Quel confine tra Varese e la Svizzera e i suoi passaggi: ebrei in fuga, sigarette di contrabbando, oggi i migranti

L’operazione della Squadra Mobile di Varese e dalla polizia federale svizzera contro la rete turco-curda che faceva transitare clandestini dal valico pedonale di Lavena Ponte Tresa non è un episodio isolato. È, semmai, l’ultimo capitolo di una lunga storia che fa della frontiera varesina con il Canton Ticino un confine proso e sfruttato per i passaggi illegali.
Una geografia che gioca a favore: decine di chilometri di confine, valichi minori a volte non presidiati, sentieri di montagna che scavalcano la linea senza alcuna barriera.
E una vocazione antica, quella dei “passatori”, che attraversa l’intero Novecento e arriva fino ai giorni nostri, cambiando soltanto la merce trasportata: dal tabacco di contrabbando ai profughi in fuga dalla guerra, dalle famiglie ebree braccate dal nazifascismo ai migranti curdi che oggi pagano settemila euro per arrivare in Germania.
I Passatori e la salvezza degli ebrei
Le strade clandestine del Varesotto verso la Svizzera affondano nel contrabbando di confine tra Otto e Novecento, il sale, lo zucchero, il caffè, le sigarette, portato avanti dagli “spalloni”. Erano figure ambigue, malviste dalle autorità ma radicate nelle comunità di frontiera, che conoscevano ogni passaggio, ogni rete divelta, ogni sentiero di crinale. Dopo l’8 settembre 1943, quegli stessi uomini cambiarono mestiere, o quantomeno carico, e diventarono i passatori che accompagnarono in Svizzera migliaia di ebrei, renitenti alla leva, dissidenti politici, prigionieri evasi.
I percorsi correvano sulle montagne sopra il Lago di Lugano e il Lago Maggiore, sfruttando spesso i cunicoli e le trincee della Linea Cadorna: dalla Valceresio, Viggiù, Saltrio, il Monte Orsa, il Monte Pravello, fino al Luinese, dove ancora oggi si ricorda “il sentiero degli ebrei“.

A Varese, il capo dell’anagrafe Calogero Marrone produceva documenti falsi per gli espatri; pagò con la deportazione e la morte a Dachau, riconosciuto poi Giusto tra le Nazioni e insignito della medaglia d’oro al merito civile. Lungo quegli stessi sentieri, l’8 dicembre 1943, una tredicenne di nome Liliana Segre tentò invano di entrare in Svizzera con il padre: respinti dalle autorità elvetiche, fu arrestata il giorno dopo a Viggiù.
Il dopoguerra: contrabbando di sigarette
Per tutto il secondo Novecento la frontiera varesina ha continuato a essere terra di passaggi clandestini, ma di merci. Il contrabbando di sigarette dal Ticino ha alimentato per decenni un’economia parallela in tutta la fascia di confine, con contrabbandieri organizzati che ogni notte trasportavano sacchi di bionde attraversando boschi e fiumi. Poi, con la fine del monopolio e il calo dei prezzi, quel filone si è progressivamente spento. Ma le rotte erano tracciate e i metodi codificati.
Dagli anni 2000 al traffico di esseri umani
Negli anni Duemila quella stessa condizione geografica di confine viene piegata a un nuovo traffico, quello di persone. Già nel 2011 le guardie di confine elvetiche tornano a usare i droni per sorvegliare di notte il tratto tra il Luinese e il Mendrisiotto, dopo che la “primavera araba” aveva moltiplicato i tentativi di passaggio da parte di tunisini, iraniani, nigeriani sbarcati a Lampedusa. Si parla di centinaia di fermi soltanto nei primi mesi dell’anno.
Nel 2017 esplode il caso “Operazione 15”: tra luglio e settembre vengono documentati 82 trasporti di migranti curdo-iracheni, partiti dal nord Iraq, portati a Varese e da lì trasferiti in Svizzera e poi in Germania. Una quindicina di arresti tra Italia e Ticino, tre imputati a processo a Lugano nel 2019; la mente operativa è un quarantaseienne curdo-iracheno residente a Paradiso, sopra Lugano, mentre il vertice viene individuato in un connazionale residente in Germania. Già allora la struttura è quella di un sistema professionalizzato: alloggi, documenti falsi, staffette in avanscoperta, pacchetti “tutto compreso” pagati in contanti.
Nel 2018 due passatori vengono arrestati a Ponte Tresa mentre tentano di far passare sette curdi attraverso un valico secondario non presidiato. Nel 2023 al valico di Clivio, in Valceresio, due cittadini lituani vengono fermati mentre trasportano quindici migranti, tutti curdi, tre giovani madri con quattro bambini piccoli, alcuni stipati nei bagagliai. Avevano pagato fino a 3.500 euro a testa per arrivare a destinazione, dopo essere entrati in Italia attraverso il confine sloveno. Nello stesso anno a Stabio, poco oltre la dogana di San Pietro, le guardie di confine svizzere fermano un’auto con cinque persone a bordo: due i sospetti passatori arrestati.

Una costante: il confine che si attraversa di nascosto
In ottanta anni cambiano i nomi, le bandiere, le nazionalità di chi parte e di chi accompagna. Cambia il prezzo: dai dollari pagati negli anni Duemila ai settemila euro di oggi. Cambia il senso morale del gesto: gli “sfrusaduur” del ’43 sono ricordati come eroi, i passatori del 2026 finiscono in carcere per associazione a delinquere. Resta una sola cosa: la geografia. Il confine tra Varese e il Canton Ticino è ancora oggi quello che era allora, una linea sottile, in mezzo ai boschi e alle case, percorsa da chi sa dove guardare.
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