Prima il bollo, poi gli sconti. Come Meloni è riuscita a far dimenticare la pericolosa trappola delle accise

06 Ottobre 2026 - 22:35
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Si è conclusa, almeno al momento, la fase dei tagli delle accise sul diesel. In una fase di tassi di interesse in crescita, conti pubblici sotto stress e al limite della soglia del 3 per cento di deficit, con uno choc energetico e alla vigilia di una campagna elettorale, per il governo la politica di sconto per i carburanti poteva diventare una trappola: da un lato, proseguire voleva dire drenare risorse dal serbatoio di un bilancio con poca benzina; dall’altro, fermare tutto significava aumentare il costo dei carburanti proprio mentre l’inflazione sta aumentando. Un dilemma di difficile soluzione. Il governo Meloni, però, è riuscito a tirarsi fuori dalla trappola in cui si era infilato in maniera indolore.

Il primo tassello della strategia è stato il colpo di teatro con cui, il 16 settembre, Giorgia Meloni ha annunciato l’esenzione, al momento per il solo 2027, del bollo sulla “prima auto”. Una grande operazione di comunicazione politica. Perché nello stesso Consiglio dei ministri, in realtà, il governo aveva deciso la progressiva riduzione dello sconto sull’accisa sul gasolio (comprensiva dell’effetto sull’Iva corrispondente) da 17 centesimi al litro a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e infine a 6,1 centesimi al litro dal 26 settembre al 5 ottobre: un taglio di 5 centesimi ogni settimana fino all’azzeramento. Ma il contemporaneo annuncio della sospensione del bollo auto, ha spostato completamente il focus della discussione: così mentre il governo faceva salire subito il prezzo del diesel, l’opinione pubblica ha parlato esclusivamente del taglio della tassa di proprietà che ci sarebbe stata l’anno successivo.

Anche dal punto di vista contabile, l’operazione è stata vantaggiosa. Rispetto al taglio delle accise, l’esenzione del bollo costa di meno (2,4 miliardi in un anno contro i 2,2 miliardi spesi in sei mesi) e presenta alcuni miglioramenti, sia sul piano ambientale sia su quello fiscale. Il governo è passato da una misura che, riducendo il costo dei carburanti, agiva come un incentivo al consumo a una misura che lascia soldi nelle tasche dei proprietari delle auto ma senza distorcere il segnale di prezzo. In questo senso, l’esenzione del bollo auto non solo è più favorevole all’ambiente (perché appunto non sussidia i consumi) ma redistribuisce le risorse in maniera più progressiva, visto che esclude i proprietari di vetture più potenti e non moltiplica il beneficio per i pluriproprietari. Ma naturalmente, nell’ottica di Meloni e del centrodestra, il vantaggio notevole della nuova misura è che consente di indirizzare un messaggio politico chiaro per il proprio elettorato: “Mentre altri parlano di patrimoniali, noi togliamo una tassa sulla proprietà”.

Nel frattempo, mentre il taglio delle accise andava progressivamente azzerandosi, il governo ha fatto pressione sulle società petrolifere (su cui pende sempre la spada di Damocle della tassa sugli extraprofitti) affinché assorbissero l’aumento del costo dei carburanti. La prima mossa è stata dell’Eni, la società a controllo pubblico, che ha annunciato l’imposizione dal 28 settembre di un tetto al prezzo dei carburanti nelle sue stazioni Enilive pari a 2,19 euro al litro per il gasolio e a 1,99 per la benzina (circa 17 centesimi in meno, guarda caso quanto era il taglio sulle accise). La mossa di Eni è stata seguita, anche per l’opera di “persuasione” del governo, da altri grandi operatori verticalmente integrati come Ip, Esso, Tamoil e Q8: oltre la metà delle pompe di benzina sul territorio. Il prezzo medio di benzina e diesel sul territorio nazionale è così sceso di oltre 10 centesimi.

Pertanto ora il governo, che pure aveva lasciato aperta l’ipotesi, ha deciso di non attivare l’accisa mobile, preferendo puntellare meglio il bilancio che prevede per il 2026 un deficit al 2,9 per cento, in una fase in cui però il costo del debito sta aumentando. La scommessa di Meloni è che nei prossimi mesi il prezzo di mercato dei carburanti dovrebbe scendere, da un lato perché il flusso da Hormuz è ripreso regolarmente (seppure con costi assicurativi più elevati) e dall’altro perché il G7 ha annunciato il rilascio di riserve strategiche di petrolio e benzina. Alla fine, il governo italiano per lo choc energetico causato dalla guerra in Iran ha speso circa 2,5 miliardi. Ben al di sotto della media europea. La Spagna, ad esempio, entra ora in campagna elettorale dopo un aumento dello sconto su gasolio e benzina a 20 centesimi al litro: in totale, per i tre pacchetti di aiuti energetici approvati quest’anno, il governo di Sánchez ha speso 12 miliardi di euro. Una somma insostenibile per i conti pubblici italiani.

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