Piedi piatti, ma perfetti per la montagna: così i Neanderthal adattarono il loro corpo alla vita estrema

17 Settembre 2026 - 20:50
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Piedi piatti, ma perfetti per la montagna: così i Neanderthal adattarono il loro corpo alla vita estrema

Un’indagine guidata da studiosi dell’Università di Bologna ha analizzato per la prima volta la forma esterna tridimensionale dell’intero calcagno degli uomini di Neanderthal, mettendola a confronto con quella della nostra specie, per mostrare come lo stile di vita e l’evoluzione hanno modellato lo scheletro del piede

Bologna, 17 settembre 2026 – Con ogni probabilità, i Neanderthal avevano i piedi piatti. Ma non era affatto un difetto, anzi: si trattava della conseguenza di una precisa strategia funzionale per ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti e massimizzare la stabilità su terreni montuosi o accidentati.

È solo una delle novità emerse da uno studio – pubblicato sul Journal of Human Evolution – che ha analizzato per la prima volta la forma esterna tridimensionale dell’intero calcagno degli uomini di Neanderthal, mettendola a confronto con quella della nostra specie, l’Homo sapiens.

“Il piede umano è una delle strutture anatomiche che meglio testimoniano la nostra complessa storia evolutiva, e tra le ossa che lo compongono, il calcagno gioca un ruolo cruciale: è la prima struttura a toccare il suolo durante il cammino, ammortizzando l’impatto e trasmettendo le forze per spingerci in avanti – spiega Maria Giovanna Belcastro, professoressa al Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna, che ha coordinato lo studio – L’analisi in 3D dei calcagni fossili dei nostri antichi cugini, i Neanderthal, ci ha permesso quindi di mettere in luce sia un adattamento biomeccanico straordinario per sopportare carichi elevati e terreni impervi, che l’impatto della vita moderna e delle calzature sui nostri piedi”.

Gli studiosi hanno analizzato e confrontato i calcagni di 7 individui della specie Homo neanderthalensis con quelli di 64 individui di Homo sapiens, spaziando dai cacciatori-raccoglitori del Pleistocene agli agricoltori dell’Età del Ferro, fino a una popolazione urbana postindustriale conservata nella Collezione Osteologica Documentata della Certosa di Bologna. Per farlo, hanno applicato tecniche avanzate di morfometria geometrica 3D a modelli digitali ottenuti con scansioni laser e tomografia computerizzata.

I risultati mostrano differenze nette e affascinanti. Per prima cosa, rispetto ai calcagni degli esseri umani moderni, quelli dei Neanderthal erano più corti, più larghi e più alti. Ma uno degli aspetti più sorprendenti riguarda la postura e la stabilità del piede neandertaliano.

Le analisi geometriche indicano infatti che i Neanderthal avevano una postura del piede abitualmente pronata. Inoltre, lo studio evidenzia un arco longitudinale laterale più basso nei Neanderthal, che offriva una maggiore flessibilità e mobilità nella parte centrale del piede. In poche parole, i Neanderthal avevano il piede piatto e utilizzavano questa postura per massimizzare la stabilità e ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti.

“La robustezza del calcagno riflette la struttura corporea complessiva dei Neanderthal, caratterizzata da una massa muscolare e scheletrica notevole e da un livello di attività fisica estremamente intenso – conferma Belcastro – Queste caratteristiche fisiche indicano un adattamento volto a favorire una maggiore capacità di carico sul retropiede e un’elevata mobilità su terreni sconnessi”.

Guardando invece alla nostra specie, i ricercatori hanno osservato che i cacciatori-raccoglitori preistorici di Homo sapiens – che percorrevano lunghe distanze con piedi scalzi o con calzature morbide – mostravano calcagni con caratteristiche di robustezza più simili a quelle dei Neanderthal rispetto alle popolazioni postindustriali moderne.

Gli individui vissuti negli ultimi secoli, infatti, hanno calcagni decisamente più gracili, a causa di uno stile di vita sedentario e dell’uso abituale di calzature rigide e chiuse. Questo perché l’uso di scarpe con suole rigide tende a limitare i movimenti di inversione ed eversione del piede, irrigidendo la caviglia: un chiaro segno di gracilizzazione scheletrica dovuta a una drastica riduzione degli stimoli biomeccanici naturali.

“La morfologia del nostro scheletro non è solo il prodotto di un rigido programma genetico, ma anche il riflesso delle sollecitazioni fisiche e delle nostre abitudini di vita quotidiane – spiega Belcastro – I risultati di questo studio offrono quindi un contributo fondamentale per comprendere meglio come i nostri antenati si muovessero nel loro ambiente naturale e aprono affascinanti prospettive di dialogo tra l’antropologia evoluzionistica e l’ortopedia clinica”.

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Human Evolution con il titolo “Neanderthal’s heel: How the Neanderthal’s external calcaneal shape uniquely differs from that of modern humans”. La ricerca è stata guidata da Rita Sorrentino (oggi professoressa presso l’Università di Palermo ma attiva all’Università di Bologna dal 2015 al 2026) e coordinata dalla prof.ssa Maria Giovanna Belcastro (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna), insieme a un team multidisciplinare che include altri studiosi dell’Alma Mater (il prof. Stefano Benazzi, Carla Figus e Teresa Nicolosi per il Dipartimento di Beni Culturali, i professori Michele Conconi e Nicola Sancisi per il Dipartimento di Ingegneria Industriale), e dell’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli (Claudio Belvedere e Alberto Leardini per il Laboratorio di Analisi del Movimento e Valutazione Funzionale Protesi).

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