Rieducare il detenuto è anche un problema architettonico. Che nessuno ha risolto

26 Giugno 2026 - 06:07
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La scarcerazione di Gianni Alemanno e le sue prime dichiarazioni sul sovraffollamento e le drammatiche condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari, personale di servizio compreso, riaprono il dibattito su questo tema spinoso tradizionalmente sostenuto da Marco Pannella e più di recente liquidato in maniera opposta dall’ex sottosegretario Delmastro, che anzi in un pubblico discorso si spinse a dire che “provo intima gioia all’idea di far sapere che non lasciamo respirare chi sta dietro il vetro oscurato”. Come se non bastasse, per la prima volta alcune sezioni del carcere di Sollicciano sono state dichiarate inagibili per le loro condizioni fatiscenti perché equiparate a luoghi di lavoro, quali effettivamente sono, e perciò sono state chiuse. Così il Tribunale di Firenze ha intimato il trasferimento di decine di detenuti in altri istituti, come quello di Livorno, anche se è chiaro che si crea un precedente che con l’attuale sovraffollamento generalizzato al 140 per cento circa rischia di creare un effetto a catena.

Alemanno parla di riabilitazione e rieducazione per evitare che il carcere diventi un’università del crimine e allora parlare di modelli architettonici è forse fuorviante. Nell’Impero britannico il carcere modello era quello di Pentonville del 1842, enorme e allora periferico, con struttura a raggiera ovvero Panopticon dove cioè da un singolo punto si potevano vedere tutte le ali di isolamento, modello imitato e replicato sia nelle colonie sia in altri paesi europei ma con pessimi risultati sui detenuti – alienazione, problemi psichici, ecc.

Nel Novecento i modernisti provarono in più di un’occasione a risolvere il problema attraverso l’architettura, in Italia ad esempio Mario Ridolfi propose per il carcere giudiziario di Nuoro (Badu ’e Carros) il superamento della vecchia concezione punitiva dello spazio detentivo ottocentesco (come il Panopticon), ripensando la struttura per favorire la dignità umana e l’integrazione spaziale, ad esempio offrendo la vista sul paesaggio circostante, ma gli esiti non furono positivi. Secondo Sabrina Puddu, professoressa di Storia, teoria e progettazione dell’architettura a Londra e Cambridge, che da molti anni studia il problema delle prigioni in Europa, “nei cicli di obsolescenza-innovazione nell’edilizia carceraria il riformismo ha periodicamente fallito per il semplice fatto che la prigione è un’istituzione problematica di per sé”. Fra le due posizioni estreme del “buttare via la chiave” da un lato e dell’abolizionismo dall’altro esistono alcune alternative. C’è chi pensa, come il Fatto quotidiano, che basterebbe costruire nuove carceri per risolvere il problema, “e invece temo che sia un’illusione, almeno questo ci dicono le casistiche storiche”.

Ma la situazione non è migliore nei paesi scandinavi o in nord Europa? “Direi di no, anche se la qualità architettonica potrebbe essere leggermente migliore, ci sono stati problemi di omicidi, suicidi, aumento della popolazione carceraria (straniera e no), violenza e così via come in Italia. Il Belgio ad esempio è storicamente un paese che soffre di sovraffollamento, così nel 2022 è stata inaugurata una nuova grande prigione, Haren, a nord est di Bruxelles per sostituire tre istituti precedenti più centrali.

Al di là degli effetti urbanistici di nuove prigioni di così grande scala, i risultati di questo progetto sono comunque criticabili. Per contrasto a queste tendenze proprio in Belgio è nato un movimento di nome Rescaled (piccola scala), che ora è un network europeo che punta a piccole case di detenzione all’interno dei centri urbani. I risultati nel lungo periodo sono ancora da capire. Sempre in Belgio, poi, è attivo il forum europeo per la giustizia riparativa – un altro movimento che chiunque si occupa di carcere dovrebbe tenere in considerazione”. In altre parole, la speranza di molti è che attraverso l’interazione continua con il territorio i detenuti possano accedere ai servizi locali (lavoro, sanità, formazione) con una sensibile riduzione della recidiva. Insomma, il sistema penitenziario non è certo univoco e ineluttabile, di certo merita di non rimanere un tabù relegato nelle inquietanti ombre piranesiane, dove solitamente è relegato.

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