Roggero, Palamara ha le idee chiare: “Lo Stato lascia soli e poi condanna. Il risarcimento? Seconda vittimizzazione”
Caso Roggero, Palamara: “La sicurezza non può essere un fai-da-te. O lo Stato la garantisce, o il patto si rompe”
Non usa mezzi termini, Luca Palamara, quando gli si chiede di Mario Roggero, il gioielliere condannato a quasi 15 anni per aver ucciso due rapinatori in fuga. L’ex magistrato rifiuta di schierarsi sulla sentenza, ma sposta il bersaglio della polemica: non sono i giudici i veri imputati di questa storia, dice, ma lo Stato. Quello che, secondo Palamara, ha lasciato un cittadino solo davanti a una rapina, per poi giudicarlo con il codice alla mano. L’intervista di Affaritaliani all’ex magistrato ed ex membro del CSM.
Partiamo dai fatti: la condanna a quasi 15 anni per Roggero è giusta, secondo lei, o è una pena troppo severa? In altre parole, da che parte sta in questa complessa vicenda che sta spaccando l’opinione pubblica italiana?
“Prima di esprimere un giudizio sulla correttezza della sentenza, preferisco attendere il deposito delle motivazioni. Dal punto di vista tecnico, però, è plausibile ritenere che la Corte non abbia negato il diritto di difendersi durante la rapina. La legittima difesa è prevista dall’articolo 52 del Codice penale e consente di reagire a un’aggressione quando il pericolo è attuale. È altrettanto plausibile che la condanna sia stata pronunciata perché i giudici hanno ritenuto che gli spari mortali siano stati esplosi quando il pericolo era ormai cessato. Il vero tema, tuttavia, è un altro. Mi domando perché un cittadino debba trovarsi nelle condizioni di vivere un’esperienza simile. Lo Stato non può limitarsi a giudicare ciò che accade dopo: deve fare tutto il possibile perché quella rapina non avvenga”.
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Legittima difesa, eccesso di legittima difesa, vendetta: la sentenza distingue nettamente tra il momento dell’aggressione subita e l’inseguimento successivo. Lo trova un criterio giuridicamente solido o troppo astratto rispetto alla concitazione reale di certe situazioni?
“È un criterio che appartiene da sempre al nostro ordinamento. Il diritto distingue tra una reazione necessaria per respingere un’aggressione e una reazione che interviene quando il pericolo è cessato. Naturalmente è molto più semplice applicare questo principio nelle aule di giustizia che viverlo nella realtà. Chi subisce una rapina decide in pochi secondi, sotto una pressione emotiva enorme. Ma proprio per questo non credo che il dibattito debba trasformarsi in un processo ai giudici. La vera domanda è perché un cittadino debba essere lasciato solo in una situazione tanto drammatica”.
La Lega vuole cambiare la legge sulla legittima difesa, togliendo il limite della “proporzionalità”: è una buona idea, secondo lei?
“Comprendo le ragioni di chi propone una modifica della normativa. Tuttavia, la disciplina della legittima difesa è già stata ampliata negli ultimi anni e oggi offre strumenti più estesi rispetto al passato. Il problema non è ampliare indefinitamente il diritto di reagire con le armi. Il problema è fare in modo che il cittadino non sia costretto a trovarsi in quella situazione. Sul versante civilistico, il Governo ha già annunciato un intervento volto ad attenuare o superare l’obbligo risarcitorio nei confronti dell’aggressore.
È una riflessione condivisibile, perché imporre a chi ha subito una violenta aggressione di affrontare anche il peso economico di un risarcimento rischia di essere percepito come una seconda vittimizzazione. Ma il vero banco di prova resta un altro: prevenire questi fatti. Occorre investire nella presenza dello Stato sul territorio, nell’efficienza delle forze dell’ordine, nella rapidità della risposta istituzionale e, dove necessario, anche attraverso forme di collaborazione con gli istituti di vigilanza privata. La migliore legittima difesa è quella che non costringe mai il cittadino a difendersi da solo“.
Il caso Roggero sta diventando un terreno di scontro politico: come valuta l’ingerenza del dibattito politico su un procedimento giudiziario ancora aperto sul piano civile?
“La politica ha il diritto, e direi anche il dovere, di interrogarsi sulle leggi. Le sentenze possono essere criticate, purché la critica sia rispettosa e fondata. Detto questo, ritengo che il dibattito stia guardando nella direzione sbagliata. Il punto non è tanto contestare la decisione dei giudici, quanto interrogarsi sul perché un cittadino si sia trovato da solo davanti a una rapina. La politica dovrebbe trarre da questa vicenda una riflessione diversa: non tanto modificare ancora una volta la disciplina della legittima difesa, quanto rafforzare concretamente il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza”.
Ritiene che casi mediatici come questo rischino di condizionare l’autonomia dei giudici, un tema su cui lei si è speso molto nei suoi libri? E quale esito prenderà, secondo lei, la vicenda?
“Ogni processo mediatico rappresenta inevitabilmente un elemento di pressione. I giudici hanno il dovere di decidere esclusivamente sulla base degli atti, ma è evidente che quando una vicenda assume un forte valore simbolico il contesto esterno diventa più complesso. Quanto all’esito, sarebbe improprio fare previsioni. Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza e attendere l’evoluzione della richiesta di grazia.
Mi auguro, però, che questa vicenda lasci un insegnamento che va ben oltre il destino processuale di Mario Roggero. In uno Stato di diritto la giustizia non può essere privata, ma nemmeno la sicurezza può essere lasciata alla responsabilità esclusiva del cittadino. Il cittadino rinuncia a farsi giustizia da sé perché lo Stato gli garantisce sicurezza. Se quella sicurezza viene meno, non si rompe soltanto l’equilibrio della legittima difesa: si incrina il patto sociale su cui si fonda lo Stato di diritto. Se lo Stato rivendica il monopolio della forza, deve assumersi fino in fondo anche il monopolio della protezione”.
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