Pellai sulla stretta Ue all’età di accesso ai social: «Tutela necessaria per i più giovani»

15 Luglio 2026 - 15:50
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Pellai sulla stretta Ue all’età di accesso ai social: «Tutela necessaria per i più giovani»
Social minoriFoto UnsplashSocial minoriFoto Unsplash

Si parla ancora di minori, social e limiti di utilizzo. La Commissione europea sta lavorando a nuove regole per rendere effettivi i limiti di età nell’accesso ai social attraverso sistemi di verifica più rigorosi. Finora, infatti, il divieto per gli under 13 è rimasto di fatto spesso solo teorico. Abbiamo chiesto un parere ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano.

Finalmente una normativa più stringente per l’accesso dei minori ai social. Come la vede?
È un passaggio molto importante, soprattutto dal punto di vista della sanità pubblica, perché l’impatto che il mondo dei social media ha sulla salute dei ragazzi e delle ragazze è davvero molto forte, dal punto di vista sia della salute fisica, sia della salute mentale. E quando la sanità pubblica identifica fattori di rischio per la salute collettiva, in particolare per sottogruppi più fragili e vulnerabili come i minori, ecco che l’introduzione di leggi e regolamenti a tutela di questi sottogruppi diviene un passaggio obbligato.

C’è chi sostiene, invece, che limitare l’accesso ai social sia un compito prettamente educativo, che spetta solo ai genitori…
Nel progetto della Commissione europea il problema viene in qualche modo affidato alla responsabilità delle piattaforme digitali, che fino a oggi si sono considerate zona franca, cioè non direttamente responsabili di quello che andava accadendo alla salute dei minori, delegando la responsabilità di tutto questo esclusivamente al progetto educativo delle mamme e dei papà. Genitori che, per la prima volta, stanno crescendo nel terzo millennio figli e figlie che proprio da quelle piattaforme vengono guardate con lo sguardo del gatto e la volpe della favola di Pinocchio. Cioè le piattaforme, invece di offrire servizi ai loro utenti, offrono esperienze pericolose per la salute, con l’obiettivo principale di aumentare il più possibile il loro profitto.

Alberto Pellai

È per questo che lei sostiene spesso che i genitori, per quanto attenti, di fronte al richiamo suadente del web abbiano le armi un po’ spuntate?
È proprio così. Chiediamo alle aziende automobilistiche di produrre auto sicure che rispondano a standard di sicurezza, alle aziende farmaceutiche di commercializzare prodotti che siano stati testati e che non abbiano effetti collaterali o indesiderati non previsti, alle industrie alimentari di mettere sul mercato cibi che rispondono a standard di sicurezza e a requisiti di salute e di igiene molto precisi. Allora io non capisco perché le multinazionali digitali, che immettono prodotti nel mondo virtuale ad altissimo impatto sulla salute della popolazione, debbano invece essere sollevate dal rispondere a criteri etici e di responsabilità sociale rispetto alla pericolosità del proprio prodotto. Perché solo in questo caso la si considera una questione dell’utente e in particolare, se l’utente è minore, è problema dei genitori?

In alcuni paesi come l’Australia si è scelto di alzare il limite a 16 anni, oggi invece parliamo dei 13. Dal punto di vista dello sviluppo, qual è la soglia più adeguata?
Secondo le linee guida dalla Società Italiana di Pediatria i social media, per come sono attualmente regolati e gestiti dalle big tech, sono ambienti altamente tossici, fortemente orientati a produrre additività e ingaggio dopaminergico nei loro utilizzatori (il meccanismo con cui i social stimolano il rilascio di dopamina attraverso notifiche, like e contenuti gratificanti, favorendo un uso ripetuto della piattaforma, ndr). I funzionamenti intrapsichici in pre-adolescenza e prima adolescenza sono molto vulnerabili al meccanismo dell’ingaggio dopaminergico. Attendere i 16 anni vorrebbe dire attendere un tempo in cui il ragazzo e la ragazza siano più capaci di autoregolare, autodeterminare i propri comportamenti online. Ecco perché questo limite rappresenterebbe una protezione ottimale per la loro salute.

Uno dei nodi è capire non tanto, o non solo, se il limite è appropriato, quanto la sua effettiva applicabilità. Sarà possibile controllare l’effettiva età dell’utente?
Credo che ciascuno di noi abbia in dotazione sul proprio smartphone un’identificazione su parametri biometrici che sono assolutamente specifici. Diverse app hanno criteri che servono a definire in modo assolutamente preciso chi è l’utilizzatore in quel momento. Non si capisce perché dovremmo pensare che questa sia un’operazione impossibile per gli utilizzatori delle piattaforme. E non parlo solo dei social. La pornografia, per esempio: nella vita reale è vietata ai minori di 18 anni, mentre nella vita online è incredibilmente fruita da minorenni, a volte ragazzini di 10, 11 o 12 anni. Noi chiediamo che le piattaforme di pornografia ottengano il loro business, ma non a spese della salute emotiva e mentale dei minorenni. Siccome vendono servizi, quei servizi devono essere offerti solo a persone che siano in grado di gestirli con una maturità cognitiva che il minorenne non ha.

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