Rai, salta la Commissione di Vigilanza: si dimettono Floridia, opposizioni e maggioranza

02 Luglio 2026 - 17:57
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Strappo senza precedenti nell’organismo parlamentare che controlla il servizio pubblico. La presidente M5S lascia denunciando quasi due anni di paralisi. Subito dopo si dimettono i commissari di opposizione e, a seguire, quelli del centrodestra. Ora Camera e Senato dovranno ricostituire la Commissione

La Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai si svuota completamente. La presidente Barbara Floridia, senatrice del Movimento 5 Stelle, ha rassegnato le proprie dimissioni insieme a tutti i rappresentanti delle opposizioni. Poche ore dopo anche i componenti del centrodestra hanno annunciato di voler lasciare l’organismo bicamerale.

Uno strappo politico e istituzionale che porta al punto di rottura una crisi iniziata quasi due anni fa e legata soprattutto alla mancata approvazione della nomina di Simona Agnes alla presidenza del Consiglio di amministrazione della Rai.

Le opposizioni accusano la maggioranza di avere paralizzato deliberatamente la Commissione perché non disponeva dei due terzi necessari per rendere efficace la nomina. Il centrodestra ribalta invece la responsabilità dello stallo, sostenendo che la sinistra abbia utilizzato la soglia qualificata prevista dalla legge per impedire alla Rai di avere un presidente.

Il materiale diffuso con le dichiarazioni dei gruppi parlamentari ricostruisce le accuse reciproche, la lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato e l’annuncio delle dimissioni anche da parte della maggioranza.

Floridia: «Restare e denunciare non è servito»

Barbara Floridia ha comunicato di aver consegnato le dimissioni ai presidenti del Senato e della Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana.

La senatrice del Movimento 5 Stelle ha definito la decisione «sofferta», ma ormai inevitabile. Secondo Floridia, la sua permanenza alla guida dell’organismo non avrebbe più avuto senso davanti a una Commissione privata della possibilità di convocare regolarmente audizioni, chiedere chiarimenti ai vertici della Rai e controllare le scelte compiute dal servizio pubblico.

La presidente dimissionaria attribuisce la paralisi alla maggioranza, accusata di aver ripetutamente fatto mancare il numero legale dopo il rifiuto delle opposizioni di sostenere Simona Agnes.

«Restare e denunciare non è servito», ha scritto Floridia, presentando le dimissioni non come una resa, ma come un atto politico destinato a richiamare l’attenzione sul diritto dei cittadini a ricevere un’informazione libera e pluralista.

Secondo la senatrice, il blocco della Vigilanza avrebbe creato uno squilibrio particolarmente grave: mentre il Consiglio di amministrazione e i vertici della Rai continuavano a compiere nomine, definire palinsesti, sottoscrivere contratti e utilizzare risorse pubbliche, l’organismo parlamentare incaricato del controllo non riusciva a esercitare pienamente le proprie funzioni.

Le opposizioni lasciano in blocco

Alle dimissioni di Floridia si sono aggiunte quelle di tutti i commissari delle opposizioni. Tra loro anche la vicepresidente della Commissione e presidente dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, Maria Elena Boschi.

La decisione è stata formalizzata attraverso una lettera indirizzata a La Russa e Fontana. Nel documento, i parlamentari di minoranza parlano di una scelta assunta come estrema conseguenza di una situazione ormai considerata irreversibile.

I dimissionari accusano il centrodestra di aver provocato un «sequestro politico» della Commissione, impedendole di riunirsi normalmente e di esercitare il controllo sull’azienda pubblica.

La posizione è stata sottoscritta dai rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva. I capigruppo Stefano Graziano, Dario Carotenuto, Angelo Bonelli, Giuseppe De Cristofaro e Maria Elena Boschi hanno sostenuto che restare nell’organismo avrebbe significato accettarne lo svuotamento.

Le opposizioni contestano inoltre le scelte editoriali e professionali compiute dalla Rai, denunciando una riduzione del pluralismo, il ricorso a costosi contratti esterni, la marginalizzazione del giornalismo d’inchiesta e una progressiva perdita di pubblico e credibilità.

Si tratta di valutazioni politiche contestate dalla maggioranza, che ha sempre difeso la legittimità delle decisioni assunte dagli attuali vertici aziendali.

La replica del centrodestra: «Ci dimettiamo anche noi»

Dopo l’uscita delle opposizioni è arrivato l’annuncio dei parlamentari di maggioranza: anche i rappresentanti di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno dichiarato di volersi dimettere dalla Commissione.

Il centrodestra ha accusato la sinistra di avere «occupato, sequestrato e strumentalizzato» la Vigilanza, sfruttando la norma che richiede il voto favorevole dei due terzi dei componenti per l’approvazione della nomina del presidente del Consiglio di amministrazione Rai.

La maggioranza sostiene di essere disponibile alla costituzione di una nuova Commissione e all’elezione di un nuovo presidente, oltre che a una rapida soluzione della questione riguardante il vertice della Rai.

Il centrodestra punta da tempo a modificare il meccanismo previsto dalla legge, introducendo la possibilità di procedere con una maggioranza più bassa dopo un determinato numero di votazioni senza esito.

Per le opposizioni, però, la soglia dei due terzi non sarebbe un ostacolo da eliminare, ma una garanzia necessaria per impedire che la presidenza del servizio pubblico venga scelta esclusivamente dalle forze che sostengono il governo.

Il nodo Simona Agnes

All’origine dello scontro si trova la nomina di Simona Agnes, consigliera indicata da Forza Italia e scelta per la presidenza del Consiglio di amministrazione Rai.

Per diventare efficace, la designazione deve ricevere il parere favorevole dei due terzi della Commissione di Vigilanza. Il centrodestra non possiede da solo quella maggioranza e avrebbe quindi bisogno del sostegno di una parte delle opposizioni.

Il mancato accordo ha prodotto una lunga successione di sedute senza esito. In numerose occasioni i componenti della maggioranza non si sono presentati, facendo mancare il numero legale. Nel febbraio 2026 si era arrivati alla tredicesima votazione fallita sulla nomina di Agnes.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, negli ultimi diciotto mesi la Commissione sarebbe riuscita a riunirsi regolarmente soltanto in pochissime occasioni, tra cui l’audizione dell’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi.

Lo scontro ha così finito per bloccare non soltanto la procedura sulla presidenza, ma anche l’attività ordinaria dell’organismo: audizioni, richieste di documentazione, esame dei palinsesti e verifiche sulle scelte editoriali.

Il richiamo di Mattarella

Sulla paralisi della Vigilanza era intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, richiamando la necessità che gli organi parlamentari di garanzia siano messi nelle condizioni di funzionare.

Il Capo dello Stato aveva sottolineato l’anomalia di una Rai ancora priva di un assetto completo dei propri organi amministrativi e di una Commissione incapace di esercitare regolarmente i suoi compiti.

Il richiamo non è tuttavia riuscito a produrre un’intesa tra maggioranza e opposizioni.

Le dimissioni collettive rappresentano ora un atto molto più grave del precedente stallo: il conflitto non riguarda più soltanto la presidenza della Rai, ma l’esistenza stessa dell’organismo incaricato di controllare il servizio pubblico.

Il Media Freedom Act europeo

Floridia e i gruppi di opposizione hanno collegato la crisi della Rai anche all’applicazione in Italia dell’European Media Freedom Act, il regolamento europeo destinato a rafforzare l’indipendenza e il pluralismo dei mezzi di informazione.

Il regolamento è entrato in vigore il 7 maggio 2024 e la maggior parte delle sue disposizioni è direttamente applicabile dall’8 agosto 2025. Tra gli obiettivi vi sono la protezione dell’indipendenza editoriale, la trasparenza e maggiori garanzie per il funzionamento dei media di servizio pubblico.

Floridia sostiene che l’Italia non abbia ancora adeguato pienamente il proprio sistema alle garanzie previste dalle nuove norme e denuncia il rischio di conseguenze a livello europeo. Si tratta di una delle questioni che, secondo le opposizioni, la Commissione avrebbe dovuto esaminare con urgenza.

La Vigilanza non viene formalmente abolita

Le dimissioni in blocco non comportano automaticamente lo scioglimento giuridico della Commissione.

Il regolamento stabilisce che la Vigilanza sia composta da venti deputati e venti senatori, nominati dai presidenti delle rispettive Camere sulla base delle designazioni dei gruppi parlamentari e secondo un criterio di rappresentanza proporzionale.

Quando un componente si dimette, deve essere sostituito da un altro parlamentare nominato con la stessa procedura. Non sono ammesse sostituzioni temporanee. (parlamento.it)

In teoria, quindi, i gruppi possono indicare nuovi rappresentanti e permettere a La Russa e Fontana di ricostituire l’organismo. Politicamente, però, la situazione è più complessa.

Le opposizioni hanno annunciato di non voler sostituire i propri dimissionari con altri parlamentari. Se questa linea verrà mantenuta, la Commissione non potrà essere ricostituita in modo rappresentativo senza un nuovo accordo politico.

Una volta nominati i nuovi componenti, dovrà inoltre essere eletto un nuovo ufficio di presidenza. Il presidente della Commissione viene scelto a scrutinio segreto: inizialmente servono i tre quinti dei componenti, mentre dopo il secondo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. (parlamento.it)

La presidenza deve andare all’opposizione?

Non esiste una disposizione che assegni obbligatoriamente la presidenza della Vigilanza Rai a un rappresentante delle opposizioni.

Si tratta però di una consolidata scelta politica legata alla natura di garanzia dell’organismo. Affidare la presidenza alla minoranza dovrebbe bilanciare il potere del governo e della maggioranza nella gestione del servizio pubblico.

La stessa storia della Commissione dimostra, tuttavia, che la regola non è sempre stata applicata in maniera automatica e che la scelta del presidente dipende dagli accordi raggiunti tra i gruppi.

Il nodo politico non è quindi soltanto individuare il successore di Floridia, ma stabilire quali garanzie riconoscere alle opposizioni nella nuova Commissione e quale maggioranza utilizzare per la futura presidenza della Rai.

Una crisi che investe il servizio pubblico

Le dimissioni collettive trasformano una disputa sulle nomine in una crisi istituzionale.

La Rai continuerà a funzionare, a definire i palinsesti e a prendere decisioni amministrative. A venire meno, almeno fino alla ricostituzione dell’organismo, è il principale strumento parlamentare di indirizzo e controllo sul servizio pubblico radiotelevisivo.

Camera e Senato dovranno ora stabilire come procedere. La soluzione formale passa attraverso la nomina di nuovi componenti. Quella politica richiederà invece un’intesa tra partiti che, dopo quasi due anni di accuse reciproche, appare ancora lontana.

Maggioranza e opposizioni affermano entrambe di voler difendere la Rai. Le prime accusano la sinistra di aver impedito l’elezione del presidente; le seconde sostengono che il centrodestra abbia paralizzato la Commissione per imporre la propria candidata.

Il risultato, per il momento, è un organismo di garanzia senza presidente e senza componenti, mentre resta irrisolto il problema da cui tutto è iniziato: chi deve guidare la Rai e con quale consenso parlamentare.

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