e consapevole contezza di quelle informazioni. Successivamente, un soggetto incaricato provvederebbe a elaborare o ricomporre i PEF complessivi, che verrebbero poi restituiti ai Comuni.
Se questa è la logica, siamo davanti a un errore metodologico enorme.
Il PEF non può essere costruito come una somma di compartimenti stagni. I costi del Comune e i costi del gestore non sono due mondi separati. Sono parti dello stesso servizio, dello stesso perimetro regolatorio, della stessa tariffa e della stessa responsabilità amministrativa.
Il Comune non può ragionare sui propri costi senza conoscere pienamente quelli del gestore. Non può valutare l’impatto tariffario se non ha davanti il quadro completo. Non può decidere consapevolmente obiettivi di qualità, organizzazione del servizio, copertura dei costi e sostenibilità tariffaria se riceve il PEF come un documento già elaborato da altri.
Qui non si tratta di una questione formale. Si tratta di sostanza amministrativa.
Il PEF non è il “PEF del Comune” più il “PEF del gestore”
Uno degli errori più pericolosi è pensare che esistano tanti PEF separati: il PEF del Comune, il PEF del gestore della raccolta, il PEF del gestore degli impianti, il PEF di chi svolge attività accessorie.
In realtà, possono esistere dati, dichiarazioni, componenti e prospetti provenienti da soggetti diversi. Ma il PEF, per ciascun ambito tariffario e per ciascun Comune, deve essere una costruzione unitaria.
Il servizio rifiuti pagato dai cittadini non è diviso nella loro bolletta tra “pezzo comunale” e “pezzo del gestore”. Il cittadino paga una tariffa complessiva. E quella tariffa deve essere giustificata da un quadro complessivo, coerente, verificabile e motivato.
Se il gestore trasmette i propri dati direttamente alla Regione e il Comune li conosce solo a valle, magari dentro un file già chiuso, il Comune viene trasformato da soggetto responsabile del governo tariffario a semplice destinatario passivo di un’elaborazione esterna.
È una distorsione grave.
Il Comune non può approvare ciò che non ha realmente istruito
Il punto centrale è questo: il Comune può essere chiamato ad approvare tariffe e atti conseguenti, ma per farlo deve avere piena contezza del PEF nella sua interezza.
Non basta ricevere il risultato finale. Non basta avere un file compilato. Non basta sapere quale numero esce dalla formula.
L’ente deve poter comprendere:
- quali costi sono stati inseriti;
- da chi provengono;
- a quale annualità si riferiscono;
- se sono coerenti con il perimetro del servizio;
- se vi sono duplicazioni;
- se vi sono costi impropri;
- se i dati del gestore sono stati controllati;
- se le componenti comunali sono state correttamente raccordate con quelle gestionali;
- se gli aumenti tariffari sono giustificati;
- se gli obiettivi di qualità dichiarati sono realistici;
- se il livello del servizio finanziato corrisponde a quello effettivamente reso.
Senza questa istruttoria, l’approvazione diventa una finzione.
E una finzione amministrativa, in materia tariffaria, è una cosa molto seria. Perché poi saranno i cittadini a pagare, e saranno gli amministratori locali a dover spiegare perché la TARI aumenta, perché certi costi sono stati riconosciuti, perché alcuni servizi non migliorano, perché il Comune non ha inciso sulle scelte di gestione.
Confondere la raccolta dati con il procedimento tariffario è una fesseria tecnica
La raccolta dati è necessaria. Nessuno lo mette in discussione. È normale che Comuni, gestori, impianti e altri soggetti coinvolti debbano trasmettere informazioni, prospetti, dichiarazioni e dati contabili.
Ma la raccolta dati non è il PEF.
È solo una fase del procedimento.
Il PEF nasce quando quei dati vengono analizzati, verificati, raccordati, motivati e trasformati in una proposta economico-finanziaria coerente con il servizio effettivamente svolto e con le scelte dell’ente.
Pensare che basti far arrivare i dati alla Regione, farli elaborare da una società incaricata e poi restituire ai Comuni il documento finale significa scambiare il mezzo per il fine. È come pensare che un bilancio sia la somma dei mastrini contabili, o che un progetto sia la somma dei computi metrici. No: il documento finale richiede responsabilità, valutazione, coerenza e governo.
Nel caso del PEF rifiuti, questa esigenza è ancora più forte, perché il piano economico-finanziario è direttamente collegato alla tariffa che i cittadini pagano.
Il rischio: Comuni commissariati di fatto sul piano conoscitivo
La conseguenza più preoccupante di questa impostazione è che i Comuni rischiano di essere svuotati del loro ruolo conoscitivo.
Formalmente continueranno ad approvare atti. Sostanzialmente, però, potrebbero ritrovarsi ad approvare un documento costruito altrove, con dati ricevuti da altri, elaborazioni fatte da altri, verifiche svolte da altri e scelte tecniche non pienamente padroneggiate.
Questo è un problema enorme.
Un Comune non può decidere sulla TARI senza dominare il quadro dei costi. Non può spiegare ai cittadini un aumento tariffario se non conosce fino in fondo come si è formato. Non può valutare la congruità del servizio se non ha accesso pieno ai dati del gestore. Non può programmare miglioramenti se il PEF gli viene consegnato come un prodotto finito.
In questo modo si produce un paradosso: il Comune resta responsabile davanti ai cittadini, ma perde il controllo reale del processo.
È la peggiore delle soluzioni possibili: responsabilità in basso, costruzione del dato in alto, consapevolezza dispersa.
Il PEF riguarda anche qualità, obiettivi e scelte politiche
Altro errore gravissimo: considerare il PEF solo come un documento economico.
Il PEF non parla solo di costi. Parla anche di servizio.
Dietro ogni costo ci sono scelte: frequenza della raccolta, organizzazione del porta a porta, gestione dei centri comunali di raccolta, spazzamento, trasporto, trattamento, smaltimento, recupero, qualità contrattuale, qualità tecnica, rapporto con l’utenza, investimenti, efficienza, standard di servizio.
Se il Comune non vede l’intero quadro, non può collegare i costi agli obiettivi. E se non collega i costi agli obiettivi, il PEF diventa un contenitore vuoto.
Si finisce così per parlare di numeri senza parlare di servizio. Di tariffa senza parlare di qualità. Di copertura dei costi senza parlare di organizzazione. Di adempimenti senza parlare di governo pubblico.
È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe accadere.
Una procedura così rischia di produrre PEF formalmente compilati ma sostanzialmente deboli
Il rischio non è solo politico o organizzativo. È anche tecnico.
Un PEF costruito in modo frammentato può presentare criticità molto concrete:
- duplicazioni di costi tra Comune e gestore; errata imputazione di alcune componenti;
- mancata riconciliazione tra dati contabili e perimetro del servizio;
- assenza di controllo effettivo sui costi del gestore;
- difficoltà nel motivare gli scostamenti;
- debolezza della relazione di accompagnamento;
- incapacità di spiegare gli aumenti tariffari;
- mancanza di raccordo tra qualità del servizio e costi riconosciuti;
- scarsa consapevolezza degli organi comunali in sede di approvazione.
In altre parole: si rischia di avere PEF apparentemente ordinati, magari anche formalmente completi, ma sostanzialmente non governati.
Ed è proprio questo il punto: il PEF non deve solo “tornare” nei calcoli. Deve essere capito.
La Regione dovrebbe semplificare, non complicare
Il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di coordinare, supportare, standardizzare e aiutare i Comuni, soprattutto quelli più piccoli e con minori strutture tecniche.
Ma supportare non significa sostituirsi alla consapevolezza dell’ente locale. Coordinare non significa centralizzare i dati in modo opaco. Standardizzare non significa trasformare il Comune in un terminale passivo.
Una procedura corretta dovrebbe andare nella direzione opposta:
- un fascicolo PEF unico per ciascun Comune;
- accesso pieno del Comune a tutti i dati del gestore;
- tracciabilità delle fonti informative;
- evidenza delle verifiche svolte;
- relazione chiara sulle scelte adottate;
- confronto preventivo tra Comune, gestore e soggetto incaricato;
- possibilità per l’ente di chiedere chiarimenti e rettifiche;
- quadro finale comprensibile agli organi politici e agli uffici;
- collegamento esplicito tra costi, qualità e tariffa.
Questo sarebbe supporto vero.
Il resto è burocrazia che si traveste da efficienza.
Il punto non è fare prima: il punto è fare bene
Probabilmente questa procedura nasce con l’intenzione di accelerare, uniformare e aiutare gli enti. Ma una semplificazione mal progettata può diventare una complicazione peggiore del problema che voleva risolvere.
Fare presto un PEF sbagliato, o non compreso, non è efficienza.
Fare un PEF formalmente completo ma sostanzialmente estraneo al Comune non è supporto.
Costruire un procedimento in cui i dati viaggiano separatamente e la consapevolezza arriva solo alla fine non è modernizzazione amministrativa. È confusione organizzata.
Il PEF rifiuti è già uno degli adempimenti più complessi per i Comuni. Aggiungere passaggi, fogli paralleli, trasmissioni separate e ricomposizioni esterne significa aumentare il rischio di errore e diminuire la responsabilità effettiva.
Serve una correzione immediata del metodo
La Regione Calabria dovrebbe correggere immediatamente l’impostazione, chiarendo alcuni principi essenziali.
Primo: il Comune deve avere accesso pieno e tempestivo ai dati trasmessi dai gestori che incidono sul proprio PEF.
Secondo: il PEF finale deve essere accompagnato da una relazione chiara che spieghi fonti, assunzioni, verifiche, raccordi e criticità.
Terzo: il soggetto incaricato può svolgere attività di supporto tecnico, ma non può sostituire il ruolo istruttorio e conoscitivo dell’ente.
Quarto: il Comune deve poter interloquire prima della chiusura del PEF, non dopo.
Quinto: il PEF deve essere presentato come documento unitario di programmazione economico-finanziaria del servizio, non come assemblaggio di dati separati.
Sesto: gli organi comunali devono ricevere un quadro comprensibile, non solo file tecnici difficili da interpretare.
Senza questi correttivi, la procedura rischia di generare un corto circuito istituzionale.
Conclusione: il PEF non è un pacco da recapitare ai Comuni
La questione può essere riassunta in modo semplice: il PEF non è un pacco da confezionare altrove e recapitare ai Comuni.
È uno strumento che i Comuni devono comprendere, verificare, discutere e governare.
Se il Comune viene messo nella condizione di conoscere solo una parte dei costi e di ricevere il risultato finale da un’elaborazione esterna, allora il procedimento è sbagliato nella sua impostazione.
Non basta dire che i dati sono stati raccolti. Bisogna chiedersi chi li ha controllati, chi li ha raccordati, chi li ha motivati, chi li ha compresi e chi se ne assume la responsabilità davanti ai cittadini.
Perché alla fine il cittadino non pagherà un foglio Excel. Pagherà una tariffa. E quella tariffa deve nascere da un processo trasparente, unitario e consapevole.
La Regione Calabria dovrebbe aiutare i Comuni a governare meglio i PEF, non costruire un meccanismo che rischia di allontanarli ancora di più dalla comprensione reale dei costi del servizio rifiuti.
Se questa impostazione non viene corretta, il rischio è chiaro: avremo PEF più centralizzati, più opachi, più difficili da spiegare e forse più comodi da produrre, ma meno utili a governare il servizio.
E un PEF che non serve a governare il servizio è solo burocrazia.
Costosa, confusa e pericolosa.
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