Religioni e informazione, la pace ha bisogno di dialogo
Un momento dell'Incontro interreligioso ad Assisi nel 1986
Un momento dell'Incontro interreligioso ad Assisi nel 1986 Quarant’anni dopo, l’intuizione di Assisi conserva tutta la sua forza e, davanti alle guerre e alle crescenti polarizzazioni del nostro tempo, acquista una particolare urgenza. Nel 1986 Giovanni Paolo II chiamò ad Assisi i rappresentanti delle diverse religioni per una giornata di preghiera e di incontro per la pace. Fu un gesto allora inedito, capace di aprire una strada che negli anni successivi sarebbe diventata un punto di riferimento per il dialogo interreligioso.
A quarant’anni da quell’incontro, San Paolo Periodici, Ucsi Lombardia e Fondazione Ambrosianeum propongono un corso di formazione per giornalisti dal titolo «Assisi 1986-2026. La pace ha bisogno di dialogo. A 40 anni dall’incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II. Le sfide deontologiche in una società plurale e multireligiosa».
L’appuntamento, in programma il 14 ottobre alla Fondazione Ambrosianeum di Milano, vuole tornare a interrogarsi sul significato di quella giornata e, insieme, sul ruolo che oggi può svolgere l’informazione nel raccontare le religioni, le identità spirituali e le esperienze di dialogo.
L’incontro di Assisi nacque in un mondo profondamente segnato dalla contrapposizione tra blocchi e dalla minaccia nucleare. Quarant’anni più tardi lo scenario è diverso, ma non meno drammatico: guerre, conflitti identitari, persecuzioni, radicalizzazioni e contrapposizioni alimentate anche dalla comunicazione rendono ancora attuale la domanda posta da Giovanni Paolo II. La pace non può essere costruita contro l’altro, ma richiede la capacità di incontrarlo, conoscerlo e ascoltarlo.
Il segno profetico di Assisi sta anche nell’aver affermato, con un gesto concreto, che le religioni possono incontrarsi senza rinunciare alle proprie identità e che il dialogo non significa confondere le differenze, ma riconoscerle e trasformarle in una possibilità di confronto. È un’eredità che, a quarant’anni di distanza, interpella anche il giornalismo.
Come raccontare le religioni?
Il corso intende infatti mettere a fuoco una delle questioni più delicate della professione: come raccontare il fatto religioso in una società sempre più plurale e multireligiosa, evitando stereotipi, generalizzazioni e semplificazioni che possono alimentare incomprensioni e discriminazioni. Quali parole utilizzare? Quali contesti conoscere? Come distinguere il racconto giornalistico dalla propaganda, dall’opinione e dal discorso discriminatorio? E quale responsabilità ha l’informazione quando fede, identità e appartenenza entrano nel terreno della cronaca?
Una particolare attenzione sarà dedicata all’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, che negli ultimi decenni ha raccolto e sviluppato l’eredità dello “spirito di Assisi”, promuovendo incontri fra credenti di diverse tradizioni e iniziative di pace in numerosi contesti di conflitto. L’esperienza del dialogo interreligioso sarà così messa in relazione con la concreta ricerca della pace e con il ruolo dell’informazione nel renderne conto. Il programma affronterà inoltre il volto plurale del panorama religioso italiano, offrendo ai partecipanti strumenti storici, culturali e professionali per comprendere le diverse comunità di fede presenti nel Paese e raccontarne identità e dinamiche con maggiore consapevolezza.
Dopo i saluti iniziali di monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’Arcidiocesi di Milano, interverranno Agostino Giovagnoli, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Brunetto Salvarani, teologo esperto di ecumenismo e dialogo; Stefano Pasta, Associazione Carta di Roma, giornalista e ricercatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana; Mario Giro, della Comunità di Sant’Egidio. Modera la giornalista Monica Forni.
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