Nessun dolore, un film che racconta le contraddizioni della società (e le nostre)

25 Settembre 2026 - 14:40
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Nessun dolore, un film che racconta le contraddizioni della società (e le nostre)
Valerio Mastandrea e Alessandro Borghi in una scena del film Nessun doloreValerio Mastandrea e Alessandro Borghi in una scena del film Nessun dolore

Con “Nessun dolore”, presentato fuori Concorso a Venezia, Gianni Amelio porta sullo schermo una storia che nasce da una domanda semplice e, proprio per questo, difficile: che cosa possiamo fare concretamente per chi arriva nel nostro Paese e si trova senza casa, senza protezione, senza futuro? 

La trama

Davide (un Alessandro Borghi al naturale), giovane venditore di libri in piazza, si ritrova quasi suo malgrado ad aprire la propria casa a un gruppo crescente di migranti. Prima l’incontro sconvolgente con un bambino nordafricano, poi Aminah, una ragazza incinta arrivata dall’Algeria, quindi altri e altri ancora.

La sua abitazione diventa progressivamente un rifugio e la sua coscienza sempre più confusa. Amelio sembra interrogare innanzitutto il significato della parola «salvezza». Può davvero un singolo uomo farsi carico del dolore e della precarietà di tanti? Davide compie un gesto umano e comprensibile, ma forse non basta.

Valeria Golino in una scena del film

Il film apre inevitabilmente una domanda ulteriore: è davvero sufficiente la bontà del singolo, oppure la risposta all’immigrazione chiede una responsabilità più ampia, sociale e politica? È proprio qui che “Nessun dolore” diventa più problematico. La vicenda di Davide sembra suggerire che davanti alla sofferenza non si possa che aprire la porta e che la cultura può in questo senso contribuire. Ma una società non è fatta soltanto di sentimenti e di gesti individuali: è fatta anche di regole, diritti, doveri, responsabilità e leggi, che riguardano tanto chi arriva quanto chi accoglie.

Come testare le proprie certezze

Se il film pone la questione, non sempre riesce a tenere insieme queste diverse dimensioni. Forse è proprio questa la sua debolezza. Resta però una domanda importante, e forse è quella che il cineasta affida allo spettatore: davanti a chi chiede aiuto, possiamo semplicemente voltare lo sguardo? E, se decidessimo davvero di aprire la porta, chi deve poi assumersi la responsabilità di ciò che accade oltre quell’uscio?

Un film che, più che offrire risposte, prova a mettere in crisi le nostre certezze. Almeno in questo è utile.

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