L’addio a “Chi l’ha visto?”, il format inquisitorio che ha creato il processo mediatico
Que reste-t-il de nos filatures? Ventidue anni, nemmeno Maigret avrebbe avuto tanta pazienza nel pedinare le vite degli altri: di questo si tratta, alla fin fine. Rintracciare qualcuno che era sparito, come una pedestre agenzia investigativa per abbandoni di tetti coniugali, più Tom Ponzi che Philip Marlowe. Magari uno sparito di sua volontà, scappato di casa come alternativa all’infelicità, o affirmative action dei cazzi suoi; oppure perché c’è da lenire meglio del Voltaren il dolore degli abbandonati (“assorbo il dolore dei famigliari”, ha confessato). Ma c’è sempre anche il caso di chi voleva semplicemente rifarsi una vita per i fatti suoi, come il tale di Bologna che finse un suicidio e abbandonò moglie e due figlie: lo riacciuffò lei, Federica Sciarelli di “Chi l’ha visto?”, la Miss Marple di Rai 3. Niente da fare, fosse così o fosse cosà, la grande portineria d’Italia è sempre in agguato.
Nacque “Chi l’ha visto?” come esperimento della tivù parodistica del servizio pubblico di Angelo Guglielmi, che univa l’involucro del compito sociale al cinismo intellettuale dell’entomologo da Gruppo 63. “Il programma della Rai aveva costruito, nei decenni precedenti, un patto intimo con il pubblico: il patto di chi non ha risposte e spera di trovarle guardando la televisione. Uno spazio dove il dolore privato diventa pubblico, dove la disperazione incontra l’audience nel momento più fragile della narrazione”. E’ significativo che sia una considerazione, a suo modo perfetta, di Luca Cereda per Famiglia Cristiana: “Chi l’ha visto” ha sempre portato con sé l’ombra del peccato e della punizione. Essere ritrovati, in fondo, è un po’ anche essere giudicati. Federica Sciarelli lo va dicendo da anni, che questo ruolo da popolare e familiare santa dell’inquisizione “è molto faticoso”, proprio per il peso psicologico delle storie scovate, cucite e squadernate nel grande rito catartico della scomparsa e del ritrovamento.
Ma è successo molto, anche troppo di più, e di intimamente diverso in questi ventidue anni giunti all’addio e al bilancio antropologico da tirare. Non che il cambiamento sia tutta colpa di Sciarelli, ovvio: è il format che divora le sue stelle, come il drago dell’Apocalisse. Più ancora del Pleistocene del crime, il modello Leosini, più ancora del perpetuo giorno in pretura di Roberta Petrelluzzi – altra pietra angolare della trasformazione del servizio pubblico in servizio giudiziario scolpita da Guglielmi, magnifico Torquemada dell’occhio elettronico, “Chi l’ha visto?” è stato l’anticipazione del processo mediatico. Inteso come definitivo format nazionale del populismo realizzato. Quello che nel giro di due decenni s’è mangiato ogni parvenza della giustizia ordinata, sostituendola con “il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”, per dirla con il giudice francese Antoine Garapon, autore di “Del giudicare. Saggio sul rituale giudiziario”. Un libro pubblicato nel 2007: la versione di Sciarelli aveva appena cominciato a camminare. “I media risvegliano il sogno della democrazia diretta, il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Qui non si manda in galera nessuno, certo, ma il piacere sottile è quello di rimettere tutte le storie e le persone al loro posto, e ogni famiglia sia infelice a modo suo. Il disordine che genera l’ansia di chi muove “Chi l’ha visto?” è insopportabile al pubblico. Sopportabile diventa soltanto l’agnizione, il ritrovamento, o la punizione per la rottura del legame e per la fuga. Un anticipo di carcere simbolico, un gioco del controllo sociale e famigliare.
Cosa resta dei nostri pedinamenti? Delle nostre ossessioni per le vite degli altri rese spettacolo, feuilleton a puntate del dolore altrui? Resta la spinta fondamentale che questo format televisivo ha dato alla trasformazione del divano in giuria, e del protagonista o antagonista di quello che è, in fondo, solo un plot narrativo in una preda simbolica o reale (riportarlo a casa) da azzannare. Que reste-t-il di “Chi l’ha visto?”. Niente, proprio niente da dover rimpiangere.
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